Per qualche dollaro in più
L'ultimo esempio è stato quello del Chad. Il paese africano - «ricco» di petrolio - ha chiesto alla Chevron un aumento delle tasse che la compagnia dovrebbe pagare per sfruttare i giacimenti. Si è scatenato un putiferio; solo la convenienza di questo investimento ha convinto - alla fine - la Chevron a pagare di più il governo. Ma i casi si moltiplicano, tanto che le multinazionali cominciano a denunciare i «padroni» di questa loro unica risorsa, accusandoli di rivedere in corsa i contratti già stipulati, salvo il loro allontanamento.
La voce è comune e trasversale: si sono alterati anche i manager dell'italiana Eni, quelli della spagnola Repsol, i burocrati di stato della compagnia brasiliana Petrobras, il multimiliardiaro della ExxonMobil, Rex Tillerson. Contro l'ipotesi di dovere pagare maggiorato l'oro nero o il gas, non volendo considerare che, in questi paesi, la popolazione vive su queste ricchezze, ma guadagna circa un dollaro al giorno. Il caso della Nigeria (dove stabilmente vengono sequestrati i tecnici di queste ditte, ultimo quello dell'Eni); il caso della Bolivia o del Venezuela prima che vincessero le elezioni Evo Morales o Hugo Chavez.
La stampa internazionale o il mondo industriale si sono sollevati - all'unisono - quando Morales ha presidiato gli stabilimenti con l'esercito. Il capo della ExxonMobil ha minacciato di lasciare il Venezuela qualora questo goverono avesse continuatoe a pretendere una revisione dei contratti firmati nel 1997. Una situazione che riguarda anche il «nostro» gruppo - l'Eni - che ha delle estrazioni nei campi di Corocoro e del Golfo de Paria Este.
Anche la Russia è accusata di cambiare le carte e nella disputa, non c'è solo il monopolio esercitato dalla Gazprom, ma il futuro dei campi di Sakhalin dove si posssono estrarre già estrarre fino a 250 mila barili al giorno. Guai a parlare, viceversa, di joint venture come ha fatto all'ultima riunione dell'Opec (Organizzazione dei paesi produttori, a Vienna,il ministro dell'energia Alì Rodriguez. (ma. ga)
Articoli correlati
Lo scontro con l'Iran fa aumentare i profitti del comparto petrolifero americanoIl prezzo del barile aumenta e Trump spinge sull'acceleratore della guerra
Gli USA non sono più un grande importatore di petrolio, ma il primo esportatore mondiale. Per questo Trump punta con la guerra sul rialzo dei prezzi petroliferi. Per noi pacifisti è importante far comprendere che i profitti delle multinazionali energetiche statunitensi sono legati a questa guerra.2 marzo 2026 - Redazione PeaceLink
Un golpe colonialeVenezuela: il regno della forza che spazza via quello della legge
Il cambiamento di regime con la forza a Caracas si colloca certo nella lunga storia della violenza contro i paesi sfortunatamente collocati a sud del Rio Grande8 gennaio 2026 - Fabrizio Tonello
Le incognite sul petrolio venezuelano e la transizione ecologicaCol Venezuela, gli Stati Uniti stanno costruendo un impero fossile
Secondo Bloomberg, Trump sta costruendo il suo impero del petrolio, capace di controllare il 40% della produzione mondiale. Ci riuscirà?8 gennaio 2026 - Lorenzo Tecleme
Il petrolio e gli investimenti cinesi in America latina tra i veri motivi dell'aggressioneSul Venezuela il Plan Cóndor del XXI secolo
A rischio non è solo l’indipendenza del Venezuela, ma la stabilità dell’intera regione sudamericana e caraibica, divenuta funzionale a Trump a livello geopolitico, economico e territoriale5 gennaio 2026 - David Lifodi
Sociale.network