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Quando un cappuccio si solleva...

16 marzo 2006 - Nadia Redoglia

“Il prigioniero incappucciato, con le braccia aperte, legate ai fili della corrente, una delle foto-simbolo delle violenze di Abu Ghraib, ha un nome e un volto”.

Con queste parole il servizio- inchiesta di Rainews24 ha mandato in onda una testimonianza storica.
Il servizio è stato raccolto da molte testate nazionali, ma anche da quelle oltre oceano. Qualche giorno dopo ci è stato comunicato che il famigerato lager di Abu Ghraib verrà chiuso. Un po’ come dire “sopprimiamo il luogo, dunque sopprimiamo ciò che quel luogo ricorda” La storia insegna che così non basta a chiedere perdono… I “giorni della memoria”, proclamati negli ultimi tempi, lo confermano. Ci piacerebbe che questi servissero come esempio per non commettere più gli stessi errori, ma a tanto non ci siamo ancora arrivati.

15 marzo 2006. Il Foglio pubblica in prima pagina un editoriale, dal titolo “Raibufale24”. L’editoriale taccia l’inviato di essere al servizio della più bolscevica televisione del mondo occidentale, diretta da un post comunista. (L’articolo e la conseguente risposta del direttore Morrione di Rainews24, è facilmente reperibile su qualunque motore di ricerca e sul sito www.rainews24.it).

I fatti: Rainews24 intervista un testimone, prigioniero di Abu Ghraib ( Ali Shalal el Kaissi, riconosciuto da Amnesty International, Human Right Watch, e da altre Ong come uno dei prigionieri incappucciati ritratti nelle foto pubblicate ovunque a livello planetario). Questi, con dovizie di particolari, espone la sua storia. Storia che nella sua terra,l'Iraq, non fu ascoltata perchè non supportata da prove. Poi le prove arrivarono, sotto forma di foto. La testata diretta da Morrione l’ha resa pubblica, intervistando il testimone non già in Italia, dove lo stesso aveva chiesto di essere ospitato, ma non accettato per iter diplomatici, ma in Giordania ove ad Ali Shalal è stato concesso di operare per la tutela dei diritti umani dei prigionieri di guerra. Ali ha dichiarato, oltre all’orrore della guerra che già conosciamo, la miseria umana di antichissima memoria, legata al metodo con cui fare “parlare” un essere umano: la tortura fisica e psicologica.
La risposta del Foglio: “…quell’uomo (Al Kaissi) non è affatto l’uomo ritratto in quelle terribili fotografie che un bravo soldato dell’esercito americano, nel dicembre 2003, aveva consegnato ai suoi superiori, denunciando così lo scandalo di Abu Ghraib. Quell’uomo, spacciato per l’incappucciato dal giornalista italiano (S.Ranucci ndr) prima e dal N.Y. Times poi, era un altro…”

Sul sito di Rainews è ricostruibile l'identificazione del soggetto intervistato con quello della terribile foto. Infatti, sovrapponendo l'immagine, si riesce a vedere che entrambi hanno una mano malformata. Ali subì un intervento e la cicatrice su quella mano fu utilizzata come ulteriore mezzo di tortura da parte dei carnefici. Ma l'argomento del servizio fornitoci non è questo. Rainews parlò di “simbolo”, perché oggetto del reportage non era certo quello di identificare quell’incappucciato, ma il motivo perché lo fosse e nel contempo fosse attaccato a dei fili elettrici. In cosa consisterebbe l’importanza, al nobile scopo di informare, di identificare uno tra i tanti prigionieri incappucciati, ammesso e non concesso che l’intervistato non fosse proprio quello dell’immagine più nota, col dovere di denunciare l’ignobile metodo della tortura, demandata ai molteplici carnefici assoldati dagli Stati Uniti?

Lasciamo da parte il nostro istintivo commento sulla carenza etico-estetica del Foglio nell’attacco al reportage della Tv satellitare. Proviamo a chiederci il motivo dell’attacco, dell’aggressione, ritenuta, dal direttore di testata, degna di prima pagina.

Il sistema generato e attivato negli ultimi decenni dal potere occidentale, pare abbia un obiettivo: distruggere la base istituzionale dei criteri di supporto sociale, frutto degli atavici programmi che si basano, e si sono sempre basati, sulla concezione secondo la quale gli uomini devono preoccuparsi, in qualche modo, gli uni degli altri. Questo supporto sociale ha sempre protetto l’uomo, favorendo la sua libertà di pensiero, dunque la capacità di autonomia. L’attuale sistema non può più accettarlo. Perciò l’idea che dovremmo provare compassione e solidarietà gli uni per gli altri deve essere cancellata dalle nostre menti. Lo scopo è fare ritrovare l'uomo solo e pertanto costretto, per sua natura, a cercarsi un riparo qualunque. Ed ecco pronto il riparo: un rifugio precostituito ad hoc, nato dalla trappola già scattata che l’ha privato del suo supporto sociale. Un metodo: portare l'attenzione non già sull'evento umano, ma su qualunque altra "cosa" che nulla abbia a che vedere con il più piccolo dei valori umani.

Il potere ( che sia tale è innegabile) mediatico viene a svilirsi, a trasformarsi, nel momento in cui si allea, o peggio, si prostituisce, ad altro potere.
Una certa testata ci ha informati che la prima potenza mondiale, quella stessa che ha vantato la pretesa di saper liberare una parte del pianeta da feroci dittature, ha perpetrato atti atroci, considerati dai trattati internazionali crimini di guerra, contro esseri umani. Per riferircelo ha portato un uomo che li ha vissuti in prima persona e ha mostrato documenti di altri uomini che hanno subito le stesse violenze. Un’altra testata, non solo non ci ha reso per prima lo stesso servizio, ma entrando nel merito, anziché verificare, smentire, almeno commentare la vergognosa violazione dei diritti umani, ha messo in atto il giochino del “e lui o non è lui?”

Riduttivo, pretestuoso? Il nostro commento sommessamente, anzi no, fermamente, decidiamo di chiuderlo qui.
Ci limitiamo a ricordare il titolo del libro scritto da un grande maestro del giornalismo. “Il cinico non è adatto a questo mestiere”

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