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    «Sbattere il mostro in copertina per rassicurarci: non siamo noi»

    Il ruolo degli "imprenditori della paura" nell'ossessione per i lavavetri, i writers, le prostitute, i mendicantiMarco Binotto, massmediologo: «Poi però succede un caso Garlasco e scopriamo che il "lupo" è tra noi»
    5 settembre 2007 - Checchino Antonini
    Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

    "Giro di vite contro la questua": il tg di prima serata utilizza toni da diciottesimo secolo inglese - quando vagabondare era un reato, ossia era proibito essere poveri e visibili - per annunciare il decisionismo di un noto sindaco contro i mendicanti. «Anche il fascismo aveva proibito le stesse cose», osserva Marco Binotto, classe 1971, ricercatore di Scienze della comunicazione alla Sapienza di Roma. Binotto, tra l'altro, ha scritto un saggio in un recente volume di Meltemi, "Aspettando il nemico". Il suo contributo si intitola "Estraneo, invasore, criminale. Spazi e metafore dello Straniero come nemico".

    Esiste una costruzione mediatica misurabile del "mostro"?
    Abbastanza, trovo inquietanti certi servizi su stampa e telegiornali di questo scorcio d'estate. E' come se si confermasse tutto ciò che abbiamo detto di male dei media in questi anni. Basta un nulla, come l'ordinanza del sindaco di Firenze contro i lavavetri, per riavviare la tematizzazione consolidata da 15-20 anni sulla stampa italiana che lega criminalità e immigrazione. La stessa tematizzazione che nasconde l'origine dei problemi, ad esempio le aree di provenienza dei protagonisti degli sbarchi o il disagio sociale di chi vive ai margini delle nostre metropoli. Non c'è autoriflessività tra gli addetti ai lavori: il punto è che cresce l'insicurezza percepita, lo rivelano tutti i sondaggi, ma i masss media non sono mai contemplati tra le sue cause. Ma da dove viene l'insicurezza se poi si registra anche un calo complessivo dei reati?

    Dunque, il sistema dei media insegue o produce il senso comune?
    Domanda da cento pistole: c'è sempre un rafforzamento reciproco. E' come l'uovo e la gallina, chi sarà nato prima? Ma le onde d'attenzione, quelle, senza dubbio, le creano i media. Esiste l'insicurezza ma può essere tematizzata in varie direzioni. Pensiamo a come è stata accesa la paura, nelle settimane di luglio, sugli incidenti stradali legati all'abuso di alcool. Anche quello era un utilizzo di una paura diffusa ma questa veniva orientata in un'altra direzione.

    A proposito di certe sortite di Cofferati, Chiamparino, Domenici e Vetroni, il cosiddetto partito dei sindaci del centrosinistra: questa loro ossessione securitaria è legata alle dinamiche di costruzione del Partito democratico?
    Credo che esista un centrosinistra che può permettersi di essere moderato, e dunque può permettersi non solo di mimare le politiche di tolleranza zero del centrodestra ma di andare anche oltre: questa storia dell'arresto preventivo è da "zero diritto".

    Torniamo alla possibilità di misurare la costruzione mediatica della paura e del mostro.
    Questa ossessione per i lavavetri, i writers, le prostitute, si iscrive in un ciclo di costruzione delle notizie tipico dell'estate: il problema viene fabbricato e ingigantito fino a creare una bolla che il decisore politico, sia Mastella o Amato in questo caso, deve far scoppiare. Poi il pericolo si oscura, ritorna sotto traccia e un nuovo ciclo si apre. A chi toccherà?

    Però, mi viene in mente la lettera sulla prima pagina un importantissimo quotidiano di centrosinistra, quella di un elettore dell'Ulivo che, in primavera, fece emergere un senso comune un po' razzista, sicuramente insicuro, anche tra chi non votava per la Cdl. Mi sembra ci sia qualcosa di permanente nell'invenzione di capri espiatori. Una volta si diceva che serviva per distrarre dalle vere cause dell'insicurezza sociale, i meccanismi di precarizzazione del liberismo.
    In casi come questi scattano dei meccanismi di rassicurazione utili a dire che questa povertà così visibile nelle nostre città non ci riguarda. Ma questo rituale si deve rafforzare sempre perché poi esce fuori un caso Cogne e si scopre che il "lupo" è tra noi, siamo noi, non siamo solo agnelli. Come a Garlasco. Ecco, dopo due settimane di agnello a Garlasco - Chiara Poggi è l'agnello - l'immaginario viene fatto virare verso uno spettro più rassicurante.

    Ma tutto ciò viene gestito a tavolino? Lei s'è occupato anche del Il ruolo dell'informazione nel G8 di Genova (nel volume "Violenza mediata", curato da Stefano Cristante per gli Editori Riuniti).
    Sì, in quel caso la tesi di fondo era che era stata la profezia che si autoavvera, un caso tipico delle scienze sociali. Nel 2001, funzionò sia il meccanismo di costruzione dell'alllarme sociale, sia il meccanismo di costruzione del nemico politico. Agivano dei fortissmi imprenditori della paura che produssero e fecero circolare quei rapporti del Sisde che agitavano lo spauracchio di manifestanti pronti a lanciare sulla polizia palloncini di sangue infetto.

    Ha detto "imprenditori della paura"?
    Stavolta si vede la mano di alcuni sindaci. In altri casi sono alcune testate, pezzi di politica - pensa alla Lega - o della società civile come i comitati di cittadini contro lucciole o zingari. Ma credo che dentro le redazioni scatti anche un processo automatico che riguarda gli stereotipi della nostra modalità di costruzione del controllo sociale. Però d'estate, in genere, gli imprenditori della paura sono distratti: stavolta trovo preoccupante la combinazione tra certi processi automatici e gli input che arrivano dal centrosinistra.

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