Militanti del verde
L’espressione “sviluppo sostenibile”, ormai parte del linguaggio comune, è stata usata per la prima volta in un documento della World Commission for Environment and Development, ed è entrata a pieno titolo nella cultura ambientalista alla Conferenza per l’ambiente di Rio de Janeiro del 1992. È in questa occasione che sono diventati condivisi il principio della limitatezza delle risorse terrestri e il bisogno di trovare alternative al modello di sviluppo occidentale, sia in termini di stile di vita che di soluzioni tecnologiche ecosostenibili. Da allora cos’è successo? La coscienza sui problemi ambientali è maggiore, ma le questioni chiave rimangono irrisolte. Secondo il Rapporto sulle energie rinnovabili 2004 di Legambiente, i consumi energetici degli italiani sono cresciuti del 15 per cento negli ultimi dieci anni, a fronte del 12 per cento della media europea. «Eppure secondo il Protocollo di Kyoto, stilato nel 1997 e ratificato dall’Italia nel 2001, entro il 2010 dovremmo ridurre del 6,5 per cento le nostre emissioni inquinanti. Viceversa, sono aumentate del 7,3 per cento rispetto a quelle dell’anno di partenza, il 1990», ammonisce Andrea Poggio, vicedirettore nazionale di Legambiente. Per fortuna, sono molte e diverse le iniziative che vanno verso un maggiore rispetto della terra e dell’aria. Arrivano dal mondo dell’architettura e dall’imprenditoria, ma anche da quello delle istituzioni più illuminate. Mirano alla riduzione dei consumi con mezzi diversi. Propongono modelli di vita alternativi e soluzioni tecnologiche all’avanguardia. «Occorre che miliardi di persone ridefiniscano in breve tempo i loro progetti di vita», suggerisce il libro-catalogo Quotidiano sostenibile. Scenari di vita urbana di Ezio Manzini e François Jegou (Edizioni Ambiente). E non è detto che ridefinire il proprio stile sia impossibile. Del resto, anche il passaggio dalla società contadina a quella urbana e industriale ha implicato una rivoluzione del modo di pensare, con “masse enormi di contadini che”, si legge nel libro, “relativamente in poco tempo, ridefiniscono il modo di vivere, impostando nuovi progetti”. Ora i tempi richiedono che il maggior numero di persone possibile impari a pensare in modo ecocompatibile. Nelle piccole e grandi scelte quotidiane: dall’acquisto della lavastoviglie a basso consumo all’adozione di forme d’energia rinnovabile (come quella solare termica o fotovoltaica), alla preferenza data alla bicicletta o ai mezzi pubblici rispetto all’automobile. Risultato di uno studio su scala internazionale durato dal 2001 al 2003, la mostra che porta lo stesso titolo del volume, e che sta girando il mondo, raccoglie e rielabora soluzioni scoperte qua e là, in dieci diversi Paesi. Propone soluzioni ecocompatibili, avveniristiche e non, per provare a vivere in modo più “verde”. Si parla di car-sharing (macchine da prendere a noleggio tramite abbonamento), di car-pooling (condivisione dell’automobile), di autobus a chiamata e a percorso personalizzato, ma anche di biciclette e piste ciclabili: tutti esempi di mobilità a basso impatto ambientale. Contro il consumo usa e getta, c’è la “clinica degli oggetti”, con una zona attrezzata per la manutenzione e il fai-da-te ed esperti cui chiedere consigli. Il “laboratorio energetico” suggerisce come raggiungere il massimo dell’autonomia nella gestione della casa: tra le possibilità, tetti fotovoltaici e solari e impianti di isolamento. Ogni aspetto del quotidiano viene vagliato e rielaborato sotto l’egida dell’ecosostenibilità. E se, nell’ambito dei servizi, il car-sharing o l’autobus a chiamata sono attivi in Italia da qualche anno (ma ancora in poche città, e con flotte limitate), anche nell’universo dell’impresa i fermenti non mancano. Il Premio all’innovazione amica dell’ambiente, indetto dalla Regione Lombardia in collaborazione con Legambiente, Politecnico e Università Bocconi di Milano, si rivolge ad aziende pubbliche e private particolarmente impegnate in progetti a favore della natura. Tra i tredici progetti vincitori per il 2003 una novità assoluta: la prima Fuel Cell alimentata a etanolo, cioè ad alcol, adatta a ricaricare qualsiasi dispositivo elettronico portatile, come telefoni cellulari, palmari, Gps, telecamere, televisori a cristalli liquidi o computer. Grazie alla nuova scoperta, viene a cadere la necessità della ricarica elettrica. Non si tratta di casi isolati. Esiste un circuito di imprese, associazioni e istituzioni che persegue gli obiettivi di Kyoto. Comprende Pirelli, Aem, Enel, Banca Etica, Legambiente, Comune di Roma e Regione Toscana. Il Kyoto Club, questo il suo nome, raccoglie una trentina di realtà, tutte impegnate a creare una rete di politiche virtuose. Non è tutto. Per iniziativa di Edizioni Ambiente, è nato il Comitato per la diffusione della cultura ambientale: al momento raggruppa quattordici tra consorzi, associazioni e aziende. Tra le prime iniziative, la pubblicazione di Piano B. Una strategia di pronto soccorso per il pianeta, del padre dell’eco-economia Lester Brown. Altro autore, Marco Roveda: fondatore della Fattoria Scaldasole e inventore di Lifegate, del credo ambientalista ha fatto l’anima della propria attività, fino a scrivere un libro dal titolo Perché ce la faremo (Ponte alle Grazie). Non tutti agiscono per motivi esclusivamente ideali, ma poco importa: l’essenziale è raggiungere l’obiettivo. In fondo, siamo tutti cittadini di questo mondo dalle risorse limitate. Per quanto riguarda la normativa, esistono certificazioni che accertano la sostenibilità del processo produttivo, come la ISO 14001. È la più importante certificazione internazionale del settore: prende in considerazione tutte le leggi relative ai vari capitoli dell’ambiente, dall’inquinamento acustico alle emissioni atmosferiche. Tra le nuove norme, le più importanti e rigorose sono le direttive dell’Unione europea, per esempio la Raee, ovvero Rifiuti apparecchiature elettriche ed elettroni, che si occupa dello smaltimento di prodotti che vanno dai computer ai frigoriferi: dal settembre del 2005, sarà l’industria che li ha prodotti a farsene carico. Un modo per imparare a pensare a tutto il ciclo di vita di un oggetto, dalla progettazione alla fine della vita utile. Iniziative ancora più importanti sono in atto sia in Europa che in Asia. Se la Germania e la Gran Bretagna hanno ridotto del tre per cento le emissioni inquinanti, grazie all’impiego di energie rinnovabili al posto del carbone, il Giappone è leader mondiale quanto a tetti fotovoltaici e a prodotti certificati ISO 14001 (ne ha oltre diecimila). Secondo una recente indagine del ministero dell’Ambiente nipponico, il 62,7 per cento delle aziende nazionali ha definito una politica per l’ambiente, il 76 per cento piani d’azione specifici. Un impegno, quello della tecnologia giapponese verso la natura, messo in mostra qualche mese fa alla Eco-products exhibition di Tokyo, dove più di 400 imprese e organizzazioni non governative impegnate a favore dell’ambiente hanno presentato progetti. Molte le proposte interessanti, soprattutto nell’ambito dell’energia eolica per le abitazioni e delle celle combustibili (fra pochi anni le nostre auto - ma anche gli impianti di riscaldamento, gli elettrodomestici, i cellulari - saranno alimentati da celle combustibili che “bruceranno” idrogeno e rilasceranno nell’atmosfera vapore acqueo). Ma l’idea dominante è quella del recupero e della riciclabilità dei prodotti: televisori e frigoriferi, stampanti e scanner. Non a caso, già da diversi anni sono state varate importanti normative nazionali ad hoc, tra,cui una Legge base per impostare una società orientata al riciclo (2000). Anche a livello locale sono numerose le iniziative da tenere presenti. Per migliorare il microclima, Tokyo, già dal 2001, ha varato un’originale imposizione: tutti i tetti piani oltre i 250 metri quadri che vengono costruiti o ristrutturati devono essere per il 20 per cento ricoperti di verde. Stanno arrivando fondi pubblici, a sostenere parte delle spese. In contrasto con l’idea di un Giappone veloce ed efficiente, la città di Kakegawa (80 mila abitanti) si è definita slow life city: per salvaguardare i rapporti umani e l’ecosistema, si fa promotrice di otto valori fondamentali, dalla cultura del muoversi a piedi al rispetto delle case in bambù, legno e carta. Forse l’iniziativa funziona «in virtù della tipica attitudine giapponese di seguire gli altri», raccontava Junko Edahiro, giornalista a capo dell’organizzazione ambientalista Japan for Sustainability, in un’intervista alla Bbc di qualche tempo fa. «Per l’ambiente questa mentalità sta lavorando bene, spingendo tutti nella stessa direzione». E se prendessimo spunto?
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