Latina

La marcia dei migranti partita dall’Honduras rappresenta l’urlo di protesta del Centroamerica ridotto alla fame dagli Stati uniti e dalle oligarchie

Diritto a migrare

In fuga da povertà, violenza e mancanza di lavoro per conquistare il sogno americano
12 novembre 2018
David Lifodi

marcia migranti

La carovana dei migranti partita principalmente dall’Honduras e giunta a Città del Messico, con il sogno di raggiungere gli Stati uniti, “proviene da tre paesi sottomessi per tutti gli anni Ottanta agli stessi Usa. Si tratta di Honduras, Guatemala ed El Salvador”. Così si è espresso Noam Chomsky, in un’intervista rilasciata a Democracy Now, sull’esodo di massa di questi tre popoli centroamericani che si è dipanata, per ironia della sorte, da quella che è considerata la capitale economica dell’Honduras, San Pedro Sula.

Un altro paradosso: anche al giorno d’oggi è la stessa Casa Bianca che minaccia e prende letteralmente a calci, nemmeno tanto metaforicamente, quegli stessi presidenti che ha imposto in questi paesi, dal guatemalteco Jimmy Morales, negazionista del genocidio maya e messo lì soltanto per fare gli interessi di Washington, a Juan Orlando Hernández, alla presidenza dell’Honduras solo grazie ad una gigantesca frode elettorale e carnefice delle organizzazioni popolari e ambientali che si battono per difendere la propria terra, fino al Messico di Peña Nieto (che fortunatamente dal 1 dicembre lascerà Los Pinos per far posto a López Obrador), le cui timide proteste per la costruzione del muro al confine con gli Stati uniti risultano ridicole, a fronte soprattutto del ruolo di gendarme assunto per fermare i migranti provenienti da paesi fratelli.

Su gran parte della stampa la carovana dei migranti è presentata esclusivamente come un problema di ordine pubblico. Solo in pochi hanno cercato di raccontare questo vero e proprio esodo in maniera indipendente e obiettiva. Tra loro Sebastián Escalón, del salvadoregno El Faro, che nel suo La carovana dei migranti va avanti inseguendo un miracolo, ripreso anche dal nostro Internazionale, ha scritto: “Di solito i migranti cercano di passare inosservati. Perché nessuno sappia dove stanno andando o perché se ne stanno andando. Questa carovana è l’opposto: la fuga è anche un manifesto, una protesta. È ora di gridarlo in modo che tutti lo sappiano: non si può vivere in America centrale se si è poveri”.

Gli anziani, i bambini, le donne e gli uomini che vivono in Centroamerica sono stati derubati, spogliati di tutto da oligarchie arricchite che da sole possiedono quasi la totalità dei terreni di El Salvador, Honduras e Guatemala. L’estrazione mineraria, la costruzione di dighe illegali e la rapina delle risorse idriche hanno ridotto alla fame di milioni di persone per la voracità di multinazionali e governi compiacenti. La marcia dei migranti verso il sogno americano, che passa necessariamente attraverso l’incubo dei respingimenti e della sofferenza quotidiana di una marcia infinita, della repressione e del rischio concreto di essere di nuovo deportati al paese di origine, rappresenta una sorta di atto di auto-organizzazione popolare. Eppure, il loro cammino disperato verso la frontiera è ridotto solo all’emergenza sicurezza, ma pochi evidenziano che la migrazione è causata dalle multinazionali, anche quelle europee e da elites che, in spregio al diritto alla vita, la privatizzano, al pari di boschi, fiumi e terra.

Non è un caso che, di fronte all’allarme di invasione rilanciato dall’America che si riconosce in Trump, i migranti abbiano sottolineato che gli invasori non solo loro, ma le elites ricche che li hanno ridotti in miseria. Tuttavia sono gli stessi potenti che cercano di distorcere la comunicazione. Sempre Sebastián Escalón ha riportato nel suo reportage pubblicato da El Faro un post pubblicato sui social network dall’ambasciatore statunitense in Guatemala: “Chi attraversa illegalmente la frontiera sarà arrestato e deportato”. Il paradosso è che l’autore, Luis Arreaga, prima di intraprendere la carriera diplomatica, è nato e cresciuto in Guatemala fino ai 18 anni, a sua volta migrante e figlio di immigrati. Come se quest’ultimo non sapesse che i migranti in fuga sono costretti ad abbandonare il loro paese a causa della povertà, della violenza delle maras e della mancanza di lavoro. Come ha scritto su Marco Dávila su Rebelión, i migranti che hanno raggiunto il Messico hanno a che fare con diverse bestie: il presidente Peña Nieto, Donald Trump e la “Bestia d’acciaio”, il treno che attraversa tutto il Centroamerica e a cui si attaccano gli immigrati, viaggiando in condizioni pericolosissime pur di raggiungere il sogno americano.

Per adesso, purtroppo, più che il sogno americano i migranti sono di fronte ad un nuovo incubo, quello di essere di nuovo deportati. Arrestarli non sarà facile, ma per i grandi del mondo (e i loro vassalli) che cercano di sbarrare il passo a questo enorme serpentone, restare umani è un termine che non rientra nel loro vocabolario.

Note: Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
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