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    Storia di Taysir, giornalista spagnolo da Pulitzer: ma moro. E condannato per terrorismo

    Allouni, di nascita siriana, fu il solo dopo l'11 settembre a restare a Kabul, per Al Jazeera. E a intervistare Bin LadenUno scoop clamoroso, mai andato in onda sulla tv di Doha e scippato da Cnn. Gli è costato un processo capestro
    2 agosto 2007 - Sabina Morandi
    Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

    Questa è una storia sulla libertà di stampa, o almeno su quel che ne rimane. E' anche la storia di un colpo di fortuna che si trasforma in sfiga per colpa del razzismo che sta intossicando l'Occidente. E' la storia di Taysir Allouni, giornalista attualmente agli arresti domiciliari nella sua casa di Grenada dopo avere scontato due anni di carcere duro in uno dei penitenziari di massima sicurezza più tosti della Spagna. Aveva fatto il colpo grosso e invece di vincere il Pulitzer si è ritrovato con una pesantissima condanna commutata soltanto perché, un anno prima dell'arresto, aveva subito un intervento cardiaco incompatibile con la vita carceraria.
    Taysir Allouni è un tipico moro, elemento centrale di quella ricchezza che caratterizza la cultura spagnola da più di mille anni malgrado la pulizia etnica praticata dai cattolicissimi fondatori del regno. La Spagna, soprattutto l'Andalusia, è ancora piena di mori naturalizzati come appunto Allouni, giornalista di origine siriana ma cittadino spagnolo da vent'anni. Laureato in economia e in relazioni internazionali, traduttore dell'agenzia di stampa spagnola e collaboratore di alcuni quotidiani in lingua araba, nel 2000 gli viene fatta l'offerta della vita: Al Jazeera gli offre un posto di corrispondente a Kabul. Il primo anno non è affatto facile né lo sono i rapporti con i Taleban. Quando arriva l'11 settembre e, subito dopo, la pioggia di bombe sull'Afghanistan, Taysir decide di restare a restare a Kabul facendo sì che Al Jazeera sia l'unica emittente a diffondere immagini della popolazione martoriata almeno fino al bombardamento "accidentale" della sede da parte dei bombardieri Usa. Taysir insiste a restare e, in ottobre, viene contattato da sedicenti emissari di Bin Laden che gli propongono un'intervista con l'emiro di Al Qaeda. La concorda con la redazione centrale e, incappucciato, viene condotto in un rifugio segreto, con le stesse modalità con cui qualche anno prima è stata concessa l'intervista al britannico Robert Fisk. Durante l'intervista Taysir non è affatto tenero con il capo di Al Qaeda che, per ben due volte, si arrabbia per le domande: soprattutto sul divieto coranico di uccidere innocenti e poi sulle sofferenze dei civili afgani, sottoposti alla durissima ritorsione americana. Qui Osama si alza e se ne va. Il risultato è la famosa intervista - l'unica dopo l'11 settembre - che ad Al Jazeera verrà vietato di mandare in onda: lo farà, qualche mese più tardi la Cnn , scippando uno scoop mondiale e annacquandolo con traduzioni edulcorate. Tornato a Doha, dove ha sede la redazione centrale di Al Jazeera , Taysir non trova glorie e onori ma la notizia del suo coinvolgimento in un processo.
    Sulla base di un assunto che suona come un sillogismo un tantino razzista - chiunque sia riuscito a intervistare Bin Laden è un simpatizzante, a eccezione dei giornalisti occidentali - Taysir si ritrova sotto processo con una serie di sospetti terroristi. Il giornalista di origine siriana è talmente sicuro del fatto suo che, ignorando i consigli di amici e colleghi, decide di tornare in Spagna per chiarire la situazione. Troppa fiducia nella magistratura spagnola, forse: o una semplice sottovalutazione del clima, che si farà insostenibile dopo gli attentati di Madrid dell'11 marzo 2004, tale che contro Taysir bastano delle prove indiziarie - l'ospitalità resa a un altro cittadino spagnolo di origine siriana poi risultato fondamentalista e il fatto di aver consegnato dei soldi a un'organizzazione umanitaria nella Kabul sotto le bombe - per sancire una condanna a sette anni da scontare nel penitenziario di massima sicurezza di Alcalà-Meco.
    In una petizione firmata da colleghi, amici e numerosi intellettuali spagnoli, indirizzata al premier Zapatero, il caso Allouni viene paragonato all'affaire Dreyfus, l'ufficiale francese condannato per tradimento senza alcuna prova, solamente perché ebreo. La mobilitazione dell'opinione pubblica spagnola, gli appelli alla Corte Suprema di Madrid e quelli a Strasburgo, alla fine riescono a tirare fuori Allouni dal carcere ma non a scagionarlo: il giornalista è agli arresti domiciliari con un braccialetto elettronico, la promettente carriera rovinata per sempre. Fosse stato un reporter della Cnn o della Bbc , difficilmente sarebbe successo. Bisogna aggiungere però che a Taysir è andata meglio che al suo collega Sami Al-Hajj il cui volto compare vicino al suo nel manifesto che ne chiede la liberazione. Sami ha avuto la colpa di trovarsi in Pakistan nel 2001, munito di regolare visto, per fare il suo lavoro di cameraman e documentare il flusso dei profughi che attraversavano la frontiera nell'autunno di quell'anno infausto: adesso è il prigioniero numero 345 nel lager di Guantanamo, in sciopero della fame dal 7 gennaio.

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