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La libertà al tempo della guerra totale

alla domanda se il mondo è un posto più pericoloso di quanto lo fosse durante la Guerra Fredda, ha risposto che stiamo vivendo una seconda età delle armi nucleari
14 gennaio 2015 - Rossana De Simone

Francisco Goya, Il sonno della ragione genera mostri

“Le guerre totali della nostra epoca hanno questo carattere specifico: sono il frutto dell'incontro mortifero e programmato della tecnica, che ha alla sua base i progressi scientifici, con la violenza esistente nel cuore della società di massa”
(C. Pavone, Apuntes para una investigación sobre la guerra total en el siglo XX , in AA.VV, La guerra en la Historia, Ediciones Universidad de Salamanca, Salamanca 1999, p. 255).

"La libertà è la nostra bussola". Con questo spirito milioni di cittadini francesi di tutte le religioni hanno marciato per le vie di Parigi dopo la strage di giovedì presso il settimanale satirico Charlie Hebdo e l'assedio di venerdì da parte di fondamentalisti islamici. Il bilancio delle vittime è stato di 20 persone tra cui i tre uomini armati.
Tuttavia, come ha detto il direttore di “Liberation”, Laurent Joffrin, nei tempi di calma la libertà non è che delusione, e sarà proprio la libertà ad essere ulteriormente ridotta, scrive Jonathan Turley, professore di diritto pubblico presso la George Washington University. “perché la più grande minaccia per la libertà di parola francese non è il terrorismo. E' il governo”.

Jonathan Turley aveva precedentemente scritto i “10 motivi per cui gli Stati Uniti non sono più la terra della libertà”, riferendosi ai poteri acquisiti dal governo degli Stati Uniti dal 9/11 che hanno completamente ridotto le libertà civili in nome di uno stato di sicurezza ampliata (diritto all'uccisione di cittadini statunitensi e alla tortura, detenzione a tempo indeterminato, monitoraggio continuo dei cittadini, ecc.). Da questo punto di vista lo Stato ha sempre sfruttato e utilizzato qualsiasi forma di contrapposizione politica, armata o no, per difendere i propri interessi aumentando l'autoritarismo e il militarismo. http://www.washingtonpost.com/opinions/what-it-means-to-stand-with-charlie-hebdo/2015/01/08/ab416214-96e8-11e4-aabd-d0b93ff613d5_story.html?

Se si pensa che la maggior parte dei capi di Stato che hanno marciato in testa alla manifestazione di Parigi, mentre i ministri degli interni delle grandi potenze si riunivano per discutere l'aumento coordinato di misure di sicurezza, sono coinvolti in conflitti politici fra di loro e al proprio interno se non in guerre aperte, allora si può comprendere come sia una farsa la "guerra globale contro il terrorismo” combattuta proprio con chi alimenta questa guerra.

La Francia ha consegnato armi ai ribelli “moderati”siriani http://www.lemonde.fr/proche-orient/article/2014/08/21/comment-paris-a-livre-des-armes-aux-rebelles-syriens_4475027_3218.html#D9xIR53aztSEtxBE.99 probabilmente con mezzi clandestini, così come gli Stati Uniti http://www.washingtonpost.com/world/national-security/cia-begins-weapons-delivery-to-syrian-rebels/2013/09/11/9fcf2ed8-1b0c-11e3-a628-7e6dde8f889d_story.html?wpisrc=al_national , sapendo perfettamente che i cosiddetti "ribelli" sono mercenari provenienti da oltre 20 paesi che si organizzano e riorganizzano in nuovi gruppi giurando fedeltà a chi li sta pagando o fornendo armi al momento. Sapendo che l'Arabia Saudita e il Qatar hanno finanziato i jihadisti in Siria e poi si sono offerti di "addestrare" i ribelli.

Riprendendo un servizio apparso sul New York Times il 15 ottobre 2014 dal titolo “Lo studio della Cia sugli aiuti segreti alimenta lo scetticismo verso l’appoggio ai ribelli siriani”, http://www.nytimes.com/2014/10/15/us/politics/cia-study-says-arming-rebels-seldom-works.html , Noam Chmosky commenta la notizia titolandola “Il terrorismo globale degli Stati Uniti”. Partendo da tre esempi di aiuti segreti in Angola, Nicaragua e Cuba, luoghi in cui gli USA hanno condotto operazioni terroristiche su larga scala, conclude il suo articolo con le parole dell'ex analista della Cia Graham Fuller “Con i loro interventi in Medio Oriente e la guerra in Iraq, gli Stati Uniti sono stati i maggiori responsabili della nascita del gruppo stato islamico”.

“Gli Stati Uniti sfrutteranno l'opportunità di questo momento per estendere i benefici della libertà in tutto il pianeta. Ci impegneremo attivamente per portare la speranza della democrazia, dello sviluppo, del libero mercato e del libero commercio in ogni angolo del mondo” (“La strategia della Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d'America”, documento diffuso dalla Casa Bianca nel settembre 2002).

Arundhati Roy dopo l'11 settembre 2001 scriveva “A circa un anno di distanza da quando la bandiera della Guerra contro il Terrore sventola sulle rovine dell'Afghanistan, in un paese dopo l'altro le libertà vengono limitate in nome della libertà, le libertà civili vengono sospese nel nome della difesa della democrazia. Ogni tipo di dissenso è definito `terrorismo' e ogni tipo di leggi è stato approvato per reprimerlo”. In nome della libertà si commettono crimini contro l'umanità.

Laurent Murawiec, neoconservatore francese che ha fatto parte del Hudson Institute ed è stato analista della difesa presso la RAND Corporation, nel 2002 ha fatto una presentazione sulla politica in Medio Oriente per gli Stati intitolata “Espellere sauditi dall'Arabia” sostenendo che “Nel mondo arabo, la violenza non è la continuazione della politica con altri mezzi - la violenza è la politica, la politica è violenza" e chiedendo "un ultimatum alla Casa di Saud". Tale presentazione non è piaciuta al Defense Policy Board Advisory Committee http://en.wikipedia.org/wiki/Defense_Policy_Board_Advisory_Committee e in seguito è stato allontanato dalla RAND.

Dopo l'11 settembre 2001 il Pentagono contava sulla paura generata dal crollo delle torri gemelle, per schierare tutta la società dietro lo stato di sicurezza nazionale, garantire la coesione dei gruppi dirigenti e limare le contraddizioni della democrazia americana. Ancora oggi la paura viene alimentata agitando lo spettro del terrorismo per aprire la strada ad un'eccezionale concentrazione del potere esecutivo, alla marginalizzazione dei contropoteri, all'arbitrio statale e, in molti casi, alla violazione delle protezioni costituzionali elementari. La paura è alla base di ogni impero.

Europa e Stati Uniti si ritroveranno ancora una volta insieme per sviluppare strategie securitarie criminalizzando i migranti, stranieri, musulmani e giovani discendenti di immigrati, personalizzando l'inimicizia. Se i membri delle organizzazioni clandestine sono sans papiers, religiosi e disoccupati entrati irregolarmente, allora la causa del terrorismo è lo “scontro di civiltà” o la religione e non la diseguaglianza , l'ingiustizia, l'esclusione e lo sfruttamento a cui vengono sottoposti.

Jean-Marie Guéhenno, presidente e amministratore delegato de l'International Crisis Group con sede a Bruxelles, ha elencato le 10 guerre a cui prestare attenzione nel 2015. Nella sua analisi i conflitti sono di nuovo in aumento, le guerre di oggi uccidono e spostano più persone, e sono più difficili da finire rispetto agli anni passati. http://www.crisisgroup.org/en/regions/op-eds/2015/guehenno-10-wars-to-watch-in-2015.aspx  
A livello globale la crescente concorrenza geopolitica sembra, almeno per il momento, portare ad un mondo meno prevedibile e meno controllato. Questo è più evidente, naturalmente, nel rapporto tra Russia e Ovest. Troppo spesso nel 2014 alla politica è mancata una strategia politica. L'azione militare non funziona da sola, continua Jean-Marie Guéhenno, infatti, perpetua spesso le cause di fondo del conflitto: disparità di potere, sottosviluppo, lo stato di predazione, la politica dell'identità e così via. Ciò che tiene insieme i paesi sono le soluzioni politiche. Finire le guerre o evitare le crisi richiede un processo che si dirige in quella direzione. Le guerre indicate sono: 1. Siria, Iraq, e lo Stato islamico; 2. Ucraina; 3. Sud Sudan; 4. Nigeria; 5. Somalia; 6. Repubblica Democratica del Congo (RDC); 7. Afghanistan; 8. Yemen; 9. Libia e il Sahel; 10. Venezuela

C'è chi si chiede perché nel Medio Oriente ci “si strappa a pezzi in un'orgia di violenza” denunciando il fallimento cognitivo e intellettuale del sistema occidentale, o anche, indicando nel petrolio, sia la causa interna della guerra fredda fra Iran e Arabia Saudita per il controllo della regione http://it.ibtimes.com/articles/69172/20140806/medio-oriente-iran-arabia-saudita-palestina-israele-opec.htm#ixzz3OhCovCjO , sia quella più generale di una guerra ormai totale http://www.voltairenet.org/article186387.html
“Apparentemente, l'Occidente è in guerra contro ISIS. Sembra abbastanza semplice, ma in pratica l'America si è posta al vertice di diverse "guerre" http://www.huffingtonpost.com/alastair-crooke/isis-a-cognitive-systemic_b_5977484.html

Angelo d' Orsi, storico che insegna Storia delle dottrine politiche all'Università di Torino, nell' articolo “Il Corriere alle crociate” commenta la linea editoriale del Corriere della Sera che vuole indirizzare l'opinione pubblica verso la necessità della guerra “contro il terrore”. Il 7 gen­naio 2015 pari­gino, invece, ha rivelato come vi sono poli­tici e intel­let­tuali al di sotto del sen­ti­mento delle popo­la­zioni. Mentre a Place de la Répu­bli­que una manifestazione spontanea proponeva matite piut­to­sto che mitra, amore invece di odio, tol­le­ranza invece di discri­mi­na­zione, acco­glienza in luogo di rifiuto, la classe dirigente della destra italiana rispolvera Oriana Fal­laci e Samuel Phillips Huntington.
Il Parlamento italiano diventa “lo stesso Par­la­mento che, rinun­ciando agli F35, sarebbe pronto a disfarsi dell’arma aero­na­vale nel Paese che è geo­gra­fi­ca­mente una por­tae­rei nel Medi­ter­ra­neo”, e gli intel­let­tuali “faziosi” (ossia di sini­stra), sono quelli molto più a loro agio con l’appeasement che con la guerra, quelli che se la cavano meglio con la reto­rica del dia­logo che con quella dello scon­tro di civiltà. Sanno apprez­zare un ‘ritiro’ e depre­care una battaglia” http://www.corriere.it/editoriali/15_gennaio_10/svegliamoci-troppi-silenzi-amnesie-d7640858-988f-11e4-8d78-4120bf431cb5.shtml

I “falchi” italiani saranno contenti dell'annuncio del Dipartimento della Difesa statunitense di volere consolidare alcune infrastrutture militari in Europa, fra cui l'Italia, e il ridimensionamento di altre http://www.defense.gov/Releases/Release.aspx?ReleaseID=17097 . Il Pentagono prevede inoltre lo stazionamento di due squadroni di F-35 in Inghilterra, entro il 2020, per garantire la presenza continua della potenza aerea americana nel paese. Questa trasformazione, secondo il Pentagono, aiuterà a massimizzare le capacità militari in Europa e a sostenere gli alleati e partner della NATO nella regione. Rafforzerà poi la formazione, le esercitazioni, e altre attività della NATO, in particolare con il presidio nell'Europa dell'Est attraverso truppe supplementari "temporanee" a rotazione in tutta la Polonia e gli Stati baltici. Nel mirino vi è la Russia.

Non coglie di sorpresa che la NATO sia stata messa al centro della nuova versione della Dottrina militare di Mosca approvata dal presidente Vladimir Putin il 26 dicembre. Il documento, infatti, è finalizzato soprattutto a dare una risposta all’avvicinamento dello scudo missilistico americano ed europeo. Per Mosca la Nato sta approfittando delle crisi nell'Est europeo per avvicinare le sue infrastrutture militari al territorio russo, basti vedere il trasferimento nell’Europa dell’Est di circa 150 carri armati statunitensi М1 Abrams e di veicoli da combattimento per la fanteria Bradley, l’incremento delle forze aeree Nato nei paesi baltici e i progetti per la collocazione di basi antimissili statunitensi in Polonia e Romania. Nella nuova redazione della Dottrina non è stata inserita alcuna clausola relativa all’attacco nucleare preventivo, ma per la prima volta è stato assegnato un ruolo determinante all'impiego di armi convenzionali a lunga gittata ed elevata precisione. Mosca si è riservata il diritto di schierare complessi missilistici tattico-operativi “Iskander” in Crimea, nella regione di Kaliningrad, nei dintorni di San Pietroburgo e, eventualmente, in Bielorussia. http://italian.ruvr.ru/news/2014_12_26/La-difesa-degli-interessi-dellArtico-per-la-prima-volta-nella-dottrina-militare-della-Russia-7660/

Sebbene il Pentagono abbia avuto notevoli problemi al suo sistema nucleare (sicurezza, scandali per droga e comportamento scorretto di alti ufficiali, ecc.), anche gli USA stanno programmando l'ammodernamento della sua triade nucleare: bombardieri, sottomarini e missili balistici.http://www.nytimes.com/2014/11/14/us/politics/pentagon-studies-reveal-major-nuclear-problems.html

Hans M. Kristensen ammonisce che come gli USA, “nessuno di loro sembra disposto a eliminare le sue armi nucleari nel prossimo futuro”. Certo la corsa agli armamenti nucleari, caratteristica principale della guerra fredda, è finita, e la Francia, Russia, Regno Unito, e gli Stati Uniti hanno ridotto in modo significativo i loro arsenali. Tuttavia, enormi arsenali restano, in particolare in Russia e negli Stati Uniti. Cina, India, Corea del Nord, Pakistan, e forse Israele stanno aumentando le loro scorte, anche se a livelli di gran lunga inferiori a quelli della Russia e degli Stati Uniti. Tutti gli stati dotati di armi nucleari parlano delle armi nucleari come un aspetto duraturo e indefinito per la sicurezza nazionale e internazionale. http://www.armscontrol.org/act/2014_05/Nuclear-Weapons-Modernization-A-Threat-to-the-NPT

Paul Bracken, professore presso la Yale School of Management ed esperto nella competizione globale nel mondo degli affari e della difesa, alla domanda se il mondo è un posto più pericoloso di quanto lo fosse durante la Guerra Fredda, ha risposto che stiamo vivendo una seconda età delle armi nucleari. Oggi viviamo in un mondo nucleare multipolare. http://thebulletin.org/interview-paul-bracken-american-nuclear-forces-21st-century7855

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