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Repubblica Democratica del Congo

Quel giorno che incontrai Chiara Castellani

Come è nata la collaborazione fra PeaceLink e lo sperduto villaggio di Kimbau, in Africa. Dai computer portatili alla "lampadina" accesa con la piccola centrale idroelettrica. Ma da alcuni mesi l’ospedale di Kimbau non ha più né la luce né l’acqua pompata dalla centrale. Occorre fare qualcosa prima che sia troppo tardi.
15 dicembre 2009 - Alessandro Marescotti

“Ci siamo conosciuti solo oggi ma è come se ci conoscessimo da sempre”. Il libro di Chiara Castellani

La dottoressa Chiara Castellani incomincia a scrivermi una dedica sul suo libro “Una lampadina per Kimbau”, che ho appena acquistato. Con la mano sinistra continua lentamente: “Perché entrambi crediamo che si debba rompere il silenzio e accendere lampadine di denuncia e di speranza sui crimini di guerra taciuti, sulle tragedie mentite, sui diritti negati e sui sogni mai infranti dei poveri del sud del mondo”.

“Ad Alessandro”, ci scrive sopra e ci mette la data. Mi guarda e io non so più che pesci prendere.

Sono a Ostuni ed è il 21 giugno 2004. E’ la prima volta che la incontro, Chiara è in Italia per una testimonianza. Mi aveva telefonato perché ci vedessimo. Ora con quella dedica mi ha già chiesto e spiegato tutto.

Chiara ci parla dei malati che cura in Africa, precisamente a Kimbau, nella Repubblica Democratica del Congo. Racconta la vita difficile nel suo ospedale dove salva ogni giorno la vita delle persone più fragili. Uomini, donne e bambini dimenticati da noi, da quella parte del mondo che non sempre ha la capacità di indignarsi, che purtroppo tollera con pigra assuefazione la strage quotidiana per fame e per malattie dei più poveri, 17 mila al giorno solo i bambini. Chiara ha una voce sottilissima. Sono commosso. Felice di averla incontrata. Di fronte a me c’è una “portatrice di speranza”.
La dottoressa Chiara Castellani al computer


E io sono lì, a guardarla, mentre mi riconsegna il libro verde, con quella dedica di una potenza inconsueta. Sento dentro un’inondazione inaspettata di vita e di speranza. Un impulso ad essere migliori, o almeno a provarci. La seguo, ne rimango sconvolto. Mi convince perché non porta a Kimbau solo “assistenza” ma un impegno politico di giustizia, per i diritti umani, per dare alla gente il potere di partecipare e cambiare il proprio destino.

E non so dirle di no quando mi chiede una mano.

Da tempo conoscevo quello che faceva, sapevo che curava i più poveri. Per di più in una nazione poverissima. La Repubblica democratica del Congo, nell’Africa centrale. Ma non sapevo che l’ospedale di Chiara fosse proprio in uno dei punti più isolati e poveri di quella nazione dimenticata. Un posto quasi irraggiungibile, dove la jeeep marcia a venti chilometri orari su fondi fangosi quando piove e su lingue di sabbia quando c’è siccità, dove le strade sono cancellate dai nubifragi. Voragini naturali, voragini di speranze. Una jeep in bilico su strade dove capovolgersi è quasi normale.

Mi documento: a Kimbau si vive in media con 20 centesimi al giorno.

Sfoglio il libro verde con la dedica. C’è scritto nell’introduzione che Chiara Castellani ha deciso di fare una scelta radicale subito dopo la laurea in medicina: all’inizio degli anni Ottanta parte per aiutare gli ultimi e a questa scelta dedica tutta la sua vita.

In questi anni ho cercato di coinvolgere quante più persone possibile e alle speranze di Chiara ho dedicato intere nottate per creare il sito www.kimbau.org
Non solo io. Diventiamo un gruppo di amici: gli “amici di Kimbau”. Scegliamo come slogan la frase di Albert Schweitzer: "Non aspettare che le cose succedano, falle accadere".

Con questo sito abbiamo raccolto donazioni di computer portatili, pannelli solari, medicine, attrezzature sanitarie. Un giorno finisce un farmaco e giunge una email di Chiara tramite onde radio: "E' morta una bambina di meningite, se avessi avuto il ceftriaxone l'avrei salvata". E’ un farmaco che in quella nazione non si trova, ve ne sono altri simili ma sono… “taroccati”. E quindi inefficaci.
Che beffa.
Che rabbia.
PeaceLink si mobilita. La volta successiva riusciamo a inviare il ceftriaxone dall’Italia per tempo, con un allertamento rapido grazie alle email e ad alcune donazioni. Salvare una vita umana… chi l’avrebbe mai detto che con una semplice email letta per tempo avremmo fatto tanto.

Un giorno finisce tutto il cibo a Kimbau. E per giorni Chiara e i suoi pazienti mangiano bruchi. Veniamo subissati di email: “Che possiamo fare?”

PeaceLink è stata una delle associazioni che ha accompagnato questa speranza di sopravvivenza e di cambiamento per Kimbau. In questi anni abbiamo gioito assieme a Chiara per la costruzione di una piccola centrale idroelettrica (frutto del sostegno determinante dell'AIFO) che poteva dare luce all’ospedale e azionare una pompa per portarvi l’acqua.

Ma alla gioia immensa del progetto realizzato sono seguiti momenti di grande difficoltà. Perché non sempre la fortuna accompagna le speranze dei poveri.

E ora vi scriviamo perché c’è un grave problema.

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Da alcuni mesi l’ospedale di Kimbau non ha più né la luce né l’acqua che arrivavano dalla piccola centrale costruita con gli aiuti di tante persone di buona volontà. Occorre un’urgente riparazione.
Abbiamo una grande speranza. Tre volontari, tre tecnici di grande valore sono pronti a partire. A rischiare il tutto per tutto per arrivare fin lì. PeaceLink ha deciso di sostenerli e di raccogliere i fondi per questa missione di solidarietà.

Tu puoi fare la differenza.

Sì, proprio tu.

In questo Natale.

Aiuta Kimbau.

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