Viva il popolo brasiliano!
Miami non è un luogo qualsiasi, ma la capitale dei golpisti cubani, da cui sono state architettate, in ogni epoca storica, le trame eversive per far cadere la Rivoluzione del 1959, nonché, in tempi più recenti, la destinazione scelta dall’allora presidente boliviano Sanchez de Lozada. Quest’ultimo, il 17 ottobre 2003, fuggì come un ladro, ma accolto con tutti gli onori negli Usa, dopo che nei suoi 14 mesi di governo aveva provocato diverse centinaia di morti e feriti a seguito delle violente proteste popolari dovute alla cosiddetta guerra del gas.
Probabilmente aiutato nella fuga verso gli Stati Uniti da Argentina ed Ecuador, due tra i paesi a ricoprire nel migliore dei modi il ruolo di vassalli Usa, Flávio Bolsonaro proverà a destabilizzare il suo stesso paese e il governo Lula dall’esterno, secondo una strategia che, purtroppo, gli analisti politici già tendono ad associare a quella messa in atto dall’opposizione venezuelana quando era capitanata dall’esecutivo ombra di Juan Guaidò nei primi mesi del 2019 in qualità di presidente ad interim.
Lula dovrà quindi guardarsi sia dalle provocazioni e dalle trame messe in atto dal golpismo bolsonarista, con il sostegno, già dichiarato, di Trump, sia dalla guerriglia su ogni singolo atto politico da parte di un Congresso dove le sinistre sono in netta minoranza rispetto all’estrema destra. Nel frattempo, gli episodi di violenza, ad urne chiuse, sono già iniziati: Brasil de Fato ha riportato molteplici episodi di aggressioni, in alcuni casi conclusisi anche tragicamente come nel Mato Grosso do Sul, contro i sostenitori di Lula, da parte di sostenitori di Bolsonaro.
Del resto, storicamente gli Stati Uniti hanno sempre cercato di mettere la museruola agli aneliti progressisti del Brasile. Christophe Ventura, nell’edizione italiana di Le monde diplomatique/il manifesto di ottobre, ricorda i “sinceri auguri” inviati dal presidente Usa Lyndon Johnson al presidente della Camera dei deputati Pascoal Ranieri Mazzilli il 2 aprile 1964, due giorni dopo il colpo di stato che aveva deposto João Goulart per consacrare nei quindici giorni successivi Humberto Castelo Branco alla guida di una giunta militare perpetratasi al potere fino al 1985.
È per questo che il quarto mandato di Lula, nonostante un percorso davvero complicato che lo aspetta, rappresenta una vittoria rilevante. Quegli oltre quattro milioni di voti che hanno permesso al presidente operaio di fermare, almeno per il momento, la sempre più aggressiva Internazionale nera latinoamericana e non solo, imponendosi sul bolsonarismo, hanno dato un messaggio chiaro e forte sia al negazionismo dell’estrema destra (principalmente climatico, della storia, della memoria e sanitario) sia agli Stati Uniti poiché il Brasile ha dimostrato di non voler essere una colonia Usa, come del resto quella parte di latinoamericani scesi in strada per festeggiare benché abitassero in altri paesi.
L’ottimismo della ragione di Lula ha avuto la meglio quando, oggettivamente, dopo il primo turno del 4 ottobre, sul Brasile sull’intero continente latinoamericano erano calate le tenebre. La mobilitazione di Lula e le manifestazioni oceaniche in tutto il paese avevano iniziato a far capire che forse il vento poteva cambiare.
Lula ha recuperato nel nordest, dove al primo turno aveva visto calare i propri voti, ma anche nelle zone del paese storicamente più fedeli a Bolsonaro: “dinámica de lo impensado”, lo avrebbe definito il popolare giornalista sportivo argentino Dante Panzeri se fosse vissuto fino ai giorni nostri, per rendere onore alla clamorosa rimonta di Lula, accettata loro malgrado, anche dai presidenti degli altri paesi latinoamericani che, subito dopo l’esito del voto non hanno sposato la tesi del complotto del futuro fuggiasco Flávio Bolsonaro, sconfessandolo implicitamente, ma, seppur a denti stretti, sono stati costretti a riconoscere la vittoria lulista.
Tuttavia, le ingerenze Usa e le manovre delle potentissime lobbies in seno al Congresso, continueranno. Il rischio più concreto che dovrà affrontare Lula sarà quello di guardarsi da una crisi economica indotta che lo costringa a prendere una serie di misure impopolari che convincano la gente a scendere in piazza rendendo il paese ingovernabile, nonché a dover porre rimedio alla violenza delle organizzazioni criminali, soprattutto a seguito dell’inserimento nella lista delle organizzazioni terroristiche internazionali il Primeiro Comando da Capital e il Comando Vermelho.
Accerchiato da leader di destra radicale a livello regionale, che insieme a Trump e ai seguaci di Bolsonaro cercheranno di far piombare il paese nel caos, Lula difficilmente potrà fare la rivoluzione, a maggior ragione con un Congresso profondamente ostile, ma rappresenta comunque una speranza per un Brasile, e per un continente latinoamericano, meno ingiusto e diseguale. È per questo che ribereños e indigeni delle zone più remote del paese lo hanno votato, alla faccia del boicottaggio di Meta proseguito fino all’ultimo giorno.
Abbandonato anche da ex deputati quali Joice Hasselmann, giornalista e scrittrice che, pur essendo di destra, ha scelto di votare per Lula definendo Flávio Bolsonaro un “bandito” e golpista, il fascismo brasiliano mastica amaro, ma non è stato sconfitto.
Saranno ancora molte le battaglie che dovrà vincere Lula. Eppure, la sua dichiarazione “Non siamo una colonia e non lo saremo mai di nessuno” fa sperare in un cambiamento non solo necessario, ma forse anche possibile.
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