Quando il giudizio del prossimo spinge ad atti estremi

Parole di pietra

La redazione di PeaceLink si stringe attorno ai famigliari ed agli amici [quelli veri] facendo sentire la sua vicinanza con l'unica cosa che sa fare: raccontare le storie che spesso si dimenticano. A parlare sarà una giovane e un'insegnante.
15 aprile 2007
Alessia Mendozzi, Giacomo Alessandroni
Il commento di Mauro Biani

Tra i banchi di scuola

Fragili come cristallo

L'adolescenza è un periodo delicato. Non si è più bambini e non si è ancora adulti. Acerbo è forse l’aggettivo che può riassumere meglio questo stadio della vita. Durante l'adolescenza si è portati ad estremizzare, ad idealizzare, si vivono le emozioni senza pelle, ci si lascia coinvolgere dagli eventi e dalle situazioni con maggiore intensità. E' l'età in cui si è maggiormente influenzabili. Si è fragili come cristallo. E il cristallo, si sa, va maneggiato con cura per evitare di frantumarlo in mille pezzi...

Pochi giorni fa un ragazzo di sedici anni stanco di essere deriso dai compagni di scuola si è gettato dalla finestra. Lo chiamavano "gay", considerando questa parola un insulto. A parte la discutibile questione del considerare l'eventuale diversità sessuale un insulto, ciò che colpisce della vicenda è la sempre più frequente invadenza nella sfera personale di una persona, la violenta ed arrogante presunzione di poter sindacare, giudicare e deridere un ragazzo semplicemente perché il suo esprimersi non risponde a degli ipotetici canoni socialmente accettabili.

Non molto tempo fa un ragazzo down è stato picchiato ed insultato. I responsabili di questa azione hanno ripreso la scena con un telefonino e il filmato è stato inserito su internet alla voce video divertenti. La cosa più assurda della vicenda è il considerare una violenza ai danni di un soggetto debole, "divertente".

Fatti del genere sono ormai all'ordine del giorno e - inevitabilmente - pongono degli interrogativi. Primo tra tutti, il comune denominatore degli episodi di violenza: prendersela con il soggetto "diverso" che, a tutti gli effetti, è poi il soggetto più debole.

Diversità che, il più delle volte, non viene vista positivamente. Non viene considerata come fonte inesauribile di conoscenza, come ciò che permette di confrontarsi e crescere con altre culture, idee, storie e situazioni diverse dalla propria. La diversità diventa qualcosa che fa paura. E quando ciò che istintivamente intimorisce viene portato all'estremo, quel timore si trasforma in paura irrazionale. E la paura irrazionale fa perdere lucidità, annienta la razionalità. A quel punto, la cultura del rispetto lascia spazio alla sottocultura della violenza. Come se per tanto tempo si sia lavorato a smussare gli angoli e improvvisamente fossero tornati gli spigoli. Come se quel cristallo delicato non sapessimo più maneggiarlo.

Se solo per un attimo ci si fermasse a pensare con la mente dell'altro, a come possa stare quel diverso che si sta umiliando, offendendo, insultando, picchiando. Se l'empatia fosse materia d’allenamento e la diversità fosse vissuta con positiva curiosità, forse la cultura del rispetto e della nonviolenza sarebbero dominanti. Forse tutto ciò che non si conosce non farebbe così tanta paura.

L'adolescenza è un periodo delicato. L'adolescente è il soggetto che si sta formando per diventare adulto. E' l'età in cui si è più vulnerabili. Si è fragili come cristallo. E il cristallo, si sa, va maneggiato con cura per evitare di ridurlo in mille pezzi...

Alessia Mendozzi

Dietro le cattedre

Una storia vecchia che racconto spesso

C'era una volta un gruppo di O. Tutte le O si conoscevano da tempo immemorabile e, sebbene si fossero trovate più volte in situazioni difficili, ora i problemi erano superati e - di conseguenza - dimenticati.

Un giorno arrivò una X. Sin da subito le O la osservarono attentamente, volevano sapere come era fatta, se era poco o molto diversa da loro, se poteva nuocergli gravemente alla salute, se quello che faceva era giusto o sbagliato, se era in anticipo, puntuale oppure in ritardo e mille altre cose che ora proprio non ricordo.

Fatto sta che la X recitò sempre sotto un potente riflettore ed i suoi errori, le sue debolezze, i suoi sbagli vennero ingigantiti. Guarda cosa ha fatto oggi la X. Mamma perché quella lettera laggiù non è tonda? Su, non piangere piccolino e ignorala, che forse un giorno se ne va come è apparsa.

La X però era contenta d'essere fatta così, eppoi quelle rotondezze non le erano mai piaciute. Però non poteva alzare un dito senza essere schedata, giudicata, catalogata, inventariata, preventivata. Per farla breve: la sua vita era un incubo.

Anche quando la X incontrava una sola O c'era una diffidenza enorme, anche se in questo caso da parte di entrambi. Il clima che si era creato impediva a chiunque di fidarsi del diverso, del nemico, non sia mai che all'improvviso questo sguaini la sua spada di acciaio di Toledo temprato nelle acque del Guadalquivir, o chissà quale altra diavoleria.

Il resto della storia la conosciamo ed ha un nome molto triste: razzismo. Sì, quella cosa strana scatenata dalla paura del diverso, della persona che in linea teorica dovrebbe arricchirmi ma che molto spesso mi irrigidisce quando non mi infastidisce. Sto parlando per me, in prima persona: chi non ha mai scansato un vu cumprà per la fretta, per stanchezza o qualsiasi altro motivo alzi la mano.

Io sono uguale a tutti, non sono migliore - anzi - forse sono un po' peggiore. Solo di una cosa cerco di ricordarmi, di non giudicare. Ed ora il mio pensiero corre a Santa Romana Chiesa [mamma mia, quante maiuscole!], che insegna proprio questo:

Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. Perché osservi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell'occhio tuo c'è la trave? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello.

Matteo 7,1-5

Il giudizio quindi non è cosa per noi mortali. Eppure alcuni monsignori l'hanno gridato a gran voce. Eppure ricordo che queste parole non ci furono dette con l'intento di ricordarci che noi uomini e donne possiamo sbagliare, ma soprattutto per un motivo molto semplice: il giudizio compete a Dio e chi lo esercita infrange il primo di tutti i comandamenti "Non avrai altro Dio all'infuori di me".

Ma quelli erano altri tempi. Purtroppo.

Giacomo Alessandroni

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