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    Destra e sinistra, voi Guy Debord non lo avete mai capito

    Come è stato volutamente frainteso il situazionismo
    2 agosto 2007 - Franco Berardi Bifo
    Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

    Avete notato che negli ultimi tempi le stazioni italiane sono invase da schermi pubblicitari? Uno vorrebbe sapere a che ora parte il suo treno (naturalmente in ritardo) e invece una voce femminile carezzevole gli sussurra: "Curati di te". Vacanze meravigliose invadono lo spazio visivo del povero pendolare che si prepara ad accalcarsi sul solito treno che lo porta al suo inferno quotidiano. Lo schermo prolifera dovunque e promette una vita migliore.
    Centinaia di telecamere di videosorveglianza disseminate per la città promettono sicurezza ai cittadini spaventati dalla molto strombazzata criminalità. Torni a casa, finalmente. La televisione è già accesa. Tuo figlio non ti saluta perché sta guardando il programma delle tre.
    Gli schermi riempiono la nostra vita. La nostra vita? Quella non c'è più. Gli schermi che occupano ogni centimetro quadrato dello spazio visivo hanno la funzione di sostituire una vita che tende a scomparire. Qualcuno dovrebbe chiedere ai pubblicitari con quale diritto essi occupano lo spazio della visualità pubblico, con che diritto occupano il tempo della nostra attenzione.
    L'attenzione di cui disponiamo è limitata, come il nostro tempo. E lo schermo occupa l'attenzione, ogni centimetro quadrato dello spazio, ogni minuto del nostro tempo. L'attenzione per noi stessi, l'attenzione per gli altri si riduce a niente.
    La vita che non viviamo è sostituita dallo spettacolo.
    La sostituzione della vita con lo spettacolo è l'idea centrale che ossessiona il movimento che, nato cinquant'anni fa, prese nome di situazionismo. Dieci anni dopo la formazione dell'internazionale situazionista, Guy Debord diede alle stampe un libro fondamentale, che si intitola, per l'appunto, La società dello spettacolo .
    Spectaculum è ciò che deve essere guardato. La società del nostro tempo è un immenso accumulo di spettacolo, afferma Debord, ridefinendo la nozione di capitalismo. Lo spettacolo è la merce per eccellenza, l'oggetto feticcio che sostituisce la vita che non viviamo. Il concetto di "alienazione", che negli anni Sessanta circolava nella sfera del pensiero critico di origine hegeliana e marxista allude proprio a questa sostituzione della vita, a questo scambio tra vita non vissuta e merce. L'idea che questa merce sia essenzialmente spettacolo, Debord la mette al centro del suo libro (un libro, occorre dirlo, profondamente influenzato dal pensiero critico idealistico di origine particolarmente francofortese). Quella idea fu anticipazione straordinaria di un processo che è divenuto sempre più evidente fino, oggi, a sommergerci, a soffocarci.
    La fortuna critica de La società dello spettacolo procedette parallelamente al diffondersi del dominio mediatico nel corpo vivo della collettività. La fortuna che il situazionismo ebbe nell'ambiente studentesco parigino e strasburghese degli anni '60 e '70 va considerata come un aspetto particolare della diffusione (tardiva e lenta, nell'ambiente culturale francese) del pensiero critico di origine hegeliana. Soltanto negli anni '80 il pensiero situazionista cominciò ad essere compreso nella sua novità. Ma a quel punto iniziò un fenomeno paradossale. Il discorso situazionista venne assunto come una forma di coscienza cinica da parte degli operatori spettacolari stessi. I pubblicitari, gli operatori televisivi, i mercanti d'arte, insomma gli avvelenatori spettacolari, cominciarono ad appropriarsi del linguaggio debordiano come una sorta di coscienza cinica del loro lavoro, come una sorta di resa incondizionata di fronte all'inevitabile diffondersi dello spettacolo. Del resto la nozione di "recupero" fu sempre ben presente ai situazionisti. Con quella nozione essi intendevano il destino paradossale per cui le nozioni prodotte dalla critica divengono strumenti della macchina spettacolare.
    Dopo i recuperatori dello spettacolo mediatico artistico e pubblicitario sono venuti i recuperatori ideologici e politici. Il pensiero di sinistra ha colto, con molto ritardo, il significato del discorso situazionista quando ormai, la forza della spettacolarizzazione aveva invaso la scena sociale e lo spazio stesso della coscienza politica.
    Il pensiero di destra ha trovato nella critica debordiana argomenti per il suo discorso antimodernista. Un recente articolo di Adriano Scianca, sul Secolo d'Italia , fa riferimento opportunamente al pensiero di Alain de Benoist, per mostrare come le tracce del situazionismo debordiano abbiano agito anche nel campo della critica antimoderna che anima l'ideologia della destra contemporanea.
    Ma tutti i recuperatori (quelli politici di destra e di sinistra, non meno di quelli pubblicitari televisivi od artistici) dimenticano che il discorso situazionista non contiene soltanto un elemento "critico" antispettacolare.
    Nel discorso situazionista infatti, oltre alla nozione di "spettacolo" vi è anche (generalmente dimenticata, anche se è proprio quella da cui il movimento prende la sua denominazione) la nozione di "situazione".
    Tutti i recuperatori sanno cosa vuol dire spettacolo più o meno,
    Ma chi riflette sull'altro punto, chi riflette sul significato della parola "situazione"?
    Anche i movimenti, molto critici e poco creativi, hanno mancato di comprendere a pieno il senso duplice del situazionismo debordiano, di cogliere il carattere essenziale della costruzione di situazioni come parte positiva di un discorso che non intendeva unicamente criticare.
    Per comprendere il concetto di situazione dobbiamo abbandonare il campo hegeliano e trasferirci piuttosto nel campo esistenzialista e fenomenologico. Pensiamo ad esempio al pensiero di Sartre, che proprio tra gli anni '50 e '60 agiva in uno spazio molto vicino a quello dell'Internazionale situazionista.
    Sartre parla di "gruppo in fusione" (contrapponendolo alla sfera sociale del pratico-inerte) per definire la socialità allo stato mobile, creativo. E il situazionismo parla di situazione per intendere la creazione di forme di azione non serializzate, non riducibili alla convenzione produttiva o alla forma normativizzata della società. Situazione è la socialità desiderante, potremmo dire. Propriamente l'antidoto che i recuperatori (quelli politici come quelli mediatici) non vogliono vedere.

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