Tensioni nel mondo accademico e nella ricerca: dal boicottaggio alla reazione (filo)sionista
Nei mesi scorsi, anche in seguito alla diffusa mobilitazione popolare in solidarietà con la causa palestinese, si è assistito a moti spontanei di boicottaggio accademico posti in essere da diverse realtà del mondo scientifico. Ricordiamo qui di seguito giusto alcuni casi che ci sembrano interessanti ed esemplificativi dello spirito che li ha accompagnati.
Appello di ricercatori, tecnici ed amministrativi di EPR4Palestine: la lettera del personale degli Enti pubblici di ricerca è stata rivolta criticamente nei confronti della CoPER, la Consulta dei Presidenti degli Enti di Ricerca, accusandola di aver adottato una politica di doppio standard nei confronti di Israele rispetto alle azioni messe in campo nei confronti delle collaborazioni scientifiche con la Russia. I lavoratori degli Enti Pubblici di Ricerca hanno chiesto di fermare gli accordi di ricerca scientifica anche con Israele perché non vogliono complicità col genocidio sul popolo palestinese. L’appello è nato dopo che la scorsa estate ben 300 ricercatori del CNR si erano ribellati dichiarando la propria indisponibilità a prestare la propria attività intellettuale a studi finalizzati al settore bellico.
Manifesto degli scienziati quantistici per il disarmo: circa 50 fisici quantistici di tutto il mondo si sono uniti per denunciare la militarizzazione nella ricerca e nelle Università, rifiutando di essere strumentalizzati a fini bellici ed impegnandosi a monitorare la situazione. Sembra che diversi di loro abbiano ricevuto pressioni e minacce di sanzioni a seguito della loro posizione, che li hanno indotti poi a ritirare la firma dal Manifesto.
L’appello degli scienziati quantistici segue quello più generale e più folto degli Scienziati contro il riarmo di marzo 2025, che vede fra i suoi esponenti il fisico Carlo Rovelli in opposizione alle politiche di riarmo europeo.
Mozione della SIAC – Società Italiana di Antropologia Culturale, mozione con cui si impegnano i suoi membri a NON collaborare con istituzioni accademiche o culturali israeliane, “finché esse non pongano fine alla loro complicità con il genocidio, l’occupazione militare illegale del Territorio Palestinese Occupato e il regime di apartheid israeliani”.
Delibera del Senato Accademico dell’Università di Bologna: il 23 settembre 2025 il Senato Accademico ha approvato una mozione concernente accordi e relazioni con università, aziende e istituzioni israeliane. In realtà, non c’è alcun meccanismo automatico ad esito della delibera, ma si prevede un’istruttoria accurata basata sul concetto di due diligence, concentrandosi in particolare a valutare la presenza di collaborazioni in ambito dual use. Ad esito dell’istruttoria non è stata riscontrata nessuna collaborazione sensibile, per cui l’Ateneo ha proceduto a confermare tutte le collaborazioni in essere con i partner israeliani.
Ma in qualche modo il contenuto della delibera deve aver urtato la suscettibilità di qualche sionista e/o filosionista. Già perché in questi giorni circola in Ateneo un documento di proposta del CdA di UNIBO che rimette in discussione la delibera di settembre del Senato, ridimensionandone ancor di più la portata, già di per sé ridotta.
Se fino alla scorsa estate i difensori degli accordi con Israele basavano il loro ragionamento sul tema della libertà accademica e sulla libertà della ricerca, tentando di far leva anche sulla supposta neutralità della scienza rispetto alle implicazioni politiche, dopo le imponenti mobilitazioni popolari e dopo le diffuse azioni di boicottaggio accademico è stato più chiaro che era proprio quella l’espressione più autentica della libertà di docenti e ricercatori: non collaborare con lo Stato che sta compiendo un genocidio. Ed allora la risposta (filo)sionista si è spostata su un piano diverso, fatto di minacce di eventuali sanzioni e contenziosi che potevano scaturire dalle scelte di sospendere gli accordi, paventando anche profili di responsabilità personale per chi aveva assunto e votato per quelle decisioni.
Evidentemente, negli ultimi mesi sono venuti al pettine i nodi relativi ad alcune collaborazioni e la governance ha preferito correre ai ripari per tenere in vita più accordi possibili con i partner israeliani. Ed i continui attacchi del Governo, anche a seguito del NO del Dipartimento di Filosofia al corso di laurea per gli allievi dell’Accademia militare di Modena, devono aver sortito qualche effetto sulla governance, magari insieme alle pressioni interne all’Ateneo delle frange (filo)sioniste. La prospettiva in UNIBO è quella di una clamorosa retromarcia rispetto a quanto deliberato a settembre dal Senato accademico e restringendo ancor di più i casi in cui vietare gli accordi con i partner israeliani. Si è arrivato persino a fare pressione sui singoli rappresentanti negli Organi accademici, spesso studenti, sventolando l’ipotesi di poter essere chiamati in causa per la decisione presa in caso di contenzioso con qualche partner israeliano.
Quello che alcuni di questi casi suggeriscono è un generale clima di tensione fra gruppi di interessi che si contrappongono nell’arena accademica e della ricerca. Da una parte chi cerca di porre la questione etica e morale proponendo azioni di boicottaggio accademico, dall’altra gruppi di docenti o ricercatori che, nascondendosi dietro la libertà della ricerca o dell’insegnamento o dietro la neutralità della scienza e della collaborazione accademica come strumento di dialogo fra i popoli, in realtà mettono in atto un pericoloso doppio standard, perché ai tempi della chiusura della partnership con la Russia non hanno mosso un dito. E sullo sfondo pressioni ed influenze che arrivano dall’esterno tramite il canale governativo o attraverso le lobby sioniste con minacce di sanzioni, di contenzioso ed altre tipologie su cui far leva.
Ma tali esempi portano alla ribalta anche un nodo imprescindibile: la partita non può essere giocata solo all’interno di un singolo Ateneo, di un Dipartimento o di un Ente di ricerca.
Sempre più emerge come anche in presenza di decisioni prese da un’istituzione accademica o di ricerca, le stesse vengono messe in discussione alla luce del contesto più ampio, e cioé gli accordi di cooperazione nazionali o le politiche di collaborazione portate avanti come Unione Europea nei confronti di Israele.
E non è un caso che proprio in questi giorni sia stata avviata la raccolta firme per chiedere la sospensione totale dell’accordo di associazione UE-Israele in ragione della sistematica violazione dei diritti umani a Gaza e in Cisgiordania.
Proprio la continuità di questo accordo e la mancanza di sanzioni dell’UE nei confronti di Israele aprono lo spazio ai sionisti israeliani che, minacciando di porre in essere forme di contenzioso, inducono università ed enti di ricerca a mantenere le collaborazioni con Israele: https://www.justiceforpalestine.eu/it; https://citizens-initiative.europa.eu/initiatives/details/2025/000005_it.
In Italia, ad esempio, per dare una risposta sistemica al tema del boicottaggio culturale ed accademico, è stata avviata la campagna LA CONOSCENZA NON MARCIA, che si propone di produrre uno strumento normativo che vieti per legge le collaborazioni accademiche con Paesi che come Israele sono incriminati per genocidio dalla Corte Internazionale di Giustizia.
Giuseppe Curcio, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
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