Falchi, colombe e struzzi
C'è una pietra angolare nella definizione di una politica estera alternativa a quella del governo Berlusconi: in che misura un nuovo parlamento e un nuovo governo sarebbero in grado di fare scelte autonome di pace? Per rispondere a tale domanda occorre affrontare la triplice questione della presenza militare Usa in Italia, del nuovo ruolo della Nato e del nuovo modello di difesa. Una questione pesante come un macigno, che non può essere elusa nell'assemblea del 15 gennaio. Secondo il Pentagono, le forze armate statunitensi posseggono nel nostro paese oltre 2.000 edifici e ne hanno in affitto altri 1.100, con 20mila addetti e basi in Veneto, Toscana, Friuli-Venezia Giulia, Napoli, La Maddalena e Sigonella. Tutte queste forze e basi statunitensi, pur essendo in territorio italiano, sono inserite nella catena di comando del Pentagono e quindi sottratte a qualsiasi meccanismo decisionale italiano. Come è avvenuto, ad esempio, quando nel marzo 2003 la 173a brigata Usa, di stanza a Vicenza, è stata proiettata in Iraq, e i sottomarini Usa di stanza alla Maddalena hanno attaccato con i loro missili, dal Mediterraneo, Baghdad e altri obiettivi. Washington può usare l'Italia quale trampolino di lancio della «proiezione di potenza» statunitense verso sud e verso est.
Tale ruolo dell'Italia è cresciuto d'importanza di pari passo con la ridislocazione delle forze Usa dall'Europa settentrionale e centrale a quella meridionale e orientale. Lo conferma il fatto che il quartier generale delle Forze navali Usa in Europa è stato trasferito da Londra a Napoli: da qui dirige le operazioni militari in un'area comprendente 89 paesi in tre continenti.
Tutto ciò rientra in una strategia non solo militare, ma politica: per superare le resistenze che vengono da quella che Rumsfeld definisce la «vecchia Europa» (impersonificata da Germania e Francia), Washington fa leva sugli amici più fedeli (e soprattutto ossequienti), tra cui si distingue l'Italia, e, contemporaneamente, sulla «nuova Europa» impersonificata dai paesi dell'Est appena entrati nella Nato.
Oltre alle basi statunitensi, il Pentagono dispone in Italia di molteplici strutture Nato. La Nato, di cui l'Italia continua a far parte sotto l'indiscussa leadership statunitense, ha subìto una vera e propria mutazione genetica: da alleanza che, in base all'articolo 5 del trattato del 1949, impegna i paesi membri ad assistere anche con la forza armata il paese membro che sia attaccato nell'area nord-atlantica, essa è stata trasformata in alleanza che, in base al nuovo «concetto strategico» varato nel 1999, impegna i paesi membri a «condurre operazioni di risposta alle crisi non previste dall'articolo 5, al di fuori del territorio dell'Alleanza». E' nata così la «Grande Nato» che, sotto la pressione di Washington, ha cominciato a espandersi a est ed opera oggi in Afghanistan e Iraq.
Di pari passo è avvenuta la mutazione genetica delle forze armate italiane: secondo il Nuovo modello di difesa, varato dal governo Andreotti nel 1991, compito delle forze armate italiane non è più solo la difesa della patria (art. 52 della Costituzione), ma la «tutela degli interessi nazionali ovunque sia necessario». E' stata così varata una nuova politica militare, e contestualmente una nuova politica estera, con funzioni contrarie a quelle stabilite dalla Costituzione. Il «Nuovo modello di difesa» è passato di mano in mano, da un governo all'altro, dalla prima alla seconda repubblica, senza mai essere discusso in quanto tale in parlamento. A elaborarlo e applicarlo sono stati i vertici delle forze armate, ai quali i governi hanno lasciato piena libertà.
Nel 1993 - mentre l'Italia partecipava all'operazione militare lanciata dagli Usa in Somalia, e al governo Amato subentrava quello Ciampi - lo stato maggiore della difesa dichiarava che «occorre essere pronti a proiettarsi a lungo raggio» per difendere ovunque gli «interessi vitali», al fine di «garantire il progresso e il benessere nazionale mantenendo la disponibilità delle fonti e vie di rifornimento dei prodotti energetici e strategici». Nel 1995, durante il governo Dini, lo stato maggiore della difesa affermava che «la funzione delle forze armate trascende lo stretto ambito militare per assurgere anche a misura dello status e del ruolo del paese nel contesto internazionale». Nel 1996, durante il governo Prodi, tale concetto veniva ulteriormente sviluppato: «La politica della difesa - affermava il generale Angioni - diventa uno strumento della politica della sicurezza e, quindi, della politica estera». Nel 1999 - dopo che il governo D'Alema aveva fatto partecipare l'Italia, sotto il comando Usa, alla guerra contro la Jugoslavia - la marina militare annunciava che l'Italia era riuscita ad «affermare il suo ruolo di media potenza regionale» nel «Mediterraneo allargato: spazio geopolitico comprendente [...] il Golfo Persico che, attraverso lo Stretto di Hormuz, è intimamente collegato al sistema mediterraneo di rifornimenti energetici». Su questa scia, dopo l'11 settembre, il governo Berlusconi ha inviato le nostre truppe prima in Afghanistan e quindi di nuovo in Iraq.
La questione verrà affrontata nell'assemblea del 15? Il dubbio c'è. Oltre ai falchi e alle colombe, nell'ornitologia politica ci sono anche gli struzzi.
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