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L'ultimo referendum di Jacques Bonaparte Chirac

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27 maggio 2005 - Giuseppe Allegri

Parigi, 29 maggio. L'Europa è sospesa

Sembra regnare ancora l’incertezza (del risultato e quindi dei connessi effetti politici nazionali e continentali) a pochi giorni dal referendum francese sul progetto di legge che «autorizza la ratifica del Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa», convocato dal Presidente Jacques Chirac su proposta del Primo ministro Jean-Pierre Raffarin (in base a quanto previsto dall’art. 11 Cost. francese) (1).

In realtà un’unica certezza sembra esserci: quella che vuole J.-P. Raffarin defenestrato dalla carica di Primo ministro, qualunque sia l’esito del risultato. Del resto nel corso dell’ultimo anno le forze politiche del duo Chirac-Raffarin hanno subito due sonore sconfitte elettorali consecutive, perdendo in tutte le regioni (tranne l’Alsazia) nelle elezioni locali-regionali del marzo 2004 e quindi uscendo assai ridimensionate, rispetto ai socialisti, alle elezioni per l’Europarlamento del giugno successivo. In quelle due occasioni J. Chirac confermò la fiducia a J.-P. Raffarin (il quale diede vita ai governi Raffarin II e III), cosa che non sembra più disposto a fare all’indomani del referendum del 29 maggio.

Questo referendum sembra insomma destare grattacapi inaspettati all’attuale fronte governativo francese, nonostante fosse stato convocato dal Presidente Chirac, già nell’estate del 2004, sotto i migliori auspici di un’opinione pubblica francese largamente favorevole alla Costituzione europea di Giscard (presidente della Convenzione che l’ha redatta) e con ciò lasciando pensare che Chirac potesse utilizzare un sì largamente maggioritario per recuperare quel consenso (sociale e politico) disperso nell’ultimo anno e vitale per la sua ricandidatura alla presidenza della Repubblica nella primavera del 2007. Tale era il contesto di convocazione iniziale del referendum ed opposto finisce per essere il suo effetto: l’ottica chirachiana di recuperare il consenso (sociale e politico) perso nell’ultimo anno per rilanciare la parte finale del suo quinquennio, e aprirsi la strada per la conferma del mandato presidenziale, diviene il canto del cigno di Raffarin e potrebbe mettere in prima fila il presidente UMP Nicolas Sarkozy (ex Ministro dell’Interno e poi delle Finanze) per le candidature presidenziali. Sembra inutile continuare ad insistere sulle motivazioni di schietta tattica politica nazionale sempre nascoste dietro il «referendum sulla Costituzione europea», sia al momento della convocazione, che in prossimità del suo esito.

Questa eccessiva, predominante, attenzione «attribuita ai problemi nazionali – nel caso della Francia, le riserve verso il governo e la presidenza Chirac» (così anche Jurgen Habermas su La Repubblica del 25 maggio) pone delle considerevoli riserve sull’utilizzo dello strumento referendario imposto dall’alto per la ratifica di un Trattato costituzionale costituito da più di 450 articoli e dotato di una complessità irriducibile anche per gli addetti ai lavori (in quel testo si disciplina l’organizzazione istituzionale, la tutela dei diritti fondamentali e finanche l’attuazione delle politiche dell’ordinamento comunitario). Probabilmente proprio tale convocazione referendaria rende esplicita l’incapacità che hanno le élites nazionali e comunitarie nel prevedere forme di partecipazione delle cittadinanze d’Europa ai processi di trasformazione comunitaria che non siano indistinti e immediati “appelli al popolo”, costretto solo a ratificare o rifiutare in blocco un processo deciso ed imposto altrove, e perciò in spregio alla capacità di mobilitazione e coinvolgimento di una democrazia all’altezza dei tempi, che non dovrebbe sacrificare nessuna soluzione dal dibattito pubblico e dalle scelte condivise (l’opposto insomma di una democrazia referendaria attivata solamente dal vertice delle istituzioni e costretta nel diktat sì/no).

Ciò è ancor più all’ordine del giorno dinanzi all’adozione del processo convenzionale per la scrittura del Trattato costituzionale europeo sembra dimostrare definitivamente (dopo l’elaborazione della Carta dei diritti fondamentali dell’UE) l’insufficienza della redazione solo intergovernativa di Trattati comunitari che dovrebbero andare a comporre la cd. Costituzione europea. Quella che rimane del tutto imprecisata è la possibilità di reale partecipazione e coinvolgimento delle cittadinanze d’Europa in questi processi, che non sembra possa essere recuperata al momento della ratifica statale, tramite un referendum nazionale convocato dalle maggioranze governative (quando non dai capi di Stato, per interposizione mediatica, come nel caso francese in esame), che spesso finisce per investire principalmente la dimensione politica nazionale e solo strumentalmente quella comunitaria. Proprio perciò sembra esserci il serio rischio che una parte del corpo elettorale francese percepisca questo referendum come un plebiscito, ovvero un voto sanzione, nei confronti dell’attuale maggioranza governativa, ed in particolare di Jacques Chirac: e questo è anche il costante leitmotiv della storia istituzionale francese, che lega l’esperienza bonapartista a quella gollista, in cui gli appelli al popolo convocati dall’alto finiscono per incoronare novelli cesari, imperiali o repubblicani che siano, ovvero per decretare la fine di annose carriere politiche (quella dello stesso de Gaulle, con il referendum del 1969). E la china di J. Chirac, ma intanto, immediatamente, quella di J.-P. Raffarin, sembrano più vicine alla seconda ipotesi.

2.La gauche plurielle in crisi. E' Sarkozy l'uomo nuovo?

In realtà c’è un massiccio zoccolo di oppositori al Trattato costituzionale che possono essere comunemente definiti come sovranisti di destra e costituiscono circa il 50% ca. dei no: sono «gli elettori abituali del Fronte nazionale o dei candidati sovranisti» (2) : quindi l’intollerante e xenofobo Fronte Nazionale di Jean-Marie Le Pen ed il Movimento per la Francia (MPF), dell’ex presidente del consiglio generale della Vandea Philippe de Villiers. A questo tradizionale no dell’estrema destra e dei sovranisti di destra come di sinistra (oltre P. de Villiers, C. Pasqua a J.-P. Chevènement), che assumono un’istintiva posizione anti-europeista più o meno diffusa nell’opinione pubblica d’oltralpe, si affianca tutto il malcontento radicato nei confronti di un’Unione europea vista come fautrice di politiche neo-liberiste in contrasto con la tradizione sociale repubblicana dello Stato provvidenza francese: critica che, sotto gli slogan di «altra Europa» ed «Europa sociale», finisce per accomunare (spesso letteralmente nello stesso spazio fisico di condivise manifestazioni pubbliche) paludati tecnocrati socialisti (L. Fabius, ex Primo ministro dell’epoca Mitterand, su tutti), altermondialistes dei nuovi movimenti globali e sinistre comuniste e trotzkiste.

Ma la frattura maggiore sembra attraversare l’élite e la base elettorale e simpatizzante socialista che è ormai da mesi intenta in una lotta interna inaugurata in occasione del referendum tra gli iscritti del Partito socialista del 1° dicembre 2004, che vide la vittoria non così largamente maggioritaria dei sì (58%), per un partito tradizionalmente europeista come è stato il PS nella sua recente storia con F. Mitterand e L. Jospin. La spaccatura che si è verbalizzata all’interno della classe dirigente, e del corpo politico, socialista pesa tuttora sugli orientamenti dell’elettorato simpatizzante socialista, al punto che un sondaggio pubblicato in Le Figaro dell’8 maggio scorso riteneva il no al 53% tra gli elettori socialisti. E non è raro assistere, ad esempio il 12 maggio, ad una «sinistra divisa che milita per il sì a Grenoble» (alla presenza del segretario del PS F. Hollande) e «per il no a Tolosa» (con il socialista J.-L- Mélenchon in appoggio di trotzkisti, comunisti e altermondialistes come J. Bové).

Ma in ambito socialista l’atteggiamento più arditamente spregiudicato è quello del già citato ex Primo ministro Laurent Fabius, che sembra cercare un’alleanza strategica con l’estrema sinistra comunista, trotzkista ed (in parte) altermondialiste di immediata presa contro la Costituzione europea, ma con l’intento di cavalcarla per proporsi come candidato socialista alle presidenziali del 2007, replicando la tattica di alleanza con i comunisti sperimentata dal suo maestro politico Mitterand. È una sorta di cortocircuito relazionale e comunicativo interno alle diverse fazioni della sinistra francese, la quale rischia di perdere definitivamente di vista la vera posta in gioco della crisi di consenso intorno alle forze governative; e cioè la seria possibilità che ad approfittare del dissenso popolare anti-Chirac/Raffarin (passando per il no al Trattato costituzionale) sia il campione tra i neoliberisti ed uomini d’ordine della nuova classe dirigente francese: il brillante cinquantenne Nicolas Sarkozy, volutamente in secondo ordine nella campagna referendaria (per provare a non compromettersi troppo in favore di un sì assai in difficoltà), ma al timone di un partito (l’UMP) che vorrebbe utilizzare come trampolino di lancio per le prossime presidenziali.

Che la sinistra francese non riesca a percepire il rischio concreto di consegnare per un altro quinquennio la presidenza della Repubblica ad un’altra (giovane) generazione del nuovo centro-destra appare disarmante, tanto più che questa consapevolezza è invece presente in J. Chirac; ed infatti non è un caso che proprio in questi giorni si stia alzando un polverone mediatico su di una, non si quanto, possibile crisi coniugale tra Nicolas Sarkozy e sua moglie Cécilia, a quanto pare cavalcata strenuamente proprio da persone vicine alla presidenza della Repubblica (cfr., tra gli altri e per quanto riguarda la stampa italiana, La Repubblica, 25 maggio 2005, p. 6).

Tutto ciò a riprova, qualora ce ne fosse ulteriormente bisogno, della portata eminentemente nazionale di questo referendum. Il che non significa che non ci saranno effetti continentali e globali del responso referendario francese.

3.Cercasi Unione Europea post-nazionale autenticamente federale

Azzardare una qualsiasi ipotesi di risposta (di fronte ad un no o ad un più improbabile sì del popolo francese) sembra peccare di inopportuno vaticinio. Comunque vada a finire il referendum francese (e quello consultivo olandese che si terrà il successivo 1° giugno) la domanda principale che le classi dirigenti europee dovrebbero porsi riguarda la possibilità di ripensare radicalmente gli strumenti di partecipazione e consultazione delle cittadinanze d’Europa, sia nella dimensione continentale, che in quella statual-nazionale, rendendosi disponibili a mettere in pratica una diffusione autenticamente federale e multilivello dei poteri e delle decisioni. Al contempo non ci si può non augurare una definitiva affermazione dell’Unione europea come entità politica post-nazionale, che sappia progettare e rilanciare un modello sociale europeo all’altezza delle sue più progressive tradizioni e che proponga una mediazione euromediterranea in grado di confrontarsi e aprirsi con gli altri spazi e soggetti globali. Tutti appuntamenti in gran parte mancati dall’occasione del Trattato costituzionale europeo e che comunque pesano e peseranno nella percezione comune di quel testo e degli strumenti lì previsti.

Che poi, dopo questi due referendum, ci sia il rischio di tornare a parlare di cooperazioni rafforzate, “piccola” e “grande” Europa, asse renano, piano B, etc. esemplifica la scarsa capacità immaginativa mostrata dalle classi dirigenti nazionali ed europee nel creare un progetto europeo anche lontanamente in sintonia con i bisogni diffusi ed il comune sentire delle donne e degli uomini che vivono oggi l’Europa.

Al contempo più acuti osservatori di noi della realtà francese e comunitaria ci ricordano che il 30 maggio, «per moltissimi versi la vita, e in primo luogo la vita delle istituzioni europee, continuerebbe dal punto a cui era stata interrotta, come sempre, il venerdì della settimana prima» (così Giuliano Amato, in “Il Sole – 24 ore”, 22 maggio 2005, in una delle sue Lettere europee in cui analizzava l’ipotetico contesto posteriore ad una vittoria dei no, con ciò lasciando intendere al profano lettore una sorta di ineluttabile tendenza ad accettare questo pronunciamento negativo come assai probabile). Certo ci sarebbero da valutare gli effetti, per così dire, immediatamente politici di un no francese, quindi la loro portata sul testo convenzionale e soprattutto sullo spirito con il quale potrebbe e dovrebbe proseguire l’integrazione comunitaria. Che, in presenza di 19 governi di centro-destra nel Continente, ci sia lo spazio possibile per una mediazione ulteriormente progressiva sul testo della Costituzione europea appare di un ottimismo che rasenta l’incoscienza politica, ma in questa prospettiva non sembrano credere neanche coloro i quali la enunciano come possibile.

Per converso, nel caso in cui il no francese prevalesse, anche qui sembra per ora definirsi un’unica certezza, assai amara per chi ha visto e continua a vedere con un certo preoccupante timore l’incontrastato dominio globale dell’attuale amministrazione statunitense: la seria probabilità che il presidente George W. Bush e la sua accolita stappino felicemente una costosa bottiglia di prelibato champagne francese d’annata, per brindare alla fine prematura di una impossibile coesione politica di un quanto mai come ora “vecchio Continente”.troriformastato.it/crs/Testi/passaggi_in_europa/Allegri

Note:


1)Alcuni dei punti solo enunciati in questo scritto sono ulteriormente trattati in G. Allegri, Il referendum francese sul trattatto costituzionale europeo: in bilico sul “futuro dell’Europa”, pubblicato in Federalismi, n. 10/2005,www.federalismi.it., cui si rinvia.

2)Così Le Monde, 26 mai 2005, p. 6, Jean-Marie Le Pen et Philippe de Villiers convoitent le même électorat, di C. Chombeau.

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