La schiuma che avvelena: AFFF, PFAS e il silenzio attorno alle basi militari americane in Italia
Cos'è l'AFFF e perché è pericolosa
Il problema è che l'AFFF contiene PFAS, sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche: una famiglia di oltre 12.000 composti chimici sintetici caratterizzati da legami carbonio-fluoro tra i più forti in chimica organica. Questa stessa proprietà che li rende eccellenti agenti antincendio li rende anche praticamente indistruttibili nell'ambiente. Non si degradano. Si accumulano nel suolo, nella falda, nei fiumi, nella catena alimentare e nel sangue umano. Da qui il loro soprannome scientifico: "forever chemicals", sostanze chimiche per sempre.
Il legame PFAS-AFFF militare è documentato fin dalla nascita del prodotto: la formula fu sviluppata congiuntamente dal Naval Research Laboratory e dalla 3M, il gigante chimico del Minnesota; il brevetto originale fu depositato nel 1963 e concesso nel 1966. In pochi anni, milioni di litri di AFFF vennero riversati nei terreni delle basi di tutto il mondo, durante esercitazioni, emergenze reali, ma soprattutto a causa di scarichi accidentali dei sistemi automatici negli hangar, come documentato in dettaglio più avanti.
Come finisce nell'ambiente: addestramento, guasti e la trappola dei sistemi automatici
Capire come l'AFFF entra in contatto con il suolo e le falde acquifere richiede di distinguere tre scenari distinti.
Il primo è l'uso in addestramento: per decenni, i vigili del fuoco militari si sono esercitati con l'AFFF vera, accendendo pozze di carburante reale in aree apposite ("fire training areas") e spegnendole con la schiuma, spesso senza essere informati dei rischi per la salute associati all'esposizione ripetuta. Queste aree di addestramento, dove la schiuma veniva scaricata ripetutamente nel corso di anni, sono oggi tra i siti più contaminati da PFAS nelle vicinanze delle basi. Solo nel 2020, con la legge di autorizzazione alla difesa (NDAA FY2020), il Congresso americano ha vietato esplicitamente l'uso dell'AFFF contenente PFAS nelle esercitazioni, richiedendo il passaggio ad alternative senza fluoro entro il 2024.
Il secondo scenario è l'uso in emergenza reale: incendi durante rifornimenti, incidenti agli aeromobili, esplosioni nei depositi di carburante. Questo è lo scopo originale per cui l'AFFF è stata progettata.
Uno studio della University of Maryland commissionato dalla National Air Transportation Association e pubblicato nel 2021 ha analizzato 245 episodi di scarico di schiuma negli hangar, raccogliendo dati da compagnie aeree commerciali e dal Dipartimento della Difesa USA su un arco di 17 anni. Il risultato è rilevante: 242 dei 245 episodi di scarico erano avvenuti in assenza di qualsiasi incendio, e gli scarichi accidentali rappresentavano il 98,8% del totale. Nella stragrande maggioranza dei casi documentati, l'AFFF ha raggiunto il suolo e le reti di drenaggio per errore, non per spegnere un incendio.
Secondo gli autori dello studio, questi scarichi accidentali stanno diventando più frequenti e avvengono oggi in media circa una volta al mese. Quando l'AFFF viene scaricata in un hangar, raggiunge rapidamente i sistemi di drenaggio, spesso collegati alla rete fognaria o alle acque meteoriche, prima che qualsiasi operazione di contenimento possa essere avviata.
Un caso documentato è avvenuto nell'agosto 2024 all'aeroporto di Brunswick, nel Maine (ex base navale): circa 5500 litri di concentrato AFFF si sono riversati accidentalmente nell'hangar 4. Immagini diffuse dai media mostravano la schiuma a oltre un metro di altezza all'interno dell'hangar, con tre aeromobili coinvolti. La schiuma raggiunse stagni e corsi d'acqua nelle vicinanze, in un'area già risultata contaminata da attività militare storica della base. La schiuma disturba anche il funzionamento meccanico degli impianti di trattamento delle acque reflue: rimuove l'ossigeno, alterando l'attività dei microorganismi usati per trattare le acque di scarico.
Nel contesto di Sigonella, che approfondiamo in seguito, questo dato è rilevante. Il contratto del settembre 2024 con Valiant/ALCA descrive la bonifica di un'"AFFF activation" sul campo d'aviazione, nell'edificio 408. La dicitura "activation" indica che i sistemi antincendio si sono attivati, un evento che, secondo i dati statistici, nella quasi totalità dei casi avviene in assenza di incendio. Non è possibile stabilire da fonti pubbliche se in quella circostanza la schiuma abbia raggiunto i sistemi di drenaggio esterni al perimetro della base.
Ciò che rende questa storia particolarmente grave non è solo la diffusione della contaminazione, ma la documentazione interna precoce dei rischi all'interno del Dipartimento della Difesa. Già nel 1970, studi interni della Marina e dell'Aeronautica avevano rilevato effetti tossici dell'AFFF sulla fauna acquatica. Nel 2001, un documento interno del Dipartimento della Difesa concludeva che l'ingrediente principale dell'AFFF era "persistente, bioaccumulabile e tossico".
Nessuno di questi documenti portò a un cambiamento immediato delle pratiche operative. La transizione verso formulazioni alternative è iniziata ufficialmente nell'agosto 2016 e, a distanza di quasi dieci anni, non è ancora completata.
La mappa del disastro negli Stati Uniti
Le dimensioni della contaminazione nelle basi americane, una volta rese pubbliche, si sono rivelate molto estese. Secondo i dati compilati dall'Environmental Working Group (EWG), oltre 700 siti militari statunitensi presentano contaminazione da PFAS nota o sospetta. Di questi, in almeno 630 il campionamento ha confermato la presenza dei composti nelle falde o nell'acqua potabile vicino alle basi.
In 149 ex e attuali installazioni militari la contaminazione è classificata come "Superfund site" dall'EPA, le aree più pericolose del paese che richiedono bonifica prioritaria. Al 2017, il Dipartimento della Difesa aveva già speso 11,5 miliardi di dollari in valutazioni e bonifiche delle basi chiuse, con stime di ulteriori 3,4 miliardi necessari.
Alcune situazioni specifiche sono diventate punti di riferimento nel dibattito pubblico americano.
Nella base aerea di Pease, nel New Hampshire, chiusa nel 1991, la contaminazione aveva interessato i pozzi idrici di un parco industriale riconvertito, dove nel frattempo erano sorti asili nido, ristoranti e aziende. Pease è stata la prima base militare in cui la contaminazione da PFAS nell'acqua potabile è stata resa pubblica, con livelli in alcuni punti campionati pari a 12,5 volte i limiti provvisori dell'EPA. Le madri di bambini che frequentavano un asilo nido nel parco fondarono il gruppo civico "Testing for Pease" e ottennero dopo due anni finanziamenti statali per i test ematici della comunità.
Alla George Air Force Base in California, chiusa nel 1992, la contaminazione della falda da carburante, solventi e pesticidi è documentata da decenni. Secondo il consiglio regionale per la qualità delle acque, la bonifica di alcune zone potrebbe richiedere fino a 500 anni per i solventi e fino a 40.000 anni per alcune aree di contaminazione da carburante.
Alla Wurtsmith Air Force Base nel Michigan, quasi 400 pozzi idrici privati e pubblici nelle vicinanze sono risultati positivi al PFAS. La contaminazione risulta in migrazione verso il lago Huron.
Le basi all'estero: un problema poco visibile
Mentre il dibattito statunitense ha prodotto, seppur lentamente, una certa trasparenza pubblica, la questione delle basi militari americane all'estero è rimasta largamente fuori dal radar mediatico e istituzionale nei paesi ospitanti.
In Europa, contaminazioni da PFAS attribuibili a basi NATO sono documentate in Germania, dove pesci nel torrente Spangerbach, a valle della base di Spangdahlem, hanno presentato concentrazioni di PFOS di 82.000 parti per trilione nel filetto, migliaia di volte superiori ai livelli di riferimento. Il PFAS Data Hub del CNRS, che aggrega i dati di monitoraggio europei da fonti istituzionali, conta oltre 12.000 siti presunti di contaminazione nel continente, tra cui basi militari.
Il meccanismo giuridico che complica l'applicazione delle normative ambientali locali alle basi estere è il SOFA (Status of Forces Agreement). Questi accordi bilaterali regolano la presenza delle forze armate statunitensi nei paesi ospitanti e, in materia ambientale, creano spesso un regime separato in cui la base è sottratta alla giurisdizione ordinaria. La risposta alle contaminazioni, quando c'è, è gestita dall'esercito americano senza obblighi formali di notifica verso le autorità locali.
Cosa succede a Sigonella: i contratti pubblici americani
I dati resi pubblici dal portale USASpending.gov, il sistema federale di trasparenza negli appalti pubblici statunitensi, consentono di ricostruire, almeno parzialmente, la storia della gestione dell'AFFF a Sigonella attraverso i contratti stipulati dal Dipartimento della Difesa con imprese operanti in Sicilia. I dati mostrano 13 contratti aggiudicati tra il 2009 e il 2026, per un totale di 1.517.168 dollari, tutti con luogo di esecuzione in Italia e tutti riconducibili alla Marina militare statunitense o alla Defense Logistics Agency.
NB: Non essendo sicuri della permanenza del link a usaspending.gov, riportiamo qui di seguito i criteri di ricerca per ottenere l'elenco dei contratti:
- Filter by keyword: AFFF
- Location / Place of Performance: Italy
- (opzionale) Agency / Awarding Agency: Department of Defense (DOD)
Questi contratti si suddividono in due fasi distinte.
Fase 1 (2009-2011): operatività ordinaria
Nei primi anni coperti dai dati, le attività riguardano la gestione ordinaria dei sistemi AFFF in uso: un contratto del 2009 con Gemmo S.p.A. (25.611 dollari) per la pulizia di uno sversamento di AFFF nell'edificio 426; un contratto del 2011 con la JV Derichebourg-Cofathec-Sebco-Copel (57.396 dollari) per ispezione e rapporto sul prodotto stoccato; e due contratti del settembre 2010 con ATI Team BOS Sigonella (124.423 dollari complessivi) per il rifornimento dei serbatoi AFFF nell'edificio 426 e la sostituzione della schiuma nell'edificio 633. Si tratta di operazioni di routine in linea con quanto documentato in tutte le basi aeree americane dello stesso periodo.
Fase 2 (2020-2026): rimozione e smaltimento
Il cambio di orientamento avviene con il contratto del settembre 2020, il più costoso del dataset: 630.656 dollari affidati a Tetra Tech EC, Inc., società americana specializzata in servizi ambientali. La descrizione del contratto indica esplicitamente la sostituzione e lo smaltimento dell'AFFF alla Naval Air Station Sigonella.
Seguono altri contratti con la joint venture Valiant/ALCA JV LLC: nel settembre 2024, 104.727 dollari per la bonifica di un'attivazione di emergenza AFFF sull'edificio 408; nel gennaio 2025, 37.529 dollari per le procedure di messa in sicurezza dei sistemi AFFF nell'edificio 406; nel giugno 2025, 356.320 dollari per la rimozione dell'AFFF da serbatoi in acciaio e a vescica situati negli edifici 426, 630, 633, 413, 510 e 408 e dai sistemi a singolo risciacquo; nel settembre 2025, 97.831 dollari per la rimozione e lo smaltimento dall'edificio 406.
Parallelamente a questi lavori, compare anche Relife Recycling S.r.l., impresa italiana di smaltimento rifiuti, aggiudicataria di tre contratti tra il 2023 e il 2026 attraverso la Defense Logistics Agency per lo smaltimento del concentrato AFFF come rifiuto pericoloso.
Cosa ci dicono e cosa non ci dicono questi contratti
I contratti confermano che Sigonella ha mantenuto sistemi AFFF operativi in almeno sette edifici (406, 408, 413, 426, 510, 630, 633) e che la rimozione sistematica è iniziata nel 2020, con attività ancora in corso nel 2026. La schiuma rimossa viene trattata come rifiuto pericoloso.
Il contratto del giugno 2025 descrive la rimozione dell'AFFF da "serbatoi in acciaio e a vescica" e da "sistemi a singolo risciacquo" in sei edifici. La terminologia indica sistemi integrati negli edifici, potenzialmente collegati a reti di scarico interne. Il destino delle acque di risciacquo non è specificato nei documenti pubblici.
Un'analisi comparativa dei contratti ambientali aggiudicati dal Dipartimento della Difesa in Italia su USASpending.gov mostra un divario significativo: le basi di Aviano e Vicenza dispongono di programmi strutturati di monitoraggio ambientale esterno, caratterizzazione del suolo e delle acque sotterranee, e valutazione del rischio, affidati a contractor specializzati e attivi da oltre vent'anni. Per Sigonella, nessun contratto comparabile è presente nel database pubblico: le uniche voci ambientali riguardano la pulizia di uno sversamento di carburante nel 2013, la bonifica del poligono di tiro nel 2014 e le operazioni di rimozione dell'AFFF a partire dal 2020. Non è possibile escludere che attività di monitoraggio esterno esistano ma siano finanziate attraverso canali non presenti nel database, classificate o descritte con terminologia diversa. Tuttavia, la disparità con le altre basi italiane è documentata e rilevante. Ciò che invece è documentato riguarda esclusivamente l'acqua potabile distribuita alla comunità militare: il monitoraggio dell'acqua potabile verifica che l'acqua trattata e distribuita al personale rispetti i limiti di legge prima del consumo, ma non dice nulla sulla presenza di PFAS nel suolo, nei canali di drenaggio, nelle acque superficiali o nella falda nelle aree circostanti la base, che è invece la domanda ambientalmente rilevante per le comunità siciliane che vivono e coltivano in quell'area.
La pagina dedicata ai test PFAS sul sito ufficiale della Marina statunitense certifica che nel novembre 2023 l'acqua potabile di tutti e quattro gli impianti idrici della base (NAS I, NAS II, Villaggio Marinai e NRTF Niscemi) è stata testata per 29 composti PFAS, inclusi PFOA e PFOS, con risultati inferiori al limite minimo di rilevamento in tutti i sistemi. I dettagli del campionamento per NAS I sono documentati nella Relazione sulla Sicurezza dell'Acqua Potabile 2023. La stessa pagina indica che la base aveva già effettuato test PFAS in precedenza, nel 2016 e nel 2020, anch'essi con esito negativo. Il ricampionamento è previsto ogni due anni secondo la politica del Dipartimento della Difesa. I test sono stati condotti con i parametri di riferimento vigenti nel 2023, anteriori ai nuovi limiti massimi fissati dall'EPA nell'aprile 2024 (4 parti per trilione per PFOA e PFOS), che il DoD si è impegnato a recepire progressivamente. I rapporti annuali sulla qualità dell'acqua per il 2024 sono disponibili per tutti e quattro gli impianti: NAS I, NAS II, Villaggio Marinai e NRTF Niscemi. Nessuno dei quattro riporta sezioni PFAS aggiornate: tutti rimandano alla pagina dedicata, che riporta ancora i risultati del campionamento del novembre 2023, l'unico disponibile pubblicamente al momento della pubblicazione di questo articolo.
Il Villaggio Marinai, area residenziale della base con un proprio impianto idrico separato, pubblica anch'esso una relazione annuale distinta. Il rapporto 2022 indica che l'acqua proviene da pozzi di circa 30 metri di profondità all'esterno del perimetro, gestiti dalla società Pizzarotti & C. S.p.A. La profondità inferiore rispetto agli impianti di NAS I e NAS II rende questi pozzi potenzialmente più prossimi alla falda superficiale. Il rapporto 2024 conferma il rientro della violazione per il rame registrata nel 2022 e riporta tutti i parametri nei limiti. Vale la pena notare che nel rapporto 2024 di NAS II sono state rilevate nell'acqua potabile tracce di diclorometano e xilene, entrambi ampiamente sotto i limiti di legge: si tratta di solventi organici volatili tipici di attività industriali e aeronautiche, la cui presenza nell'acquifero è coerente con la storia operativa della base e non costituisce un superamento normativo, ma documenta che l'acquifero da cui la base attinge registra l'impronta delle attività condotte nel sito.
Gli effetti sulla salute: il quadro attuale della ricerca
L'EPA ha formalmente riconosciuto che l'esposizione ai PFAS, anche a livelli bassi, è associata a danni alla salute riproduttiva (tra cui aumento della pressione sanguigna in gravidanza), effetti negativi sullo sviluppo nei bambini (basso peso alla nascita, alterazioni comportamentali, pubertà precoce), aumento del rischio di alcuni tumori (prostata, reni, testicoli), riduzione della risposta immunitaria, interferenza ormonale e aumento del colesterolo.
L'IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) ha classificato il PFOA come cancerogeno del Gruppo 1 (cancerogeno certo per l'uomo) e il PFOS come possibile cancerogeno. Studi su campioni ematici di militari hanno rilevato associazioni tra alti livelli di PFOS e alcune forme tumorali. I PFAS presentano un'emivita biologica che può variare da anni a decenni e la loro presenza è documentata nel latte materno e nel sangue cordonale.
Il problema dello smaltimento nelle acque reflue
Un aspetto rilevante riguarda il destino dell'AFFF una volta che raggiunge i sistemi di drenaggio. Gli impianti di trattamento delle acque reflue non sono progettati per eliminare i PFAS: secondo uno studio del Dipartimento dell'Ambiente del North Carolina, tra l'87 e il 98% del totale dei PFAS in ingresso agli impianti viene scaricato nei corsi d'acqua con le acque depurate in uscita.
A Sigonella, i contratti con Relife Recycling indicano che il concentrato AFFF viene smaltito come rifiuto pericoloso nell'ambito delle operazioni di rimozione documentate. Quello che non è determinabile dalle fonti disponibili è cosa sia avvenuto nel corso di decenni di operazioni ordinarie: sversamenti accidentali, risciacqui dei serbatoi, scarichi residuali dai sistemi. La posizione della base, in una pianura agricola tra Catania e Siracusa sopra una falda acquifera che alimenta irrigazione e pozzi, è un elemento di contesto che rende pertinente la domanda.
Il monitoraggio di ARPA Sicilia: pochi dati, ma significativi
Il quadro normativo italiano in materia di PFAS è in evoluzione. La direttiva europea sull'acqua potabile del 2020 (Direttiva UE 2020/2184) ha fissato limiti per alcune categorie di PFAS, e diverse agenzie regionali per la protezione ambientale hanno avviato campagne di monitoraggio negli ultimi anni. Il punto di partenza istituzionale è il Rapporto 305/2019 di ISPRA, il primo screening nazionale coordinato dal Sistema Nazionale per la Protezione dell'Ambiente, condotto da tutte le ARPA regionali nella primavera del 2018 su mandato del Ministero dell'Ambiente.
Il rapporto è esplicito sui propri limiti: le determinazioni variano in maniera molto rilevante tra le regioni e i risultati non sono comparabili a livello statistico. Per la Sicilia, i numeri sono emblematici della scarsità del monitoraggio: 3 stazioni di acque superficiali e 5 di acque sotterranee, per un totale di 48 determinazioni analitiche sull'intera regione. I risultati per le acque superficiali mostrano una presenza rilevata in una stazione su tre, senza superamento degli standard di qualità ambientale. Nelle acque sotterranee, su 5 stazioni campionate, due presentavano PFOS con un superamento della soglia normativa, e una presentava PFOA. In entrambe le matrici, la Sicilia figura tra le regioni con il minor numero di stazioni monitorate a livello nazionale.
Lo stesso rapporto ISPRA, nelle sue conclusioni, avverte che la densità informativa eterogenea della rete non consente elaborazioni statisticamente significative e che monitoraggi più estesi nel tempo e nello spazio saranno necessari per costruire un quadro attendibile. Sono passati sette anni da quello screening. ARPA Sicilia ha condotto una seconda campagna di monitoraggio nel 2021, i cui dati sono confluiti nell'archivio europeo del PFAS Data Hub: è quanto viene analizzato nella sezione seguente. Al di là di questi due dataset, non risultano ulteriori campagne di monitoraggio PFAS pubblicamente disponibili per la Sicilia.
Il PFAS Data Hub del CNRS, progetto di ricerca europeo che aggrega dati di monitoraggio da 28 paesi, include un dataset fornito da ARPA Sicilia, denominato "IT_2021 - Sicilia - GW and SW", che rappresenta la campagna di monitoraggio più recente pubblicamente accessibile. Il dataset conta 283 misurazioni effettuate nel 2021, di cui 80 georeferenziate, su 16 composti PFAS in acque superficiali e sotterranee della regione.
L'analisi geografica di questo dataset rivela che il punto di campionamento più vicino alla NAS Sigonella si trova a Lentini, a 9,2 chilometri dalla base. ARPA Sicilia ha prelevato campioni di acque superficiali in quel punto quattro volte nel corso del 2021. In due campionamenti su quattro è stato rilevato PFOA (acido perfluoroottanoico, classificato dall'IARC come cancerogeno certo per l'uomo):
- 31 maggio 2021: 8,0 ng/L di PFOA
- 27 settembre 2021: 5,0 ng/L di PFOA
- 21 aprile e 12 luglio 2021: tutti i 16 composti sotto la soglia di rilevamento
Il limite europeo per la somma di 20 composti PFAS nell'acqua destinata al consumo umano, fissato dalla direttiva del 2020, è 100 ng/L. Il PFOA rilevato a Lentini nelle acque superficiali (8 ng/L in maggio, 5 ng/L in settembre) è inferiore a quel limite complessivo, ma va ricordato che si tratta di un singolo composto su 20, rilevato in acque superficiali non trattate, e che i nuovi standard EPA americani fissano per il solo PFOA un limite di 4 ng/L nell'acqua potabile. Va precisato che i limiti per l'acqua potabile non si applicano direttamente alle acque superficiali non trattate, e che le cause della presenza di PFOA in quell'area non possono essere determinate sulla base dei soli dati disponibili. La variabilità stagionale, con rilevamenti positivi in maggio e settembre e negativi in aprile e luglio, suggerisce un apporto discontinuo la cui origine richiederebbe indagini specifiche.
Va sottolineato che i rilevamenti ARPA nelle acque superficiali di Lentini e i risultati negativi dei test interni alla base non si contraddicono: riguardano matrici ambientali diverse. L'acqua potabile della base proviene da pozzi in falda confinata, a circa 45 metri di profondità, trattata con osmosi inversa prima della distribuzione. Le acque superficiali campionate da ARPA a Lentini appartengono a un sistema idrologico distinto. La presenza di PFOA nelle acque superficiali esterne non implica necessariamente contaminazione della falda da cui la base preleva la propria acqua, né viceversa. Stabilire un eventuale nesso richiederebbe campionamenti specifici della falda superficiale nell'area circostante la base, che le fonti pubbliche disponibili non documentano.
Nell'area più ampia entro 50 chilometri dalla base, il dataset ARPA 2021 include altri sedici punti di campionamento, tra cui Augusta (32 km, acque sotterranee, 8 ng/L di PFOA) e Priolo Gargallo (38 km, acque sotterranee, 9 ng/L). Questi ultimi si inseriscono in un contesto industriale petrolchimico storicamente complesso, che rende difficile attribuire la presenza di PFAS a una sorgente specifica.
La gravità di questi dati non sta tanto nei valori in sé, quanto nella scarsità del monitoraggio che li ha prodotti. Per l'intera Sicilia, il dataset 2021 conta 80 misurazioni georeferenziate su tutta la regione. Per confronto, il solo archivio di monitoraggio della Regione Fiandre in Belgio, incluso nello stesso PFAS Data Hub, conta oltre 52.000 misurazioni. Tra il primo screening ISPRA del 2018 e i dati ARPA 2021 disponibili nell'archivio europeo, la copertura territoriale siciliana è rimasta esigua: una densità di campionamento che rende impossibile qualsiasi valutazione dell'estensione reale della contaminazione, e in particolare qualsiasi conclusione sull'area intorno a Sigonella. I dati esistenti non permettono di escludere la contaminazione, ma nemmeno di confermarla.
Rimane la questione strutturale: la protezione giuridica degli accordi SOFA esclude le basi americane dalla giurisdizione ambientale ordinaria italiana. Non esiste un meccanismo che obblighi le autorità militari statunitensi a notificare alle istituzioni italiane l'avvio di operazioni di rimozione di sostanze pericolose. I contratti su USASpending.gov sono paradossalmente la fonte di informazione più accessibile su ciò che avviene all'interno di una base su suolo siciliano.
Il dibattito in Italia e in Europa
In Italia, il dibattito pubblico sui PFAS si è sviluppato principalmente attorno al caso Veneto, dove la Corte d'Assise di Vicenza ha condannato in primo grado, il 26 giugno 2025, undici ex manager di Miteni, ICIG e Mitsubishi per avvelenamento doloso delle acque e disastro ambientale, con pene per un totale di 141 anni di reclusione e risarcimenti milionari per oltre 300 parti civili. La sentenza, già impugnata in appello, riconosce per la prima volta in Italia il carattere doloso della contaminazione da PFAS di una falda acquifera. Le Mamme No PFAS e i movimenti civici veneti hanno portato il tema all'attenzione della magistratura e dell'opinione pubblica nazionale dopo anni di battaglie. Il problema delle basi militari straniere come possibile fonte di contaminazione è rimasto, finora, fuori da questo dibattito.
A livello europeo, uno degli strumenti più utili per orientarsi in questo panorama frammentato è il PFAS Data Hub, progetto di ricerca del CNRS Humanities & Social Sciences. Il portale aggrega oggi oltre 942.000 punti di dati provenienti da 118 dataset differenti, tra cui 92 archivi istituzionali e 15 articoli scientifici, coprendo 12.391 siti presunti di contaminazione, 231 utilizzatori noti di PFAS, 20 impianti di produzione e quasi 930.000 misurazioni. I dati italiani inclusi nell'archivio provengono da ARPA Veneto, ARPA Sicilia, ARPA Lombardia, ARPA Friuli Venezia Giulia e altre agenzie regionali. Il progetto è liberamente consultabile e i dati sono scaricabili, rendendolo uno strumento concreto per giornalisti, ricercatori e cittadini che vogliono valutare l'esposizione PFAS nel loro territorio. La differenza di densità del monitoraggio tra paesi e regioni che emerge dall'archivio è di per sé un dato politicamente rilevante: dice molto su chi ha scelto di guardare e chi no.
Conclusioni
La storia dell'AFFF e dei PFAS nelle basi militari americane rappresenta una delle questioni ambientali e sanitarie più complesse lasciate in eredità dalla Guerra Fredda e dai decenni successivi. Negli Stati Uniti, un processo lento e non ancora concluso ha portato a una maggiore trasparenza: nel 2024, l'EPA ha classificato PFOA e PFOS come sostanze pericolose ai sensi del CERCLA, aprendo la strada a obblighi di risanamento più stringenti, sebbene le scadenze per la bonifica di circa 140 installazioni siano già state rinviate.
Per le basi militari USA all'estero, il percorso verso la trasparenza è ancora più lungo. Gli accordi SOFA creano un regime separato che sottrae queste installazioni alla giurisdizione ambientale dei paesi ospitanti. I contratti pubblici americani, visibili su USASpending.gov, rappresentano la finestra più accessibile su operazioni che hanno ricadute potenziali sull'ambiente e sulla salute pubblica in Sicilia.
Le istituzioni competenti, il Ministero dell'Ambiente, l'ISPRA, la Regione Siciliana e ARPA Sicilia, hanno gli strumenti per fare le domande necessarie. I dati già disponibili nell'archivio europeo del CNRS mostrano presenza di PFOA nelle acque superficiali di Lentini, a meno di dieci chilometri dalla base, in due campionamenti su quattro effettuati nel 2021. La base dichiara nel frattempo, nel proprio rapporto annuale 2023, che la propria acqua potabile interna non presenta PFAS rilevabili: un dato rassicurante per il personale militare, ma che non risponde alle domande sulle acque esterne al perimetro, che sono quelle che riguardano le comunità siciliane.
Quei valori non provano un nesso causale con Sigonella, ma documentano un problema reale in un'area in cui il monitoraggio è stato finora insufficiente a trarre qualsiasi conclusione. I contratti pubblici americani confermano che la base ha operato con sistemi AFFF per decenni e che la rimozione è iniziata solo nel 2020. Mettere insieme queste informazioni e chiedere un monitoraggio sistematico dell'area è un dovere istituzionale, non una scelta discrezionale. Le comunità di Lentini e dei comuni limitrofi meritano risposte concrete su ciò che scorre nelle acque della pianura catanese.
L'inquinamento nella base USA di Okinawa in Giappone
Una schiuma bianca esce dai tombini: contiene PFAS
https://www.peacelink.it/ecologia/a/51294.html
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