L’imbarazzante vertice NATO ad Ankara
Ospitare il vertice della NATO ad Ankara significa celebrare l'unità dell'Alleanza in un Paese che ne calpesta sistematicamente i principi fondativi. È un paradosso che merita di essere messo a fuoco.
La Carta fondativa della NATO: lettera morta
Il Trattato del Nord Atlantico, all'Articolo 2, impegna le Parti a "rafforzare le loro libere istituzioni" e a "incoraggiare la stabilità e il benessere". Il Preambolo richiama esplicitamente "la fede nei princìpi della democrazia, delle libertà individuali e dello stato di diritto". Valori che la Turchia di Erdoğan ha sistematicamente smantellato.
I diritti umani negati: un bilancio impietoso
Ecco alcuni dati e fatti che non sembrano imbarazzare i leader della NATO riuniti ad Ankara.
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Giornalisti e dissidenti in carcere: la Turchia è un carcere di giornalisti. Centinaia di professionisti dell'informazione sono detenuti con accuse di "terrorismo" per aver semplicemente fatto il loro lavoro. Ma questo non sembra emerge con la dovuta attenzione dai resoconti RAI, nonostante le proteste di questi giorni in Turchia, pagate a caro prezzo anche dai giornalisti turchi.

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La questione curda: partiti legalmente eletti, come l'HDP, di impronta progressista, sono stati decapitati da arresti di massa; sindaci democraticamente eletti nel sud-est a maggioranza curda sono stati rimossi e sostituiti da commissari governativi. Una negazione del principio di autodeterminazione e rappresentanza democratica.
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Spazi democratici azzerati: la legge anti-terrorismo viene usata come clava contro ogni forma di dissenso: accademici, attivisti per i diritti delle minoranze, difensori dei diritti umani. La Turchia è tra i Paesi con il più alto numero di condanne inflitte dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, sentenze che Ankara ignora sistematicamente.
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Stato di emergenza permanente: sebbene formalmente revocato, le sue disposizioni repressive sono state trasfuse nella legislazione ordinaria, creando un regime di controllo totale su società civile e opposizione politica.

La politica del doppio standard
Come può un'Alleanza che si proclama "comunità di valori" per la libertà e la democrazia tenere il proprio vertice in un Paese che ha trasformato il proprio sistema giudiziario in un'arma contro i cittadini? L'ipocrisia raggiunge l'apice quando gli stessi leader che ad Ankara stringono la mano a Erdoğan, nei rispettivi parlamenti nazionali pronunciano discorsi solenni su democrazia e diritti umani.
Ricordiamo brevemente cosa è il doppio standard.
Il doppio standard (o "due pesi e due misure") è l'applicazione di regole o criteri di giudizio diversi per situazioni identiche o molto simili, a seconda delle situazioni.
La verità, purtroppo lo dobbiamo constatare ancora una volta per amor della verità, è che la NATO da tempo è ormai un'alleanza militare in cui conta solo la realpolitik, a discapito della coerenza e a tutto vantaggio dell'ipocrita politica del doppio standard. L'Articolo 2 del Trattato NATO - quello sul rafforzamento delle libertà - è ridotto a carta straccia. E la società civile turca, che pure lotta coraggiosamente, viene abbandonata al suo destino repressivo in nome della realpolitik atlantica.
Appendice di documentazione
- Selahattin Demirtaş: ex co-leader del partito filo-curdo HDP, è stato arrestato nel 2016 e rimane detenuto nonostante plurime sentenze della Corte Europea ne abbiano ordinato il rilascio immediato per via del carattere politico della sua detenzione.
- Osman Kavala: filantropo e attivista per i diritti umani, arrestato nel 2017. Sconta una condanna all'ergastolo, considerata dalle organizzazioni internazionali come una ritorsione per il suo impegno nella società civile e le suas critiche al governo.
- Fatih Altaylı: giornalista, condannato a più di 4 anni di carcere per presunte minacce al presidente Erdoğan durante una trasmissione online, attualmente in carcere in attesa di appello.
- Kayhan Ayhan: giornalista del quotidiano d'opposizione BirGün, arrestato e sottoposto a restrizioni per aver seguito il processo al sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu, principale politico oppositore del governo.
- Hazar Dost: giornalista arrestato ad Istanbul per le sue passate coperture e partecipazioni a proteste pubbliche.
- Caso Demirtaş c. Turchia (2020 e successivi): la Grande Camera della CEDU ha stabilito che la detenzione prolungata dell'oppositore politico viola l'articolo 18 della Convenzione (limitazione dei diritti per scopi politici) e l'articolo 5 (diritto alla libertà e alla sicurezza), richiedendone l'immediata liberazione.
- Caso Kavala c. Turchia (2022): la CEDU ha condannato Ankara per aver violato il diritto alla libertà (Articolo 5) e per aver incarcerato il noto attivista in assenza di prove ragionevoli, con l'obiettivo di metterlo a tacere.
- Caso Alpay c. Turchia (2018): la Corte ha stabilito che la detenzione preventiva del noto giornalista Şahin Alpay ha violato il suo diritto alla libertà personale (Articolo 5) e alla libertà di espressione (Articolo 10), dichiarando l'arresto infondato.
- Caso Altan c. Turchia (2018): similmente al caso Alpay, la Corte ha condannato la Turchia per aver arrestato e processato lo scrittore e giornalista Mehmet Altan senza prove che giustificassero il suo coinvolgimento in reati, violando la sua libertà di espressione.
- Caso Yalçınkaya c. Turchia (2023): una sentenza storica della Grande Camera che ha stabilito come l'uso di prove basate sull'appartenenza a movimenti civili o l'uso di app di messaggistica violi il principio di legalità (Articolo 7) e il diritto a un processo equo (Articolo 6), evidenziando un problema sistemico nel sistema giudiziario turco.
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