Le emissioni di un'esercitazione nucleare
Dal 13 al 20 ottobre 2026 la NATO simula sui cieli italiani l'impiego delle bombe nucleari statunitensi. Quattro giornate di volo, circa sessanta aerei, un reticolo di corridoi che collega Ghedi, Aviano, Amendola, Gioia del Colle e Trapani al Tirreno centrale. Tutto questo ha un costo climatico che nessuna statistica ufficiale registrerà.
In questo articolo proviamo a stimare le emissioni di Steadfast Noon 2026, spiegare perché le emissioni militari restano fuori dai conti ufficiali, e a chiederci che cosa significherebbe, per l'ambiente e per chi vive in Lombardia, se la prova diventasse realtà.
Quanto emette una prova generale
La nostra stima centrale è di circa 15.000 tonnellate di CO2, con un intervallo plausibile tra 7.000 e 24.000 tonnellate. Nessuno pubblica i dati reali: la NATO non dichiara le ore di volo e ogni Paese paga e consuma per conto proprio. Per questa stima, che resta approssimativa, abbiamo preso in considerazione le ore di volo, moltiplicate per il carburante bruciato in un'ora, moltiplicate per 3,16 (fattore standard dell'ICAO - International Civil Aviation Organization: ogni chilo di cherosene bruciato in volo produce circa 3,16 chili di CO2).
Le ipotesi:
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Aerei: circa 60. Il supplemento ENAV non indica il numero di velivoli: la stima, basata sulle edizioni precedenti, è del Giornale di Brescia. Nel 2025 la NATO aveva dichiarato circa 70 aerei di 14 Paesi. Ipotizziamo circa 45 caccia e 15 velivoli di supporto (aerei cisterna, radar volanti AWACS, comando e controllo).
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Giornate di volo: quattro (13, 14, 16 e 20 ottobre), con finestre di cinque ore secondo il supplemento AIP AIRAC S56/26 pubblicato da ENAV il 20 agosto 2026.
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Ore di volo: per i caccia una missione di circa due ore e mezza al giorno, considerando che il solo trasferimento da Ghedi o Aviano al Tirreno richiede quasi un'ora per tratta. Per i velivoli di supporto circa sette ore al giorno. A questo si aggiungono i voli di schieramento dall'estero e di rientro.
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Consumi: per l'F-35 la stima è di 5.600 litri per ora di volo, contro i 3.500 dell'F-16. Per l'Eurofighter circa 4.500 litri. Per un aereo cisterna KC-135 circa 4,5 tonnellate l'ora. Il carburante che le cisterne passano ai caccia è già contato nei consumi dei caccia.
Abbiamo calcolato tre scenari. In quello più prudente, con circa 650 ore di volo, si bruciano circa 2.300 tonnellate di carburante (2,9 milioni di litri) e si emettono circa 7.400 tonnellate di CO2. Nello scenario centrale, con circa 1.100 ore di volo, il carburante sale a circa 4.650 tonnellate (5,8 milioni di litri) e la CO2 a circa 14.700 tonnellate. Nello scenario più intenso, con circa 1.400 ore di volo, si arriva a circa 7.600 tonnellate di carburante (9,5 milioni di litri) e circa 24.000 tonnellate di CO2.
Quindicimila tonnellate di CO2 equivalgono, in modo approssimativo, alle emissioni annue di circa 10.000 automobili, o di 2.500-3.000 cittadini italiani.
Il conto è per difetto. In quota gli aerei producono anche scie di condensazione e ossidi di azoto, che aggiungono riscaldamento: considerando questi effetti, l'impatto climatico potrebbe avvicinarsi alle 25.000-30.000 tonnellate di CO2 equivalente. Restano fuori le operazioni navali previste dal supplemento ENAV, i mezzi a terra, il funzionamento delle basi e la sovrapposizione con l'esercitazione Mare Aperto 2026. Tutto questo per un’esercitazione.
Le emissioni che non esistono sulla carta
Le emissioni di Steadfast Noon non compariranno in nessun inventario nazionale, perché la rendicontazione delle emissioni militari è volontaria. La Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) obbliga gli Stati industrializzati a dichiarare ogni anno le proprie emissioni, ma lascia ai governi la scelta se includere quelle militari. Molti scelgono di non farlo: il CEOBS, l'osservatorio britannico sui conflitti e l'ambiente, chiama questo vuoto "military emissions gap", ovvero il divario delle emissioni militari.
Il paradosso è evidente in Europa. Un'acciaieria, un cementificio, una compagnia aerea civile devono misurare e dichiarare ogni tonnellata di CO2, e pagarla nel sistema europeo di scambio delle emissioni. Un caccia che vola per un'esercitazione no. Secondo una stima di CEOBS e Scientists for Global Responsibility, le forze armate del mondo sono responsabili di circa il 5,5% delle emissioni globali: più di un grande Paese industriale.
E la situazione sta peggiorando. L'analisi più recente del CEOBS, pubblicata il 7 ottobre 2026 sui dati del 2024, mostra che in 28 Paesi industrializzati la spesa militare è cresciuta dell'11% in un anno, mentre le emissioni militari dichiarate all'ONU sono curiosamente scese del 6%. Più soldi, più esercitazioni, più carburante bruciato, ma meno emissioni sulla carta.
Alcuni casi sono emblematici:
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La Turchia, che ospiterà la COP31, ha speso 25 miliardi di dollari per le forze armate nel 2024 ma dichiara che le emissioni dei suoi mezzi militari sono "non presenti". L'anno prima le classificava come "incluse altrove".
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Irlanda, Giappone e Turchia scrivono nei rapporti nazionali che il carburante militare è conteggiato in categorie civili, ma nelle tabelle dei dati dichiarano le stesse emissioni come inesistenti.
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Undici Paesi, tra cui Stati Uniti, Polonia e Svezia, non hanno dichiarato alcun dato militare.
E l'Italia? Secondo la scheda del CEOBS su militaryemissions.org, basata sull'inventario nazionale inviato all'ONU nel 2026, per il 2024 il nostro Paese ha dichiarato 0,617 milioni di tonnellate di CO2 equivalente di emissioni militari. Si tratta solo di una stima del carburante usato da aerei e navi militari. Le emissioni di basi, caserme ed edifici militari non vengono riportate separatamente e risultano "non presenti"; le operazioni multilaterali sono classificate come "non stimate"; persino il gas serra SF6 usato nei radar degli aerei AWACS viene attribuito alla NATO e non all'Italia. Il giudizio del CEOBS è netto: un divario "molto significativo" nella rendicontazione, e un accesso ai dati scarso. Tutto questo mentre nel 2024 l'Italia ha speso per le forze armate quasi 38 miliardi di dollari, tredicesima al mondo. Per dare un'idea delle proporzioni, la sola settimana di Steadfast Noon, con la nostra stima centrale, varrebbe circa il 2,4% di tutto ciò che l'Italia dichiara in un anno per le proprie forze armate.
Intanto i Paesi NATO si sono impegnati a portare la spesa per difesa e sicurezza al 5% del PIL entro il 2035. Più spesa militare significa più emissioni, che continueranno a restare invisibili finché la loro rendicontazione non diventerà obbligatoria.
E se non fosse una prova?
Quindicimila tonnellate di CO2 per simulare. Ma Steadfast Noon serve a prepararsi a un evento reale, e quell'evento avrebbe conseguenze ambientali di un altro ordine di grandezza, in larga parte irreversibili. Proviamo a immaginare uno scenario volutamente "limitato": non una guerra nucleare globale, ma una scaramuccia nucleare in Europa, con una sola bomba tattica sulla base di Ghedi.
Non è un'ipotesi di fantasia. In una simulazione pubblicata nel 2022 da Archivio Disarmo, le basi di Ghedi e Aviano risultano i primi bersagli in Italia, proprio perché custodiscono le armi nucleari. Chi ospita le bombe diventa il bersaglio.
La bomba. Prendiamo come riferimento un ordigno della stessa classe di quelli custoditi a Ghedi. La B61-12 ha una potenza regolabile fino a circa 50 chilotoni, più di tre volte la bomba di Hiroshima. Contro un obiettivo protetto come i bunker di una base aerea, l'esplosione avverrebbe al suolo o molto vicino al suolo: è il modo che solleva più terra e detriti e produce la ricaduta radioattiva più pesante.
Chi vive intorno. La base si trova a una ventina di chilometri da Brescia, circa duecentomila abitanti, e a meno di cento chilometri da Milano, nel cuore della Pianura Padana, una delle aree più densamente popolate e produttive d'Europa. Uno studio del ministero della Difesa citato da Greenpeace stimava che un attacco alle basi di Ghedi o Aviano coinvolgerebbe nella nube radioattiva da 2 a 10 milioni di persone, a seconda dei venti e della rapidità dei soccorsi. I piani di emergenza per la popolazione, secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano, non sono stati resi pubblici dalla Prefettura di Brescia, per questo PeaceLink ha lanciato una campagna per fare pressione sulle prefetture.
L'inquinamento radioattivo. La ricaduta disperderebbe isotopi che restano per generazioni. Il cesio-137 e lo stronzio-90 si dimezzano in circa trent'anni: dopo un secolo ne resta ancora un decimo, nei suoli agricoli, nell'acqua, nella catena alimentare. Il plutonio-239 ha un tempo di dimezzamento di oltre 24.000 anni. La distruzione dei depositi della base potrebbe inoltre disperdere materiale nucleare delle altre bombe custodite. La Pianura Padana produce una quota rilevante del cibo italiano: terreni contaminati significherebbero filiere agricole compromesse per decenni.
L'inquinamento non radioattivo. Gli incendi brucerebbero depositi di carburante, edifici, capannoni industriali, materiali plastici e chimici, liberando diossine, metalli pesanti, amianto e particolato in un territorio che già oggi convive con gravi contaminazioni industriali e con una delle peggiori qualità dell'aria d'Europa.
Le emissioni. La CO2 prodotta dall'esplosione in sé sarebbe trascurabile. A pesare sarebbero gli incendi: i depositi di carburante della base, gli aerei, gli edifici, le abitazioni di Ghedi, i capannoni e i campi della pianura intorno. Il loro fumo, carico di fuliggine e sostanze tossiche, ristagnerebbe nella Pianura Padana, dove l'aria già oggi fatica a disperdersi, sommando un inquinamento acuto alla ricaduta radioattiva. Non abbiamo i dati per stimarne le tonnellate, ma una cosa è certa: la contabilità delle emissioni sarebbe l'ultimo dei problemi di chi vivesse in quell'area. E nessuno può garantire che una scaramuccia nucleare resti una sola bomba: gli studi di Robock e Toon mostrano che già un conflitto con un centinaio di ordigni basterebbe ad alterare il clima dell'intero pianeta per anni.
Una follia da fermare
Per una sola settimana di prove bruciamo milioni di litri di carburante e immettiamo in atmosfera migliaia di tonnellate di CO2, che nessun inventario ufficiale registrerà. Tutto questo per prepararci a un evento che, se accadesse, contaminerebbe per generazioni la terra su cui viviamo, l'acqua che beviamo e il cibo che mangiamo, e potrebbe alterare il clima dell'intero pianeta.
Non c'è politica climatica credibile che possa convivere con la preparazione di una guerra nucleare. Se teniamo alle nostre vite e al pianeta, il disarmo nucleare non è una questione separata dalla crisi ambientale: ne è una condizione. Due richieste concrete possono partire da qui: rendere obbligatoria la rendicontazione delle emissioni militari, e far aderire l'Italia al Trattato ONU per la proibizione delle armi nucleari (TPAN), in vigore dal 2021 e finora non firmato dal nostro Paese.
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