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Temiamo il cambiamento climatico, non i nostri nemici

5 febbraio 2007 - Robert Fisk
Fonte: The Indipendent - 20 gennaio 2007

20 Gennaio 07 [The Independent UK] - Era un avvertimento. Ovviamente malmesso, dopo oltre 50 anni: un home-video a colori girato da mia madre. Ma a dire il colore è più che altro bianco. Bill Fisk, il 57enne tesoriere del distretto di Maidstone, si trova nel giardino della nostra casa con la sua lunga giacca nera da ufficio, portando, come sempre, la sua cravatta di reggimento della Prima Guerra Mondiale, e lancia palle di neve a suo figlio. Io ho 10 anni, e sono in pantaloncini sebbene abbia la neve fin sopra la vita. Dovevano esserci due metri di neve nel giardino. Si può vedere persino la condensazione dalla mia bocca. Ovviamente mia madre non appare nel video. E' nella neve dietro a mio padre. 46 anni, figlia di proprietari di un caffé che ogni Santo Stefano ospitano la mia famiglia e quella di mia zia con un enorme pranzo e uno schioppettante fuoco da legna. A quel tempo era davvero freddo.

Penso fu Andrew Marr, allora curatore dell'Independent, che mi fece pensare per la prima volta a quel che stava avvenendo. Era un estate dal caldo soffocante ed ero appena arrivato a Londra da Beirut e commentai che non c'era molta differenza nella temperatura. E Andrew si girò e puntò verso la città: "Qualcosa non va con quel maledetto clima", tuonò. E, ovviamente, aveva ragione.

Ora lo riconosco in silenzio: le grandi tempeste che si scatenano in Europa, la strana turbolenza che i miei piloti sperimentano sopra l'Atlantico. Poiché non ho mai viaggiato così lontano o così frequentemente, mi sono reso conto che alla fine dell'anno c'erano 15 gradi a Toronto e a Montreal: un "natale primaverile", annunciano i giornali canadesi in una terra nota per la sua tundra. A Denver, l'aeroporto è bloccato dalle cadute di neve. Sono ritornato in Libano per scoprire che era caduta così poca neve che buona parte del colore del Monte Sannine sopra la mia casa è un grigio pietra, con appena un rivestimento di bianco sulla cima. La neve è profonda a Gerusalemme. A Beirut manca l'acqua.

Com'è casuale in modo in cui ci si presentano questi avvertimenti! Com'è casuale il modo in cui rispondiamo. Sospetto che la maggior parte delle persone si senta così spodestata dal potere politico - così priva di speranza quando affronta una tragedia mondiale - che non possa far altro che guardare, in rabbia e angoscia crescenti. I livelli dell'acqua negli oceani del mondo potrebbero aumentare di 20 piedi, ci viene detto. E calcolo che, a Beirut, il Mediterraneo -- grazie al duro clima -- si frangerà sul muro del mio balcone al secondo piano.

Sprofondo nel mio letto, perché le notti sono stranamente umide, e leggo con la luce del comodino un avvincente Hans von Sponeck, un doloroso resoconto dei suoi anni come Coordinatore Umanitario delle Nazioni Unite per l'Iraq, A Different Kind of War, un'analisi delle malvagie e criminali sanzioni imposte al popolo iracheno tra il 1990 e il 2003. Ecco, per esempio, quello che Sergei Lavrov, l'ambasciatore russo alle Nazioni Unite, ha scritto nel marzo 2003: "... la scala della catastrofe umanitaria in Iraq sta conducendo inesorabilmente alla disintegrazione dello stesso tessuto della società civile". Era "una situazione dove un'intera generazione di Iracheni è stata oppressa fisicamente e moralmente". L'ambasciatore francese alle Nazioni Unite, Alain Dejammet, ha parlato similmente della "assai grave crisi umanitaria in Iraq", un crimine che alla fine avrebbe persuaso von Sponeck a dimettersi.

Un altro avvertimento. Ricordo come von Sponeck mi disse le stesse parole a Baghdad. Così fece Denis Halliday, il suo predecessore. Ma quando Peter Hain - ora così disperatamente ansioso di prendere le distanza dalle politiche Usa in Iraq - fu interpellato, disse che Von Sponeck e Halliday "ovviamente non erano gli uomini giusti per quel lavoro". James Rubin, che allora si manteneva facendo il portavoce di Madeleine Albright, disse che Von Sponech "è pagato per lavorare, non per parlare".

Ed ecco che abbiamo tutti gli avvertimenti. Pensavamo davvero che dopo averli impoveriti e aver devastato tanti dei loro bambini; dopo che una generazione di Iracheni è stata "fisicamente e moralmente oppressa", essi avrebbero accolto la nostra "liberazione"? Da queste macerie dell'Iraq erano destinate a nascere le insorgenze e gli odi che stanno distruggendo il suo popolo e la presidenza di George W. Bush e il premierato di Tony Blair.

Ma loro cosa ci raccontano? Vogliono farci sentire ancora terrorizzati. Terrore, terrore, terrore. Ora abbiamo un Dottor Morte, il nostro Segretario degli Interni, secondo cui la Guerra al Terrore potrebbe durare quanto la Guerra Fredda. Recentemente, è stata la nostra Principessa della Paura in carica ai servizi di spionaggi a dire che la Guerra al Terrore potrebbe durare "una generazione". Allora, cosa sono 30 anni? O 60, come ha affermato il Dottor Morte? Bush ha dichiarato che potrebbe durare "per sempre": certamente un obbiettivo ambizioso per un ex governatore-boia.

Quel che sanno questi uomini, ovviamente, mentre blaterano sui nostri "valori", è che l'unico modo per diminuire il rischio di attacchi a Londra o Washington è adottare una politica morale e giusta verso il Medio Oriente. Non farlo - e i Blair e i Bush ovviamente non hanno alcuna intenzione di farlo - significa essere bombardati di nuovo. E le parole del Dottor Morte non erano un avvertimento. Non volevo prepararci per il futuro. Volevano far sì che potessero dire "ve l'avevamo detto" quando il prossimi saccopelisti assassini si faranno saltare nel sistema metropolitano di Londra. E poi ci diranno che abbiamo bisogno di una legislazione ancora più dura. E dovremo preoccuparci.

Sì, dobbiamo avere paura. Dobbiamo alzarci ogni mattina nel terrore. Dobbiamo affidare tutto il nostro sistema politico ad una macchina del terrore. La società organizzata deve ruotare attorno alla nostra paura. Come i terrorologisti di vecchia data - i Claire Sterling e i Brian Crozier di questo mondo che ci parlano di migliaia di terroristi, "bande di praticanti professionisti che dispensando morte violenta", tutti addestrati a Cuba, in Corea del Nord, l'Unione Sovietica e l'Europa Orientale - il Dottor Morte e Lord Blair di Kut al-Amara e l'ex segretario agli esteri Jack "Il Velo" Straw (vi ricordate di lui"?) vogliono che viviamo nella paura. Vogliono che ci preoccupiamo.

Penso che dovremmo preoccuparci - di quello che stiamo facendo al nostro pianeta. Ma non dovremmo preoccuparci dei nostri nemici attorno al globo. Torneranno. La nostra occupazione occidentale di cotante terre arabe ci ha assicurato questo destino. Ma se possiamo porre fine ora all'ingiustizia in Medio Oriente, i 60 anni del Dottor Morte potrebbero finire prima che lasci l'incarico. Speriamo.

Nel frattempo, osserviamo il mondo e il clima e le turbolenze ad alta quota. E ricordatevi della neve a Maidstone.

Note:

Traduzione a cura di Carlo Martini per www.radioforpeace.info e www.peacelink.it

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