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Alle regionali del 15 ottobre disfatta dell’opposizione

Venezuela: il chavismo è maggioranza nel paese

Alle destre solo cinque stati contro i diciassette bolivariani
22 ottobre 2017 - David Lifodi

internet

Diciassette stati al chavismo, solo cinque all’opposizione. Le elezioni regionali del 15 ottobre aprono un nuovo scenario politico, per molti inaspettato, sul futuro del Venezuela. La disfatta della Mesa de la Unidad Democrática è stata riconosciuta anche da alcuni dei suoi leader meno oltranzisti, mentre gli osservatori internazionali hanno certificato la limpidezza del processo elettorale. Sarà forse per questo motivo che quasi tutta la stampa ha ignorato il risultato uscito dalle urne, che invece avrebbe sbandierato ai quattro venti se a vincere fosse stata quella parte del paese che ha sempre cercato di far ricorso alla strategia della tensione pur di far cadere il presidente bolivariano.

Adesso l’opposizione è con le spalle al muro, anche perché i venezuelani, con questo voto, hanno fatto capire di volere la pace. Il voto rappresenta un altolà alle guarimbas, alle violenze di piazza, ai blocchi stradali e ad una vera e propria caccia all’uomo scatenata non solo contro i militanti chavisti, ma anche nei confronti di tutti coloro che simpatizzano blandamente per il chavismo, senza però rivestire alcun ruolo politico. Inoltre, ad essere smentita è stata anche l’Organizzazioni degli stati americani (Osa), capitanata da Luis Almagro, Trump e la parte di America che si riconosce nell’interventismo del suo presidente e quell’Unione europea che ha preso posizione, del tutto acriticamente, contro Maduro, senza però curarsi di conoscere nel dettaglio la situazione geopolitica del paese. Proprio il presidente bolivariano ha indubbiamente ragione quando evidenzia che il voto dei venezuelani riflette la capacità di resistenza della popolazione di fronte alle continue imboscate dell’oligarchia e delle destre.  Va altresì sottolineata anche l’alta affluenza alle urne. Il 61,14% dei votanti rappresenta un dato assai confortante, soprattutto perché gran parte dei sondaggi indicavano nell’alto astensionismo un’alta probabilità. Questa percentuale di partecipazione supera quella di paesi come Messico, Cile e Colombia, per quanto riguarda la tipologia di elezione.  Rispetto alle parlamentari del 2015, dove le destre avevano ottenuto un evidente successo, l’opposizione ha perso circa tre milioni di voti.

Un dato preoccupante riguarda invece i governatori conquistati dalla Mud in stati di frontiera quali Mérida, Zulia e Táchira, al confine con la Colombia, terre non solo di contrabbando, ma zone da cui sono partiti i maggiori attacchi contro il Venezuela bolivariano. Secondo lo scrittore e analista politico argentino Atilio Borón, la sconfitta del chavismo nei cosiddetti stati della mezza luna potrebbe creare una situazione già vista in Bolivia all’epoca dei tentativi autonomisti dell’Oriente boliviano, volti principalmente a dare la spallata contro Evo Morales. A questo proposito, la giornalista Geraldina Colotti ha evidenziato come in rete circoli un documento a firma del Movimiento Occidental Independiente, che punta già a dotarsi di un presidente autonomo che, ovviamente, non è Maduro. Di fronte ad uno dei successi più netti ottenuti dal chavismo negli ultimi anni, la Mud ha parlato, come in altre circostanze, di frode, ma in realtà alcuni leader dell’opposizione, come Henry Falcón e Henry Ramos Allup, non hanno potuto far altro che riconoscere la sconfitta. Ventidue elezioni negli ultimi diciotto anni, caratterizzate sempre da un’alta partecipazione alle urne, rappresentano una prova di maturità della democrazia venezuelana e del chavismo, con buona pace di tutti coloro che, all’interno e all’esterno del paese, hanno tramato, e continuano a farlo, per la salida di Maduro. Uccidere, appiccare il fuoco ai militanti chavisti, incendiare farmacie e supermercati ha sempre rappresentato il marchio di fabbrica di un’opposizione con poche idee concrete per il paese.

Le dichiarazioni del dipartimento di Stato statunitense, che parlano di elezioni né libere né giuste, lasciano il tempo che trovano. A smentire Trump e soci, ma anche i democratici, la delegazione del Consejo de Expertos Electorales en Latinoamérica ed un’altra composta da osservatori internazionali provenienti da paesi europei e dagli Stati uniti. In particolare, la delegazione spagnola ha evidenziato come l’opposizione abbia partecipato ed avallato tutto il processo elettorale, aldilà delle dichiarazioni di pura propaganda che gridano alla frode. Secondo gli spagnoli, la Mud ha contato su mezzi di comunicazione più che sufficienti per condurre la campagna elettorale. Se realmente il Venezuela fosse una dittatura, hanno sottolineato gli osservatori spagnoli, gran parte dei quotidiani anti-Maduro non avrebbe potuto titolare, il giorno delle elezioni, Votar contra la dictadura. I partiti della destra hanno potuto controllare le singole fasi di voto, attestandone l’impossibilità di manipolazione. Per questi motivi, gli osservatori si chiedono il motivo per cui, sia i paesi europei sia gli Stati uniti abbiano iniziato a parlare di frode ancora prima che i seggi fossero aperti. La delegazione spagnola ha presenziato in circa 120 seggi distribuiti in diverse zone del paese, testimoniando che tutti coloro che si sono recati alle urne lo hanno fatto in piena libertà, senza alcuna pressione.

Attualmente, il chavismo è tornato ad essere maggioranza nel paese. La sfida maggiore, per Maduro, sarà quella di far riprendere la disastrata economia venezuelana di fronte alle sanzioni e alla guerra economica di Trump e degli stati latinoamericani suoi alleati. Al tempo stesso, in Repubblica dominicana proseguono i negoziati tra il governo bolivariano e l’opposizione: bisognerà vedere se le destre insisteranno nel seguire la strada golpista o se accetteranno la via del dialogo.

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.
La vignetta è di Vincenzo Apicella.

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