Il paese centroamericano prigioniero degli investitori stranieri

Il Guatemala ostaggio delle multinazionali

Il dossier del Transnational Institute e dell’Institute for Policy Studies evidenzia come lo stato sia vittima dell’Investor-state dispute settlement, uno strumento giuridico che permette alle transnazionali di aprire un contenzioso legale ogni volta che non possono realizzare una grande opera
31 agosto 2026
David Lifodi

Il Guatemala ostaggio delle multinazionali

L’Investor-state dispute settlement (Isds) è uno strumento di diritto pubblico internazionale che permette ad un investitore straniero di aprire un contenzioso legale nei confronti di uno stato che, sul proprio territorio, rifiuta di farsi depredare delle proprie risorse naturali o pone il veto a grandi opere imposte dalle multinazionali.

Il dossier “Radiografía del régimen de protección de inversiones transnacionales”, realizzato dal Transnational Institute e dall’Institute for Policy Studies, segnala che uno dei paesi ad aver subito maggiori conseguenze dal ricorso all’Isds è il Guatemala, non tanto per la mobilitazione dello stato, sempre pronto a soddisfare i desiderata delle grandi imprese, bensì per la tenace e coraggiosa resistenza dei movimenti sociali indigeni e contadini.

Sono centinaia, infatti, i ricorsi a questa forma di arbitrato a senso unico da parte delle multinazionali nel campo dell’energia e dell’estrattivismo minerario che cercano di accaparrarsi i territori del paese dove vivono, da sempre, le comunità maya e contadine. Quanto alle imprese, contano proprio sull’appoggio dello stato guatemalteco per imporre i loro progetti militarizzando i territori, criminalizzando la protesta sociale e, spesso, rendendosi complici degli omicidi compiuti ai danni dei lottatori sociali e ambientali.

Il Guatemala ha sempre ignorato le istanze delle comunità in resistenza, nonché i rischi connessi, tra le altre cose, all’inquinamento del territorio per generare energia tramite la costruzione di nuove centrali idroelettriche o nuove miniere adducendo come scusa la possibilità di creare nuovi posti di lavoro, una giustificazione che non tiene conto né dello stravolgimento di intere zone del paese né del rischio legato alla nascita di immense maquiladoras a cielo aperto.

Inoltre, il dossier mette l’accento sulla mancanza di strumenti effettivi per difendersi, dal punto di vista legale e giuridico, da parte delle comunità in resistenza, mentre le grandi imprese possono contare su una serie di facilitazioni per pretendere, e in gran parte dei casi ottenere, dei risarcimenti milionari in tutte le circostanze in cui, secondo loro, le aspettative di profitto finiscono per essere disattese o comunque rallentate grazie alla ribellione di indigeni e contadini.

L’Isds rappresenta, quindi, una minaccia per l’ambiente, i beni comuni e la stessa sopravvivenza delle comunità.

Dal 2007, sotto i vari governi di Portillo, Berger, Molina, Morales e Giammattei, tutti di destra, in gran parte casi estrema, nonché quelli rosa di Colom e Arévalo (quello attuale) il Guatemala ha dovuto far fronte a tredici ricorsi all’Investor-state dispute settlement per un totale di circa 1.700 milioni di dollari chiesti allo stato come risarcimento. Finora, informa il rapporto di Transnational Institute e Institute for Policy Studies, il Guatemala ha già dovuto sborsare più di 160 milioni di dollari alle multinazionali, metà delle quali del settore energetico.

Uno dei casi maggiormente emblematici segnalati nel dossier riguarda la resistenza, protrattasi per sette anni, contro la miniera dell’impresa Usa Kappes, Cassiday & Associates, dopo che la giustizia aveva ordinato la sospensione del progetto per la mancata convocazione di un referendum tra gli abitanti dei municipi San Pedro Ayampuc e San José del Golfo.

Un altro ricorso altrettanto odioso all’Isds è stato quello da 178 milioni di dollari promosso da Energía y Renovación Holding, impresa che è diretta da un gruppo di soci guatemaltechi che ha fatto causa al suo stesso stato pur di sviluppare il progetto legato alla costruzione di una centrale idroelettrica in un territorio indigeno nonostante il rifiuto espresso dalle comunità interessate in una consultazione realizzata prima dell’avvio della grande opera.

In generale, il Guatemala è prigioniero di 18 trattati bilaterali di investimento, ma gran parte di questi, spiega il dossier, potrebbero essere conclusi se il governo decidesse di non rinnovarli tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027. Sono invece 9 i trattati di libero commercio: tutto ciò è frutto di un modello di sviluppo neoliberale imposto al paese e dal quale traggono vantaggio solo le transnazionali.

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