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Monti, l'Europa e la democrazia

23 novembre 2011 - Piergiorgio Grossi (Segretario della sezione di Genova del Movimento Federalista Europeo)

“Non vediamo i vincoli europei come un’imposizione. Non c’è un “loro” e un “noi” : l’Europa siamo noi “ (Mario Monti – discorso al Senato – 17 novembre 2011)

E’ certamente la frase che mi è più piaciuta del discorso di Mario Monti.

Negli ultimi anni mi infastidivano gli atteggiamenti del tipo “facciamo valere i nostri interessi in  Europa” ed ora mi auguro che il nuovo atteggiamento del governo sia  “affrontiamo i comuni   problemi insieme”.

Fra le molte considerazioni che si possono fare sul nuovo governo italiano mi preme sottolineare il rapporto che vi è tra la sua formazione, la nostra appartenenza all’Unione europea e la  democrazia.

Mario Monti al congresso Uef, marzo 2011

Molti commentatori hanno visto nel governo Monti, non eletto direttamente dai  cittadini, una “sospensione della democrazia”, altri lo hanno visto come frutto di una intollerabile ingerenza di “poteri forti” e lobbies internazionali nella nostra vita democratica. La verità è che il cambio di governo in  Italia (e contemporaneamente in Grecia) non è dovuto ad un sovvertimento della volontà popolare o a qualche “golpe” di poteri forti, ma discende dalla collocazione di questi due paesi in un mercato unico con una moneta unica e tale collocazione richiede governi che non guardino al consenso in vista delle prossime elezioni, ma prendano provvedimenti  per uscire dalla crisi compatibili con questa collocazione. Non è infatti casuale che siano stati chiamati a guidare i due paesi  ex funzionari delle istituzioni europee : Papademos , ex BCE, in Grecia e Monti, ex Commissione, in Italia.

La vicenda italiana, così come la vicenda greca, ha semplicemente svelato una verità che i federalisti hanno sempre sostenuto : in un mercato globale, nel quale agiscono attori globali che travalicano le frontiere, gli stati nazionali hanno perso la loro sovranità assoluta.

Il potere non è più solo “nazionale”, ma è “multilivello” : gli stati nazionali non sono più in grado di prendere decisioni da soli , ma neppure le istituzioni europee hanno il potere di agire autonomamente  senza il consenso degli stati, perché i trattati ne limitano le competenze.

Questa distribuzione multilivello del potere rende “liquido” il potere e si ha la sensazione che tutto avvenga fuori dal controllo dei cittadini i quali votano per un Parlamento e un governo nazionale che ha perso sovranità e poi votano per un Parlamento europeo che non ha ancora sufficiente potere.

Per far rivivere la democrazia occorre che ad un potere “multilivello” si affianchi una “democrazia multilivello”. Occorre cioè che anche le elezioni del Parlamento europeo siano elezioni che permettano ai cittadini di scegliere chi li governa a livello europeo, così come scelgono chi li governa a livello nazionale.

La crisi ed i casi di Italia e Grecia hanno dimostrato che i due livelli, nazionale ed europeo, hanno la stessa importanza.

Lo stesso potere di controllo e indirizzo lo devono avere i cittadini in entrambi i livelli.

Come ?

Creando un vero governo europeo competente nel campo della politica economica (e quindi fiscale), dell’energia, dell’ambiente, della politica estera e della sicurezza; tale governo deve essere votato e controllato dal Parlamento europeo (che rappresenta i cittadini) e dal Consiglio europeo (che rappresenta gli Stati) che, a differenza di ciò che accade ora, deve decidere a maggioranza e non all’unanimità.

Questa è la sola via per ridare dignità alla democrazia in Europa.

Attraverso quale strategia ?

Per far questo occorre riscrivere i trattati. La procedura ordinaria prevista per riscrivere i trattati è la convocazione di una “Convenzione” cui partecipano parlamentari nazionali ed europei. Già il governo tedesco ha proposto una nuova Convenzione, ma la proposta tedesca, stando alle prime indiscrezioni, è alquanto minimalista e non prevede un passaggio di sovranità ad un vero governo europeo, ma solo maggiori poteri di intervento delle attuali strutture,  sul solo terreno del controllo di bilancio e basate su decisioni unanimi del Consiglio senza coinvolgere il Parlamento. E’ ovvio che ciò non basta e non è democratico, ma la convocazione di una nuova Convenzione è una opportunità che le forze politiche democratiche devono cogliere per rilanciare il processo federale europeo e il risultato può essere ottenuto se la futura Convenzione saprà indicare con fermezza almeno quattro punti fermi :

1) Dare all’Unione la competenza in materia di politica economica e fiscale.

2) Estendere la codecisione del Parlamento Europeo a tutte le competenze UE.

3) Decisioni a maggioranza nel Consiglio (abolizione del diritto di veto).

4) Ratifica del nuovo trattato “con chi ci sta” (senza dipendere dal no di alcuni).

Chi vuole la democrazia non può che percorrere questa strada, ogni altra soluzione che rimanga in ambito nazionale è velleitaria e favorirebbe pericolose tentazioni di neo-nazionalismo.

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