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    Mangimi transgenici. Il caso Parmigiano

    Gli animali ruminano per noi e ogni anno 20 milioni di tonnellate di Ogm entrano di soppiatto nella catena alimentare europea. Un’insidia anche per le produzioni più apprezzate d’Italia. Il caso del Consorzio Parmigiano Reggiano, che ancora nutre le sue mucche con soia geneticamente modificata
    25 luglio 2007 - Federica Ferraio (Responsabile Campagna Ogm Greenpeace Italia)
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    Lo scorso febbraio Greenpeaceha depositato un serpentone di 500 metri davanti alla sede della Commissione europea. Era composto dalla petizione firmata da oltre un milione di cittadini europei per chiedere l’etichettatura obbligatoria di latte, carne, uova e formaggi derivanti da animali nutriti con Ogm. Perché? Si possono percorrere per ore le corsie di supermercati e negozi,ma non si riesce a trovare, in Italia, un solo prodotto che riporti in etichetta la presenza di Ogm fra gli ingredienti. Già, perché nessuno li vuole e le aziende alimentari si sono affrettate ad eliminarli dagli ingredienti dei prodotti a diretto consumo umano. Pericolo scampato? Non é così.
    Ogni anno 20 milioni di tonnellate di Ogm continuano a entrare nella catena alimentare degli europei, a nostra insaputa e senza poter neppure esercitare il diritto di scelta. Gli Ogm prendono la strada dei mangimi animali, e qui ne perdiamo le tracce: mentre sull’etichetta dei mangimi viene riportata l’origine transgenica, una volta usati per l’alimentazione degli animali scompaiono per magia agli occhi dei consumatori.
    Macome nelle addizioni, il risultato non cambia. Sia che gli Ogm vengano utilizzati per prodotti a diretto consumo umano, che nei mangimi, i pericoli rimangono gli stessi. Il rilascio in natura di Ogm può produrre effetti irreversibili sugli ecosistemi. Gli Ogm sono organismi viventi e possono riprodursi, moltiplicarsi e diffondersi, sfuggendo a qualsiasi controllo. Sulla sicurezza degli Ogm per l’alimentazione umana e animale poi, sussistono seri dubbi e ci sono sempre nuove evidenze che gli Ogm non vengono adeguatamente testati sul piano della sicurezza alimentare. La maggior parte delle ricerche più recenti si limitano a studi di breve periodo, realizzati direttamente o in collaborazione con le stesse aziende biotech. In molti di questi studi, vengono osservate importanti differenze nella composizione della piante Ogmrispetto a quelle non-Ogm (es. contenuto vitaminico), e nelle risposte degli animali che se ne nutrono (es. livello di glucosio, dimensione degli organi), fino ad arrivare a segni di tossicità per fegato e reni come nel caso di un mais della Monsanto (il MON863), ma spesso queste osservazioni vengono definite «non di rilevanza biologica» dalle aziende biotech e, poco dopo, anche dalle autorità competenti, come l’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare), che dovrebbero vigilare sulla sicurezza dei consumatori. Per questo motivo, i regolamenti sull’approvazione degli Ogm risultano in molti casi un fallimento completo. Non si hanno quindi certezze sulla sicurezza degli Ogm. E questo si riflette in una continua controversia a livello scientifico e politico.
    Gli Ogm, nel loro percorso di conquista, sono arrivati a insinuarsi anche in alcune delle produzioni più apprezzate del mercato italiano, un caso emblematico é quello del Parmigiano- Reggiano. Negli ultimi anni infatti, fra i foraggi naturali e di produzione locale, si è insinuata la soia transgenica della Monsanto - la Roundup Ready, in grado di sopportare massicce dosi di erbicida Roundup. Questa soia è diventata parte integrante dell’alimentazione dei bovini che forniscono il latte ai caseifici del Parmigiano: una trappola, che mette a rischio sia la qualità che il futuro di uno dei formaggi più amati e apprezzati, e una beffa per produttori, consumatori e per il settore agroalimentare italiano.
    Mentre sono sempre di più i prodotti e i produttori italiani che escludono l’uso di Ogm in tutti i passaggi della produzione, sia negli ingredienti che nei mangimi animali (Trentingrana e Fontina sono solo alcuni dei tanti esempi) il Consorzio del Parmigiano- Reggiano, uno dei formaggi più apprezzati al mondo, non ha compiuto nessun passo significativo per evitare il problema. Il disciplinare di produzione non esclude l’impiego di mangimi contenenti Ogm. Significa che ogni giorno, le bovine che producono il latte, che verrà poi conferito ai caseifici aderenti al Consorzio, si nutrono con soiaOgm.Greenpeace ha lanciato una nuova campagna in proposito, e attraverso il sito www.parmigiaNOgm.it, oltre 9.000 lettere sono già state recapitate al Consorzio.
    Come già dimostrato dagli stessi produttori, le alternative agli Ogm ci sono. Infatti, non tutta l’attuale produzione di Parmigiano-Reggiano è toccata dagliOgm. La produzione legata all’agricoltura biologica non impiega Ogm e offre ai consumatori un prodotto garantito. Inoltre, diversi allevatori aderenti al Consorzio hanno già espresso la volontà di utilizzare solo mangimi senza Ogm, per poter continuare a produrre un latte sicuro al 100 per cento. Come ci spiega Elena Ronchini, che alle sue 200 frisone, dal 2005, dà solo foraggi prodotti in azienda e mangimi non- Ogm, e che in primavera ha iniziato a vendere le prime 240 forme di ottimo Parmigiano non-Ogm con tanto di certificazione; mentre resta in attesa di una risposta dal Consorzio alla sua richiesta di essere inserita nell’elenco dei produttori di Parmigiano non-Ogm, risposta che non arriva. Eppure la soluzione esiste. Se il «sistema» Parmigiano-Reggiano, guidato dal Consorzio che é un Consorzio di Tutela, si coordinasse per effettuare acquisti di materie prime non- Ogm, disponibili in quantità sufficienti, ad esempio in Brasile, non solo per la produzione del Parmigiano ma per tutto il fabbisogno italiano, le differenze di costo verrebbero assorbite, e le difficoltà legate alla creazione del percorso non-Ogm sarebbero minimizzate. Insomma, è possibile salvaguardare il formaggio senza andare ad impattare sul prezzo finale, perché non farlo?
    L’Emilia-Romagna inoltre, patria del Parmigiano, fa già parte della rete europea delle regioni Ogm-free e - proprio tra queste - la regione francese della Bretagna ha fatto da apripista, avviando accordi commerciali diretti con lo stato del Paranà (Brasile) per acquisti organizzati di soia non transgenica. In un tale contesto, é anche auspicabile la collaborazione dei referenti istituzionali a livello nazionale, ilMinistero di De Castro in primis. Promuovere e sperimentare un nuovo piano proteine su larga scala, lavorare per integrare il sistema attuale con ingredienti proteici alternativi alla soia di importazione, prodotti direttamente in Italia, utilizzando colture quali lupino, erba medica, favino, pisello e altre leguminose che sono tipiche dell’area mediterranea. Consorzio e istituzioni nazionali investono, giustamente, molto tempo e fatica per proteggere il Parmigiano e i prodotti Dop italiani, dai tentativi di imitazione (quali i vari Parmesan, Regianito o Parmesao). Forse é giunta l’ora di farlo in modo più concreto, non solo con i pezzi di carta nei tribunali.

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