Lettera di un’attivista per la Palestina

Il sottile il confine tra solidarietà e protagonismo

Questa riflessione sulle contraddizioni dell’attivismo è l’espressione di un conflitto interiore che ho attraversato in modo concreto durante la mia esperienza con la Freedom Flotilla, sulla nave Conscience, che nell’ottobre 2025 è salpata con l’obiettivo di rompere l’assedio di Gaza.
8 febbraio 2026
Elisabeth Di Luca (attivista per la Palestina)

Il movimento pro-Palestina, come qualsiasi movimento che si propone di scardinare il potere capitalista e coloniale, opera all’interno delle stesse infrastrutture materiali e simboliche del potere che critica, perché la lotta non avviene in uno spazio neutro, ma in un terreno già plasmato dal sistema che si vorrebbe abbattere.

E così, anche se molti movimenti nascono con l’intento di rifiutare gerarchie, centralità e protagonismi, finiscono per riprodurli sotto altre forme: l’orizzontalità senza una struttura genera leadership informali; l’assenza di strategie di lungo periodo lascia spazio all’ego e all’individualismo neoliberale; spesso vengono riprodotte divisioni patriarcali; si opera quasi sempre dentro piattaforme capitalistiche che premiano la visibilità e trasformano il conflitto politico in conflitto identitario e morale, il tutto secondo una temporalità accelerata che impedisce l’accumulazione di forza, memoria e organizzazione.

La lotta diventa quindi performance, identità, capitale simbolico. In questo quadro, l’empatia rischia di diventare un sostituto dell’analisi politica, e la solidarietà una messa in scena che non mette realmente in discussione i rapporti di potere. Alcune imbarcazioni della Global Sumud Flotilla a Siracusa

Questa riflessione sulle contraddizioni dell’attivismo è l’espressione di un conflitto interiore che ho attraversato in modo concreto durante la mia esperienza con la Freedom Flotilla, sulla nave Conscience, che nell’ottobre 2025 è salpata con l’obiettivo di rompere l’assedio di Gaza non solo attraverso la consegna di aiuti, ma portando a bordo figure dell’emergenza — sanitarie, educative, umanitarie e di testimonianza — pronte a lavorare sul campo, affiancando chi opera sotto assedio.

Guardarsi dentro come atto politico

Durante il mio viaggio verso Otranto, il porto da cui sarebbe salpata la nave Conscience, il tema del privilegio si è imposto con forza come esperienza quotidiana, reso evidente dalla possibilità di rinunciare: il privilegio di poter scegliere se partire o restare, ma anche di poteravere paura per la prima volta di cose che, per altre persone, sono una condizione permanente: deportazione, traversata, disagio fisico.

È lì che si è palesata per me la necessità di non agire più solamente da una posizione di empatia: l’attivismo oggi deve muoversi a partire dalla messa in discussione del privilegio e delle responsabilità che esso comporta.

La messa a fuoco del privilegio, però, non si può limitare a un’intuizione teorica. Va attuata nell’osservazione di come esso agisce nella pratica quotidiana. Scrivere il diario è stato il modo per trasformare questa consapevolezza in osservazione pratica.

Ma senza volerlo, questo lavoro di osservazione interiore mi ha permesso di rendermi conto di quanto sia sottile il confine tra solidarietà e protagonismo. Mi sono sorpresa più volte a pensare che avrei potuto fare meglio dell’altro, incidere maggiormente. Pensieri che possono anche nascere da reali capacità e da un sincero desiderio di aiutare, ma che spesso nascondono un’altra voce: quella dell’ego, cresciuto in una cultura che ci ha insegnato a primeggiare, a distinguerci, a essere visibili.

Così ho iniziato a interrogarmi non su quanto stessi facendo, ma su da dove. Capire quando l’azione nasce dall’urgenza di sostenere una lotta e quando dal bisogno di sentirmi necessaria, cercando di mettere realmente in pratica ciò in cui credo: la Palestina non ha bisogno di essere salvata. Noi, in quanto privilegiate, possiamo al massimo amplificare una voce che esiste già e che viene silenziata. Questo è il principio chiave della Freedom Flotilla.

La Freedom Flotilla Coalition: amplificare la voce palestinese

La Freedom Flotilla Coalition (FFC) è un movimento di solidarietà dal basso, nato dal Free Gaza Movement, fondato nel 2006, e ampliato nel 2010 in una coalizione internazionale di campagne provenienti da diverse parti del mondo, che collaborano con l’obiettivo di porre fine al blocco illegale su Gaza.

La FFC non ha la pretesa di guidare né di rappresentare il popolo palestinese, ma si fonda su un principio fondamentale: la leadership del movimento di liberazione appartiene ai palestinesi. Il rifiuto esplicito del protagonismo occidentale è uno dei suoi aspetti più radicali.

Le missioni vengono infatti spesso avviate su richiesta di gruppi della società civile di Gaza e di realtà palestinesi attive nei diversi territori, attraverso collaborazioni con partner locali e il sostegno diretto a iniziative palestinesi.

Lo scopo è amplificare la voce palestinese, attraverso una visibilità che non rappresenta un capitale individuale né il branding del movimento, ma una funzione politica temporanea e strumentale, per rendere evidente l’illegalità strutturale del blocco.

Attraverso missioni nonviolente guidate da civili, i comportamenti violenti e illegali delle forze di occupazione israeliane si palesano. Le risposte ostili di Israele riflettono la brutalità inflitta quotidianamente ai civili di Gaza, e questo permette la rivelazione del sistema di potere, costretto a mostrarsi nella sua brutalità. Questo decentramento non è simbolico, ma una scelta politica che spesso entra in tensione con molte pratiche dell’attivismo occidentale.

Decentrarsi: una pratica politica

Agire liberi dalle dinamiche coloniali ed essere testimoni senza appropriarsi del trauma altrui è difficile per chi è cresciuta in una cultura coloniale e individualista. Ma è imprescindibile per non riprodurre, dentro la lotta, le stesse logiche di dominio che si vogliono combattere.

E questa riflessione va al di là del movimento pro-Palestina, perché riguarda il modo in cui la solidarietà del Nord globale costruisce leadership e narrazioni politiche. Soprattutto, riguarda l’incapacità di accettare profondamente che il nostro contributo non sia sempre centrale né indispensabile.

Per la maggioranza globale, la lotta non è una scelta, ma una necessità imposta da un sistema che ci avvantaggia. Per questo, il nostro sostegno deve essere accessorio, non protagonista. Forse dovremmo smettere di chiederci se stiamo facendo abbastanza, e iniziare a chiederci se stiamo lasciando abbastanza spazio. Siamo disposte a rinunciare alla visibilità, alla gratificazione e alla centralità? Siamo capaci di costruire movimenti che non abbiano bisogno di eroi, ma di processi collettivi, lenti e articolati?

Non basta opporsi al sistema nei contenuti, se le forme della nostra azione continuano a riprodurne le logiche. La sfida è tutta lì, ed è una sfida che inizia da come scegliamo di stare nella lotta — e, a volte, anche da come scegliamo di fare un passo indietro, decentrandoci.

Non come mero gesto simbolico, ma attraverso una pratica politica che mette in discussione chi siamo e il nostro modo di agire.

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