Brasile, ordine senza progresso
Lo ha scritto, con la sua consueta capacità di analisi, Claudiléia Lemes Dias, scrittrice blogger e saggista e autrice, tra gli altri, di due libri ancora attualissimi, Fascismo tropicale e Le catene del Brasile. Un paese ostaggio delle religioni, raccontando come “i nuovi campioni dell’ultradestra conquistano milioni di voti trasformando i social network in trincee di odio, darwinismo sociale e dogmatismo religioso”.
Sono tre i nomi dei giovani che, nelle file del bolsonarismo, hanno “spaccato”, come si usa dire in queste circostanze: Nikolas Ferreira, trentenne che ha guadagnato oltre 3 milioni di voti per la Camera dei Deputati, Eduarda Campopiano, ventitreenne divenuta la deputata statale più votata a San Paolo e Lucas Pavanato, 28 anni, a sua volta al Senato con tre milioni di voti nel suo Stato.
Già prima del 4 ottobre si sapeva che per Lula sarebbe stata dura confermarsi al Planalto, ma adesso, nonostante il presidente uscente, ad urne chiuse, abbia conservato un certo ottimismo, la strada sembra in salita, non solo perché i candidati pro forma alla presidenza del paese sono tutti di destra o centrodestra, hanno quasi il 12% dei consensi e difficilmente indicheranno di votare a sinistra nel ballottaggio del prossimo 25 ottobre, ma anche per i pessimi risultati ottenuti al Senato federale e alla Camera dei deputati, dove l’estrema destra bolsonarista e la destra tradizionale hanno fatto incetta di seggi, rispettivamente 50 e 297. In pratica, anche nel caso di una auspicabile rimonta di Lula, quest’ultimo sarebbe ostaggio dei ricatti del Centrão quasi ad ogni votazione.
Il vincitore del primo turno elettorale è si Flávio Bolsonaro, ma, soprattutto, una macchina dell’odio oliata alla perfezione, composta sia dalla ormai lunga lista di presidenti latinoamericani nell’orbita dello Scudo delle Americhe e dell’Internazionale nera, capitanata dall’argentino Javier Milei, il cui epiteto meno offensivo nei confronti del suo omologo brasiliano è stato basura socialista, sia dagli alti vertici della Casa Bianca, che hanno fatto di tutto per polarizzare fino all’estremo la contesa elettorale, come già accaduto svariate volte nel recente passato, dal Venezuela alla Colombia passando per Perù, Cile, Bolivia, Ecuador, Honduras e Argentina.
A finanziare la poderosa propaganda dell’estrema destra bolsonarista è stato, in particolare, il network Rocbridge, una rete di donatori creata nel 2019 da Christopher Buskirk, editore del sito web ultraconservatore American Greatness e che fa capo al vicepresidente Usa JD Vance. Contemporaneamente, il finanziamento statunitense delle sette evangeliche, ormai sostituitesi allo stato nelle favelas delle megalopoli brasiliane, le ha trasformate in vere e proprie cellule talmente radicate da potersi permettere, in totale libertà, di equiparare il cammino di Flávio Bolsonaro a quello di Dio, adoperarsi per affiancare la polarizzazione religiosa a quella politica e creare slogan mostruosi in cui si giustifica l’eliminazione dell’avversario politico poiché non appartiene “al popolo eletto da Dio”.
Se il 5 gennaio 2027 è altamente probabile che assisteremo all’insediamento di Flávio Bolsonaro al Planalto, con la conseguente, immediata, amnistia per il padre golpista Jair, attualmente in carcere con una condanna a 27 anni per il tentato golpe del 2022, ad oggi il Brasile è già certo di avere tra i piedi la moglie dell’ex presidente, Michelle, i fratelli di Flávio Carlos e Jair Renan, nonché Renato Bolsonaro, fratello di Jair, tutti eletti.
I rapporti intrattenuti, da sempre, da Flávio Bolsonaro, con le milizie parafasciste, il coinvolgimento nel riciclaggio di denaro sporco, la sua volontà di mettere fine alla possibilità di rielezione del presidente e di nominare giudici del Supremo Tribunal Federal che non “interferiscano nelle elezioni”, solo alcune delle tante motivazioni che, secondo Lula, avrebbero dovuto sconsigliare l’elettorato a votare per il candidato di estrema destra, non sono servite a molto. La caccia al voto dei circa trenta milioni di elettori astenutisi al primo turno sembra assai complessa, nonostante su Flávio Bolsonaro penda anche l’accusa per finanziamenti sospetti al film su suo padre “Dark Horse”. In una campagna elettorale all’insegna dei colpi bassi, Lula è stato apostrofato anche con l’irridente soprannome di “nove dita” in riferimento al dito perso a diciassette anni quando lavorava come metalmeccanico.
La pesante intromissione elettorale Usa, definita come la terzultima in America latina poiché, a questo punto, mancano solo il Messico e l’Uruguay alla riconquista quasi totale del continente, è servita per far pagare al Brasile la partecipazione attiva in seno ai Brics, la condanna pubblica, espressa più volta da Lula, del genocidio palestinese, nonché la stretta alleanza con la Cina, hanno spinto la Casa Bianca a buttarsi a capofitto nella campagna elettorale brasiliana con il sostegno interessato di Israele.
Non a caso, già nei mesi scorsi, Flávio Bolsonaro aveva promesso che, se fosse stato eletto, avrebbe trasferito l’ambasciata brasiliana a Gerusalemme nell’ambito degli Accordi di Isacco, già sottoscritti nell’aprile 2026 dall’argentino Milei allo scopo di rafforzare la cooperazione tra Latinoamerica e Israele soprattutto in materia di sicurezza e in ambito commerciale. Al contrario Lula, che aveva ritirato l’ambasciatore da Tel Aviv e, dal 2024, è considerata persona non gradita in Israele, ha perso nettamente la contesa elettorale nei seggi allestiti nello stato ebraico.
La sinistra di base può consolarsi con l’elezione di quattro deputati federali e quattro deputati statali provenienti dal Movimento Sem terra e candidatisi nelle file petiste, tra cui la ventiseienne nera e lesbica Rosa Amorim, prima donna senza terra a raggiungere la Camera dei Deputati, nonché con Erika Hilton (Partido Socialismo e Liberdade), voce del movimento femminista e transgender pesantemente minacciata dagli influencer evangelici legati al bolsonarismo, insieme a Duda Salabert e Tahabatta Pimenta, anch’esse appartenenti al Psol. E ancora, in un contesto politico nerissimo fa ben sperare il discreto successo del movimento nero Quilombo nos Parlamentos, che ha visto l’elezione, tra gli altri, di Paula Nunes, Jones Manoel, Fabio Felix, Renata Souza e Talíria Petrone per quanto riguarda il Psol, la petista Anielle Franco, sorella di Marielle e già ministra dell’Uguaglianza razziale con Lula e di Olívia Santana e Dani Balbi per il Partido Comunista do Brasil.
Tuttavia, i dati emersi da questa prima tornata elettorale destano comunque preoccupazione.Se nel nordest del paese Lula continua ad ottenere un numero consistente di voti, oltre 21 milioni, ne ha persi comunque quasi 3,5 rispetto a quattro anni fa e il sudest ha decretato la sua sconfitta al primo turno, poiché la destra, storicamente più forte in questo territorio, si è imposta agevolmente, ma, anche in tutto il resto del Brasile i consensi per il presidente uscente sono in calo. In più, anche al secondo turno, Lula dovrà vedersela con il cosiddetto “ecosistema digitale del bolsonarismo”, appropriatosi di quello che, una volta, rappresentava lo slogan del network indipendente Indymedia: “Non credere ai media, creali”. Oggi tutto ciò è realizzato dal bolsonarismo che, aiutato anche da un numero enorme di bot e troll, inonda la rete e amplifica all’ennesima potenza la propaganda dell’estrema destra.
Un cortocircuito che Lula, il Brasile e, più in generale il continente latinoamericano che si riconosce nell’integrazionismo, nella pace e non nelle politiche di odio propagate ogni giorno dallo Scudo delle Americhe rischiano di pagare a caro prezzo.
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