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Il diritto all’acqua potrebbe diventare un diritto negato.

“Portiamo lo Stato italiano in giudizio per salvare il clima e le risorse idriche!”

Davanti ai rischi reali di siccità e di morte per disidratazione, gli attivisti di Giudizio Universali cercano di smuovere il governo, giudicato inadempiente rispetto al clima e agli accordi sottoscritti a Parigi, con un’azione legale senza precedenti in Italia. Chiedono il sostegno di noi tutti.
23 giugno 2021
Patrick Boylan

350 milioni di persone resteranno senza acqua

Sebbene le Nazioni Unite abbiano riconosciuto, nel 2010, il diritto umano all’acqua, il mondo potrebbe affrontare un carenza idrica globale del 40% entro il 2030, afferma il Rapporto mondiale delle Nazioni Unite sullo sviluppo delle risorse idriche, pubblicato nel 2020 ma la cui traduzione ufficiale in italiano è apparsa solo questa settimana, grazie alla Fondazione UniVerde e all’Istituto Italiano per gli Studi delle Politiche Ambientali.

Questa tragedia idrica incombente ha, tra le sue cause, anche i cambiamenti climatici provocti dalle emissioni umane di gas serra, dicono gli attivisti del movimento Giudizio Universale, citando il Rapporto ONU. “La scienza non ha dubbi, siamo vicinissimi a un punto di non ritorno. La vita per come la conosciamo rischia di cambiare per sempre.”

Roberto Morabito, direttore del Dipartimento Sostenibilità dei sistemi produttivi e territoriali, ENEA, dà loro ragione: “Esiste una correlazione tra acqua e cambiamento climatico. Da una parte, il cambiamento climatico impatta sulla disponibilità della risorsa idrica, dall’altra la stessa attività di gestione della risorsa idrica, energivora e ad elevate emissioni climalteranti, impatta negativamente sul clima”.

La necessità di abbattere la produzione di gas serra, dunque, si fa sempre più pressante e per questo motivo gli attivisti di Giudizio Universale hanno intentato un'azione legale conto lo Stato italiano, giudicato inadempiente nel tutelare la salute pubblica e, segnatamente, nell’obbligare le industrie inquinanti a ridurre le loro emissioni.

Spesso si chiede agli attivisti di Giudizio Universali perché hanno scelto di fare causa allo Stato italiano e non direttamente alle multinazionali dell’oil&gas. Ecco loro risposta:

“Esistono diverse tipologie di contenzioso climatico. Attualmente le cause contro gli Stati rappresentano di gran lunga la maggior parte dei contenziosi avviati. Agli enti pubblici, gli Stati in particolare, ed in particolare dopo la sigla dell’Accordo di Parigi, sono prioritariamente imputabili specifiche obbligazioni climatiche. Inoltre, gli Stati sono tenuti alla protezione dei diritti di chi vive sul territorio nazionale.”

“Noi abbiamo scelto di rivolgere l’azione allo Stato perché crediamo che gli enti statali abbiano il dovere, in questa fase storica più che mai, di fungere da guida per una coordinata e ambiziosa azione climatica, che riguardi l’insieme delle attività antropiche, incluse quelle d’impresa.“

“Ciò non significa che non riconosciamo e non denunciamo con forza le enormi responsabilità e il decisivo contributo delle multinazionali dell’Oil&gas alla produzione dell’emergenza climatica. Guardiamo con enorme interesse alla progressiva espansione del campo dei contenziosi climatici contro le imprese e abbiamo accolto con grande favore la recente sentenza del tribunale de L’Aia che, per la prima volta a livello mondiale, ha condannato una multinazionale (la Shell) a ridurre le proprie emissioni del 45% entro il 2030, aprendo la strada al definitivo riconoscimento di specifiche obbligazioni climatiche in capo ai soggetti privati.”

Gli attivisti di Giudizio Universale chiedono l’appoggio di tutti nella loro #climatelitigation contro lo Stato italiano e indicano due maniere per dare concretamente il proprio sostegno:

– firmando l’appello su www.giudiziouniversale.eu

– leggendo il loro libro “La causa del secolo” http://bit.ly/lacausadelsecolo

Note: #FacciamoCausa #lacausadelsecolo @giudiziouniversa

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