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    Manuale (minimo) di sopravvivenza di un artigiano della comunicazione

    1 luglio 2006 - Pietro Orsatti

    1. senza strumenti
    "Uno dei problemi cruciali di queste teorie è la supposizione secondo cui la cultura è in gran parte fissa e invariabile, il che permette al mondo di essere ordinatamente suddiviso in «civiltà» o «culture». Tutto questo ignora il fatto che, sebbene ci possa essere una notevole continuità nei valori e nelle tradizioni delle società, anche le culture variano e raramente sono omogenee. Quasi tutte le società hanno intrapreso mutamenti nei valori – per esempio, mutamenti nei valori relativi al ruolo delle donne e all'uguaglianza di genere durante il secolo scorso. Ovunque si sono verificati cambiamenti radicali nelle pratiche sociali, dai cattolici in Cile ai musulmani nel Bangladesh ai buddisti in Thailandia. Tali cambiamenti e tensioni all'interno delle società portano a un cambiamento politico e storico, cosicché ora l'argomento prevalente nelle ricerche antropologiche riguarda il modo in cui i rapporti di potere influenzano tali dinamiche. Paradossalmente, proprio adesso che gli antropologi hanno rinunciato al concetto di cultura, bollandolo come un fenomeno sociale limitato e immutabile, stiamo as-sistendo alla crescita dell'interesse politico tradizionale intorno alla scoperta dei valori e delle caratteristiche fondamentali di «un popolo e della sua cultura».A causa delle loro pericolose implicazioni politiche, le teorie sul determinismo culturale meritano un giudizio critico. Esse possono alimentare il sostegno per le politiche nazionaliste, che screditano o calpestano le culture «inferiori» che dimostrano di trovarsi sulla strada dell'unità nazionale, della democrazia e dello svilup-po. Tali attacchi ai valori culturali finirebbero poi per alimentare le reazioni violente che potrebbero mantenere vive le tensioni sia all'interno dei paesi sia tra di essi".

    Da "LO SVILUPPO UMANO RAPPORTO 2004" – UNDP

    Il modello ultraliberista non produce automaticamente libertà. Il liberismo, inteso come estrema ratio di un contesto autoreferenziale come quello espresso dalla nostra società di produzione e consumo, crea una realtà di esclusione, impoverimento culturale, svuotamento di valori quali la solidarietà, il mutualismo e la libertà di espressione. Tutto avviene all'interno di una distorsione o forzatura del contesto globale in cui si agisce. Anche l'arte, la produzione culturale, l'informazione, si adeguano al bisogno di selezione e semplificazione del "o nuoti o anneghi". Non si racconta o rappresenta l'insieme, ma solo quello che conviene, o che esteticamente e culturalmente si adegua al bisogno produttivo. Per quanto riguarda il mondo dell'informazione e della produzione culturale in occidente – settori che in qualche modo dovrebbero aiutare a comprendere e a affrontare gli attuali mutamenti della società – stiamo attraversando una fase di sterilizzazione per sovraesposizione.

    Sovraesporre un concetto non ne aumenta il va-lore, ma lo rende omologabile, ne svuota il peso reale, la drammaticità, l'impatto. Per intenderci, la povertà, il disagio, la diseguaglianza sociale diventano elementi estetici, ripuliti dal loro valore di denuncia e di stimolo alla discussione. Il "dolore", l'insieme dei fattori che provocano il dolore, non vengono analizzati; il "dolore" è un elemento estetico usato, spesso abusandone, asetticamente dall'industria di produzione culturale: c'è, si mostra, si spettacolarizza, e poi si volta pagina. Diventano sempre più rari i casi in cui si cerca di capire e non di mostrare semplicemente.

    Dopo tutto, questo non dovrebbe sorprendere vista l'attuale situazione industriale della cultura in genere e dell'informazione in particolare: il processo di monipolizzazione e controllo da parte di gruppi industriali sulla produzione di informazione a livello globale e nazionale sta creando una situazione di progressiva scomparsa della libertà di espressione. Non sto parlando dell'aberrazione del caso italiano, del mac-roscopico conflitto di interessi che si è concentrato attorno alla figura di Silvio Berlusconi; sto parlando invece del sistema mondiale della produzione e distribuzione di notizie. Più dell'80% dell'informazione "di base" - mi riferisco alle agenzie di stampa – sono in mano a una manciata di "editori". In particolare AP e Reuters determinano in realtà il 90% dell'agenda di attenzione internazionale su temi politici, economici e culturali e livello globale. AP e Reuters, quindi, pur non rispondendo direttamente a un governo sono espressione di un mondo, quello occidentale, e un modo produttivo, quello ultraliberista: questi due colossi impongono di fatto una visione, una chiave di lettura, un modo di affrontare e analizzare la realtà che si fonda su esigenze in primo luogo imprenditoriale e poi politiche che fanno riferimento al solo Nord. Fanno politica ma non rispondono a nessuno, non rispondono neanche direttamente al pubblico. Il pubblico non può esprimere, infatti, il proprio gradimento o la propria disapprovazione: AP e Reuters non vendono direttamente informazione all'utente finale, al pubblico, i loro interlocutori sono gli "hub" informativi mondiali, agli uffici stampa di gruppi politici, istituzioni, gruppi economici o ad altre testate giornalistiche. Se AP e Reuters non segnalano un fatto, non seguono una storia, non distribuiscono una notizia, per il 90% almeno del mondo dell'informazione, della politica e dell'economia quel fatto, quella storia e quella notizia non esiste. E i poveri? E gli esclusi? E i miserabili? Chi parla di loro, chi ne raccoglie le voci?

    "Le persone povere si preoccupano di cosa accadrà ai loro livelli di reddito. Le persone povere si preoccupano del fatto che i loro bambini vadano a scuola. Le persone povere si preoccupano del fatto che le loro figlie siano discriminate in termini di accesso all'istruzione. Le persone povere si preoccupano delle malattie pandemiche e di quelle infettive come l'HIV/AIDS, che sono devastanti per le comunità in Africa. E le persone povere si preoccupano molto in merito al loro ambiente e del fatto che esse possano avere accesso o meno a fonti d'acqua pulite e a strutture sanitarie"(UNDP).

    Il mondo è questo. Il mondo è fatto di bisogni, spesso elementari e primari: ce ne dimentichiamo sempre più spesso. Di questo dobbiamo parlare. Queste devono essere le scadenze primarie delle nostre agende personali e politiche. Un operatore dell'informazione, un intellettuale, un artista, un artigiano della comunicazione parla verso l'esterno, parla a qualcuno, al pubblico, e nel momento che agisce genera politica, definisce un confine fra personale e pubblico e poi lo supera. Il suo ruolo non può essere impersonale, il suo coinvolgimento diventa, nell'atto della sua attività, pubblico e quindi determina un'azione che può portare cambiamento, influenzare opinioni. Per questo la responsabilità è grande per chi opera in questi settori. Non sentirne il peso svilisce il valore che ruota intorno al termine "comunicazione".

    Non è possibile, anche, limitare il proprio modo di raccontare al semplice riportare fatti, anche se è importante farlo e con correttezza, ma è necessario un nuovo modo di usare i mezzi di comunicazione nel mi-glior modo possibile, ricercando anche forme nuove di linguaggio che, necessariamente, nella nostra società non integrata ma multiforme, non multietnica ma disordinatamente contaminata, deve essere necessariamente ibrido: ibrida come come le nostre città, le nostre attività lavorative, i nostri sentimenti. Considero limitativo, ad esempio, essere selettivi – o meglio esclusivi - nel media da utilizzare quando si decide di comunicare verso l'esterno, al pubblico. I media oggi sono sempre più numerosi e sempre più integrabili fra loro, e anche forme di espressione artistica quali il teatro, l'arte contemporanea, la danza e la musica si possono considerare media o forme di comunicazione da integrare profondamente con quelle più formali o tradizionali quali i giornali, i libri, la radio, la televisione.

    "Nel dramma la verità ci sfugge sempre. Non la troveremo mai facilmente ma la ricerca è convulsa. Naturalmente, è la ricerca a condurre il cimento. La ricerca è il nostro compito. Molto spesso, sulla verità, si barcolla nel buio; ci si imbatte o si intravede appena un'immagine o un forma che sembra corrispondere alla verità, spesso senza renderci conto che siamo noi a renderla reale. Ma la verità, quella autentica, è che non c'è una verità da trovare nell'arte drammatica. Ce ne sono molte. Queste verità si sfidano a vicenda, si allontanano a vicenda, si riflettono a vicenda, si ignorano a vicenda, si infastidiscono a vicenda, sono insensibili l'una all'altra. A volte sembra di avere tra le mani la verità di un momento, ma poi ci scivola dalle dita ed è persa" (Pinter).

    Non prendere in considerazione oggi la nostra incapacità di comunicare i valori e i drammi di questa nos-tra società caleidoscopica, esplosa come è esplosa la possibilità di vivere scissi da altre società e altre culture e di chiamarci fuori da conflitti e tragedie e bisogni anche fisicamente
    distanti da noi, è un errore che non sento di potermi permettere. Inevitabilmente devo e dovrò essere parziale, intravedere frammenti, raccontare particelle della realtà che mi circonda. Devo anche essere consapevole che la mia interpretazione potrebbe essere totalmente errata. Non ho verità assolute da rivendicare o alle quali riferirmi. Devo essere anche consapevole che le contraddizioni possono essere un valore e non solo un ostacolo alla comprensione. Credo che si tratti principalmente di una questione di coraggio: il coraggio di mettersi in discussione e di accettare che non si hanno gli strumenti per affrontare quello che si sta facendo. Non avere strumenti, accorgersi che quelli vecchi non funzionano più, rende indispensabile inventarsene di nuovi. Strumenti di analisi, di esposizione, descrizione, racconto: ricucire le proprie conoscenze e la propria esperienza in un quadro del tutto indeito e sconosciuto.

    E ancora. "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure"(Costituzione italiana).

    Questo è vero? In effetti nel nostro paese nonostante che la Costituzione sancisca questi diritti, la stampa è vincolata a autorizzazione e addirittura il lavoro di giornalista (la qualifica di giornalista, per l'esattezza) è sottoposta a un esame di Stato e a un ordine professionale regolato dallo Stato. Questi sono due degli aspetti, i più macroscopici, di limitazione effettiva della libertà di espressione e di pubblicazione garantita dalla carta costituzionale. Non è un caso che il pubblico, e perfino gran parte della stessa categoria professionale, consideri quella dei giornalisti una sorta di casta intoccabile e impermeabile. A tutti gli effetti lo è. Il paradosso è che gran parte dell'informazione di "punta", di approfondimento, venga in realtà prodotto non dalla "casta" ma da free lance (spesso non iscritti all'ordine) o da precari o collaboratori esterni. La "casta" gestisce la cucina interna – basta sfogliare un qualsiasi quotidiano italiano per rendersi conto che la politica interna si prende la fetta più grande e visibile delle pagine utili – mentre il resto viene in gran parte delegato.
    Certo, di corrispondenti e inviati e grandi firme se ne incontrano anche nelle altre pagine dei giornali, ma gran parte del lavoro di "punta", che significa quello non di routine o di commento e di redazione, è affidato ad altri, esterni, svincolati, non tutelati, spesso mal pagati e o pagati con innumerevoli ritardi e difficoltà. Un insieme di fattori che rendono molto difficile avviare e portare avanti correttamente il proprio lavoro di comunicatori, autori, giornalisti, produttori e soprattutto rende praticamente impossibile realizzare prodotti validi su temi sociali.

    Per questo non è difficile scoprire, alla fine di un proprio percorso personale e professionale, di non avere più strumenti.

    2. Controinformazione? Non basterebbe fare solo il proprio lavoro?

    A volte siamo certi di avere tutti dati necessari. Di conseguenza smettiamo di cercare. E proprio in quel momento commettiamo il più grave e clamoroso degli errori: diventiamo sicuri di avere tutte le informazioni per giudicare, prendere decisioni, agire. Ci fidiamo dell'istinto, oppure della nostra patina ideologica, del sentito dire dei nostri circoli politici/culturali/sociali. Ma l'istinto e la nostra formazione ideologica non sono garanzie, anzi, spesso, sono un impaccio.

    Il mestiere di giornalista è fatto d'istinto, curiosità, capacità d'improvvisazione e rigore. E di una sana sfiducia verso ogni fonte. Una fonte è "una parte", un frammento della verità, in realtà un'opinione. Perfino le fonti documentali possono essere parziali, incomplete, totalmente errate. Purtroppo noi dipendiamo da fonti, documenti, voci di corridoio. E dimentichiamo, o facciamo finta di non ricordare, perché comodo, perché rassicurante.

    Il dubbio dovrebbe essere in realtà alla base di ogni nostra ricerca e analisi, ma purtroppo siamo diventati, come persone e come categoria, sempre più dipendenti da fonti indirette, da fatti riportati da altri. I nostri datori di lavoro, i media, ci chiedono velocità e superficialità. Ormai corriamo a perdifiato per riempire pagine e palinsesti sempre più velocemente e sempre più superficialmente. Di conseguenza stiamo lentamente smettendo tutti di verificare, di riflettere, di prendere il giusto distacco da quello che scriviamo o filmiamo o raccontiamo. Non siamo più testimoni, stiamo diventando dei passa carte.

    In questa categoria (i passa carte) metto tutti, anche i cosiddetti media di controinformazione. Anzi, comincio a rifiutare proprio il termine "controinformazione", mi infastidice, lo trovo falso, fazioso, quantomeno un equivoco. Non è possibile fare informazione "contro" altra informazione: basterebbe che tutti, pulite le nostre rumorose bocche dai livori ideologici, iniziassimo a fare più semplicemente"informazione", quindi ricominciassimo a raccontare quello che seguiamo, vediamo, cerchiamo senza cercare colpi di teatro e effetti speciali per tentare di incantare editori e lettori e più in generale la società a cui ci rivolgiamo. Se non vogliamo farlo è perché tendenzialmente abbiamo deciso di mentire, o forse sarebbe meglio dire di omettere parti della realtà che pretendiamo mostrare.

    Non stiamo facendo letteratura. Stiamo riportando notizie, fatti. Per fare letteratura ci sarà un altro tempo e altri spazi.

    Ma tornando alle fonti, alla necessità di non fidarsi mai, di non dare mai per certo neanche quello che vediamo con i nostri occhi, vorrei raccontare un episodio, quasi totalmente sconosciuto al pubblico anche più attento e informato, ma che invece ha rappresentato il più grande fallimento del giornalismo mondiale negli ultimi 20 anni.

    Romania 1989. Cade Ceausescu in Romania, viene sommariamente processato e fucilato con la moglie. Cosa aveva portato alla caduta del dittatore Rumeno? La strage di Teminsoara. In questa località periferica della Romania pochi giorni prima era stata ritrovata un'immensa fossa comune dove, secondo gli oppositori del governo, erano state frettolosamente seppellite decine e decine di persone torturate e uccise dalla polizia segreta per ordine di Ceausescu. I media di tutto il mondo, le migliori penne della stampa mondiale, tutte le televisioni si precipitarono in Romania a documentare il macabro ritrovamento. Titoli in tutto il mondo e su tutte le testate (di ogni orientamento politico) contro il feroce dittatore e in sostegno dell'opposizione. Fin qui la realtà ufficiale. Che tutti, nessuno escluso, mise mai in dubbio.

    In realtà si è trattata di un'incredibile messinscena. Infatti, pochi mesi dopo un giornalista freelance svizzero tornò a Teminsoara e verificò quello che tutti gli altri si erano dimenticati di verificare. I morti ritrovati nella fossa comune erano tutti deceduti per cause naturali. Quelli che erano sembrati segni di violenza sui loro corpi erano i risultati di regolari autopsie. Cosa era successo? Era successo l'ovvio e l'incredibile. La polizia segreta di Ceausescu, la nomenklatura del partito comunista rumeno, aveva deciso di liberarsi del dittatore, ormai traballante per il crescere dell'opposizione (ricordiamoci che siamo nel periodo del crollo del muro di Berlino), nella maniera più cruenta e spettacolare. Si mise su uno spettacolo trucido, terribile, un processo farsa e un'esecuzione sommaria (l'unica cosa vera di tutta la vicenda) per poi patteggiare con l'opposizione un processo di continuità della nomenklatura stessa nel nuovo quadro dei poteri che si delineava. Una farsa. E ci siamo caduti tutti.

    Questo mi fa domandare: sono certo di quello che so? Sono certo di quello che scrivo? Sono in grado di giudicare?

    3. Documentaristica

    Girare un documentario non è solo un fatto di tecnica. Non si tratta neanche di mettere a frutto nel migliore dei modi un buon testo, una sceneggiatura. Per documentario,ovvero documentazione della realtà,è necessario in primo luogo essere testimoni di un evento. La preparazione è fondamentale:documentarsi dettagliatamente,leggere,vedere foto e filmati se possibile,cercare fonti diversi ficate,preparare tutta la rete di relazioni che consentiranno di girare il film. Poi è l 'istinto che fa il resto, quando ci si rende conto che tutte le informazioni che si sono raccolte,inevitabilmente,sono parziali.
    Se ad esempio avessi dovuto basare la costruzione del documentario su Fome Zero solo sulle interviste e i contatti fornitomi dalla Presidenza della Repubblica del Brasile e sulla preziosa collaborazione del coordinatore del programma, Frei Betto,avrei fatto solo una parte del mio lavoro. Per girare Fome Zero,invece,mi sono dovuto immergere nel Brasile urbano e rurale, consumare scarpe, prendere pullman, aerei, macchine, incontrare e intervistare decine di persone, ammalarmi, sudare.
    La lavorazione di Fome Zero è durata 6 mesi di cui quasi tre sul campo.Al termine delle riprese,al mio ritorno in Italia, avevo con me dalle 150 alle 170 ore di girato. Una mole di materiale enorme filmato nelle aree urbane di Rio de Janeiro,S.Paulo e Belo Horizonte e nelle aree rurali degli Stati di Goias, Tocantis, Minas Gerais, Bahia, Sao Paulo, Rio. Il montaggio è durato un mese. Con turni massacranti anche di 12 ore.La scrittura definitiva del film è avvenuta proprio in studio mentre montavo.Gran parte delle mie idee iniziali erano andate a farsi benedire in pochi giorni di lavoro sul campo.Rivedendo quello che avevo filmato ho ricominciato a scrivere. Non ho scelto le immagini migliori, o meglio non ho scelto le immagini migliori per documentare un determinato percorso narrativo. La narrazione è arrivata da sola, i volti e le storie che avevo filmato si sono ricomposte attraverso il mio istinto in un unico racconto.
    Devo dire che,a distanza di quasi due anni,rivedendolo recentemente mi sono reso conto che oggi,dopo ben altri 3 viaggi in Brasile,probabilmente ritoccherei alcune sequenze,ma che l 'ossatura del documentario, e la forze di gran parte delle immagini rimarrebbe immutata.
    L'esperienza di Fome Zero è stata unica,anche perché in pratica mi sono trovato a girare in condizioni impossibili.La produzione è crollata nel corso delle riprese e invece di avere sostegno (tecnologico e economico e pratico)da parte della produzione stessa,mi sono ritrovato a far fronte giorno per giorno alla necessità di portare il prodotto a casa, di filmare il più possibile, di raccogliere più voci che potessi. Essere solo,fare i conto solo con me stesso,non avere interlocutori e sostegni,alla fine non ha rappresentato un de ficit,ma un 'opportunità: forse sarebbe meglio dire che ho dovuto fare buon viso a cattivo gioco. Comunque, vista la fatica enorme, devo dire che ne avrei fatto a meno di trovarmi in quelle condizioni.
    E su questo è necessario aprire una breve,ma credo fondamentale, riflessione.In Italia non si produce e non si investe sul documentario a fini sociali. Si fa un po' di lavoro di inchiesta anche di buon livello,si fa molto lavoro di archivio e di ricerca di repertorio,si punta molto sulla docu-fiction (ovvero l 'unione fra finzione e documentario) ma con scarsi risultati, ma la documentaristica indipendente è totalmente abbandonata.
    Il paradosso è che in realtà in tutta Europa invece si punta moltissimo su questo settore. In Italia non esistono produttori disposti a investire, non ci sono distributori che piazzino i film,non ci sono strutture per l 'acquisto presso le reti televisive. In realtà tutto si muove attraverso le relazioni personali (e politiche). La frase più diffusa negli uffici delle varie produzioni è: "conosco uno,che è l 'amico di quello...". Il film, la storia, il valore del prodotto è assolutamente marginale. Spesso si riesce a vendere senza neanche che il film sia stato visionato prima. L 'importante è avere la conoscenza giusta. Quindi la professionalità, di fatto, viene svilita. Non importa essere un buon professionista, importa che tu o chi per te abbia i contatti giusti. E i contatti necessari, come spesso accade nel nostro paese in quasi tutti i settori, sono essenzialmente quelli politici. E questo non riguarda solo il quinquennio disastroso della governo Berlusconi (gestione che ha acutizzato una crisi del settore della comunicazione già in atto dalla metà degli anni '80) e quindi la necessità di conoscere qualcuno del centro-destra; anche nel centro sinistra valgono le stesse regole: se non conosci non vendi, se non conosci non produci.
    Quindi, la maggior parte dei registi indipendenti, per realizzare i loro lavori sono costretti ad affidarsi all 'autoproduzione, rischiando in proprio, spesso con risultati discreti se non buoni, ma assolutamente fuori mercato.

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