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Stupefacenti ingegneri solari scalzi. E donne

17 luglio 2007
Marinella Correggia
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Chennamma e Yelamma facevano le spaccapietre nello stato indiano dell'Andhra Pradesh. Difficile immaginare un lavoro più duro, un simbolo più adatto a indicare l'ingiustizia mondiale nella distribuzione della fatica.
Ma le storie di riscatto esistono. Adesso, le due ex spaccapietre praticamente analfabete lavorano come «ingegneri solari scalzi». Nei loro colorati sari di cotone assemblano e manutengono lampade fotovoltaiche, aiutando a illuminare in modo sostenibile i villaggi dell'Andhra Pradesh, zone che hanno conosciuto la tragedia dei tanti suicidi per disperazione fra i contadini. Chennamma e le altre si sono anche consorziate nella Women Barefoot Engineers Association (Wbsea). Di lavoro ce n'è: dei 586.000 villaggi indiani, oltre 140.000 devono ancora essere elettrificati e soprattutto in aree remote è costoso e difficile far arrivare i cavi. Il sole invece c'è ovunque. L'Andhra Pradesh Tribal Power Company, creata dal governo dello stato per realizzare progetti energetici nelle zone tribali, ha commissionato alla Wbsea la fornitura di energia solare nei villaggi di Pusalapalem e Thamingula, per oltre 120 nuclei familiari. Ogni unità è in grado di far accendere due lampadine, un ventilatore e perfino una tivù in bianco e nero per cinque ore al giorno. Il costo dell'installazione e quello ricorrente della manutenzione è così basso che ottanta famiglie hanno pagato sull'unghia, 18 in parte e le altre hanno contratto un prestito con il comitato di villaggio per l'energia e l'ambiente. Chennamma e le altre hanno inoltre formato donne del posto per la manutenzione; e guadagnano abbastanza bene per questo genere di lavori che il settore pubblico affida loro.
Ma com'è avvenuto il miracolo? Le donne hanno imparato a fabbricare collegare e installare sistemi solari a basso costo e piccoli circuiti solari nei laboratori della Social Work Research Unit del Barefoot College (potremmo tradurre: università a piedi scalzi) di Tilonia, Rajasthan. Il College è un centro di formazione per il miglioramento della vita rurale che dal 1972 insegna in India e in altri paesi a persone anche analfabete tecnologie innovative in molti settori essenziali - energia solare, raccolta di acqua piovana, potabilizzazione, educazione delle ragazze, salute e igiene, habitat, lavoro, preservazione comunitaria degli ecosistemi. Come spiegano gli stessi animatori del College (www.barefootcollege.org), «crediamo che la soluzione ai problemi rurali risieda nelle comunità», e «il nostro è un posto dove non si danno lauree e certificati perché nello sviluppo rurale non ci sono esperti titolati ma solo persone capaci di fare. Si spendono miliardi di dollari ogni anno in nome dei poveri e dei servizi di base a cui essi hanno diritto per soddisfare bisogni vitali. Ma organizzazioni, istituti, donatori occupano a questo scopo persone delle città e laureate che costano moltissimo» (molto di più se sono «esperti» di pelle bianca, ndr); «in questo modo ci sarà sempre l'interesse a mantenere le popolazioni rurali nella povertà, per poter perpetuare questo business che alimenta migliaia di posti di lavoro. E invece, esistono nei villaggi moltissime persone la cui saggezza, sapere, competenze non sono identificati né aiutati perché non hanno un'istruzione formale». Nell'uso dell'energia solare per l'illuminazione, la cottura dei cibi, il riscaldamento dell'acqua, fra i tanti destinatari dei corsi ci sono stati cinque villaggi afgani. Ogni villaggio ha selezionato i futuri «ingegneri» (anche tre donne, un fatto straordinario!) e li ha mandati a imparare per sei mesi in India. Sono tornati e tornate e in un mese hanno realizzato 5 laboratori e 124 case elettrificate. Così anche in Afghanistan è nata l'associazione degli ingegneri scalzi.
Il campus del College (che ha anche sedi decentrate) è stato realizzato negli anni '80 con materiali locali ed economici sotto la responsabilità di Bhanwar Jat, contadino analfabeta di Tilonia, e da 12 altri «architetti di villaggio».

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