L'Impostore e il suo pubblico: un rapporto perverso

"Non è vero, non è così, non la racconti giusta, pensi che io non mi
ricordi, contraddici quello che hai detto tempo fa, mi prendi per scemo".
Molti di noi hanno avuto reazioni simili di fronte a trasmissioni
televisive, poster propagandistici, articoli di giornale che sentivamo
mistificatori della realtà. Mossa da tali sentimenti di irritazione e di
impotenza, mi sono chiesta se il patrimonio della cultura psicoanalitica
potesse aiutarmi a capire il fenomeno dell'impostura e del perché tanta
gente beva le parole dell'impostore senza ribellarsi. Mi sono resa conto,
nella mia ricerca, che non sono stati molti, nella storia della
psicoanalisi, ad occuparsi di tale argomento; come altri perversi, gli
impostori cercano di allontanare dalla coscienza la consapevolezza delle
proprie falsificazioni e quindi ben difficilmente richiedono un aiuto
terapeutico. Inoltre, quello dell'impostura è un problema non semplice:
appartiene alla classe delle perversioni e la personalità del perverso è
sempre molto complessa da capire anche per gli addetti ai lavori.
Helen Deutsch (1955), la prima psicoanalista che risulta avere avuto in
ana- lisi un impostore, scrisse che da quando si era occupata di impostura
la vedeva dappertutto, anche dentro di sé. Siamo dunque tutti degli
impostori? Questa affermazione ha del vero ma non mi pare esaustiva.
Cerchiamo di vedere perché.
L'impostura ha a che fare con il processo del ricordare: l'impostore è
infatti colui che falsifica la propria storia personale, che disconosce il
suo Sé passato senza preoccuparsi della coerenza con quello che ha fatto o
detto in tempi precedenti, come se la sua identità non fosse in continuità
con il passato.
Anni fa si pensava che le esperienze lasciassero tracce mnestiche e che
gli engrammi si accumulassero nel corso della vita proprio come i libri
negli scaffali. Oggi le neuroscienze ci dicono che le tracce degli eventi
passati vengono continuamente mutate, 'ricategorizzate' in base alle
esperienze più recenti; che il passato viene continuamente rimodellato e
che ciò è strettamente connesso con le emozioni. In altri termini, l'uomo
ha la possibilità di modificare, a scopo difensivo, il passato. Avviene che
una persona si dimentichi selettivamente di ciò che ha prodotto dolore o
che il ricordo venga sostituito da un altro ricordo.
Chi si occupa di tradizione orale sa che interrogando i testimoni di un
fatto si possono avere versioni anche molto diverse fra loro: non tutti
ricordano esattamente le date, alcuni particolari vengono omessi o
ingigantiti. Nessuno, tuttavia, per ragioni emozionali, nega che il fatto
sia accaduto a meno che sia un grave psicotico. Dunque se una persona
'capace di intendere e di volere' nega che un fatto a cui era presente (o
che addirittura l'ha coinvolto personalmente) sia avvenuto o lo stravolge
in maniera eccessiva rispetto alla media degli altri partecipanti, lo fa,
di solito, coscientemente, per le ragioni più varie: di interesse,
ideologiche ecc. Portiamo un esempio: negli anni successivi al massacro
delle Fosse Ardeatine si diffuse la convinzione che i tedeschi avessero
affisso a Roma manifesti in cui era scritto che essi avrebbero rinunziato a
ogni rappresaglia, se gli autori dell'attentato di via Rasella si fossero
costituiti. Come ha dimostrato inconfutabilmente Alessandro Portelli nel
suo 'L'ordine è già stato eseguito', premio Viareggio 1999, la verità è
che tali manifesti non furono mai affissi e la notizia del massacro di 335
persone fu data sul "Messaggero" due giorni dopo la sua esecuzione. La
menzogna fu costruita a freddo, a tavolino, e messa in circolazione dai
fascisti, per screditare i partigiani che avevano compiuto l'attentato.

Alla domanda se siamo tutti impostori potremmo, quindi, rispondere che lo
siamo in quanto tutti modifichiamo in qualche misura il nostro passato per
ragioni emozionali difensive, ma che non lo siamo tutti allo stesso modo,
in quanto non tutti modificano il passato in modo sostanziale con
procedimenti consci aventi lo scopo di procurarsi vantaggi.
La Greenacre (1958), una grande psicoanalista a cui si fa ancora
riferimento negli studi attuali sull'impostura, ha fatto una distinzione
tra impostore nevrotico (in qualche misura inconsapevole) e vero impostore.
E' possibile che chi arriva ad usare coscientemente modi menzogneri abbia
sviluppato tale attitudine nella sua infanzia a scopo difensivo, spinto a
ciò dal comportamento dei genitori, e, avendone tratto dei benefici, abbia
continuato nella stessa maniera nella vita adulta, in ambiti man mano
sempre più allargati come quelli della scuola, della vita associativa, del
lavoro, della politica.
E' in base a tale ipotesi che ci sembra interessante indagare negli scritti
di quegli psicoanalisti che si sono occupati dell'argomento, per cercare di
fare luce sulle caratteristiche dell'impostore, e poterle riconoscere nelle
persone che dobbiamo scegliere per rappresentarci nei molti campi in cui
non possiamo gestire personalmente le cose.
Chi è l'Impostore
Chi è , dunque, l'impostore?
L'impostore è una persona che si autodefinisce, proprio come il bambino
che si dice da solo 'Sono bello, sono buono', indipendentemente dalle
opinioni degli altri. Tale rappresentazione di sé (Sandler 1985)
l'impostore non la dà solo a se stesso per autoconvincersi delle proprie
qualità ma cerca di imporla agli altri, prescindendo dalla realtà. E' una
autorappresentazione, quindi, che non è basata su ciò che egli realmente è
ma piuttosto su ciò che egli vorrebbe essere.
L'impostore dedica molto tempo a costruire la propria immagine. Come ogni
attore, egli recita sempre una parte e cambia il suo aspetto con
acconciature e abbigliamento adeguati a far credere di essere quello che
gli piacerebbe essere e che vuole che gli altri credano che lui sia. La
realtà non gli mette limiti: se vuole sembrare giovane, cerca di dare una
immagine di sé giovane, prescindendo dalla sua data di nascita, se vuole
sembrare sano cerca di dare una immagine di sé sano, prescindendo dal suo
stato reale di malattia. Se gli pare che la sua storia passata possa non
piacere al suo pubblico, può cambiare la sua storia familiare.
Quando parla agli altri, l'impostore ha uno stile ampolloso e un tono
autocelebrativo molto lontano dallo stile ironico e dimesso delle persone
veramente intelligenti che conoscono le molte sfaccettature del reale e
non sostengono fanaticamente nessuna ipotesi. L'impostore ha bisogno di
essere accettato e a questo scopo cerca di farsi simile al suo pubblico.
Se parla a dei professionisti esibisce uno straordinario (quanto dubbio)
curriculum di studi, se parla agli artigiani dice di avere fatto per un
certo periodo l'apprendista falegname. Un impostore che ho conosciuto, un
cronista di un grande giornale milanese, riusciva a farsi ammettere nelle
case in cui era successo un fatto di "cronaca nera", usando la menzogna che
anche a lui era capitata una sventura simile. "Come la capisco - diceva
alla madre, piangendo con lacrime vere, - anche il mio povero figlio è
morto annegato", "Anche la mia bambina è stata uccisa dal fidanzato"; e
intanto prelevava di nascosto le fotografie delle vittime da portare in
redazione.
Ogni bambino e bambina nel suo processo di sviluppo cerca di rendere simile
la propria personalità a quella del padre (o della madre) imitandolo/a e
poi identificandosi; ma questo non è il caso dell'impostore. Egli, infatti,
assume una personalità diversa dalla propria non per identificarsi con la
persona che finge di essere ma per appropriarsi della potenza di un altro
perché egli non ne ha nessuna. L'impostore è in cerca di un Io. (Greenacre
1958).
Chi ha avuto in terapia un impostore (Deutsch 1955, Finkelstein 1974...) ha
scritto che nella sua storia familiare di solito l'impostore si è sentito
svalutato dal padre e invece ipergratificato da una madre eccessivamente
indulgente. La deprivazione emozionale vissuta dall'impostore da parte del
padre sarebbe stata vissuta dall'impostore insieme a una esagerata
iperprotezione e ipervalutazione da parte della madre, la quale, con le
sue grandi aspettative, avrebbe iperstimolato il suo narcisismo.
L'impostore avrebbe strutturato così un ideale dell'Io esaltato dalla madre
e impedito nella sua realizzazione da un padre castrante, sentito dal
bambino come l'unico possibile detentore della potenza sessuale.
Capovolgendo quindi nell'opposto la propria immagine svalutata, frutto di
un'impossibile identificazione con il padre, e seguendo le illusorie
aspettative della madre, l'impostore avrebbe concepito un ideale dell'Io
troppo elevato per lui (Aarons 1970, 1990) e troppo sproporzionato alle
sue capacità reali. Non riuscendo a raggiungere tali vertici di onnipotenza
e di perfezione, l'impostore si sarebbe costruito una falsa personalità
capace di rispondere a tali aspettative. L'impostore sente come un dovere
di corrispondere all'ideale dell'Io che gli è stato imposto e se non lo fa
si sente infelice, depresso e colpevole di tradimento.
L'impostore cerca con tutte le forze di convincere se stesso e gli altri
che sia vera la personalità che egli esibisce e che indossa come un costume
mascherato per nascondere la propria debolezza. Se gli altri non accettano
le sue falsificazioni; si sente una vittima (Deutsch 1955) e sente come un
attacco il rifiuto degli altri a trattarlo come lui vuole apparire; a tale
attacco è capace di reagire in modi aggressivi e arroganti, diversi dal
tono seducente e sorridente che egli di solito usa per ingraziarsi gli
altri.
Secondo Helen Deutsch (1955), la personalità dell'impostore ha una basso
livello di organizzazione dell'Io ed è costituita da identificazioni
multiple non sintetizzate. Proprio per questa molteplicità di
identificazioni e quindi di identità, l'impostore si presenta agli altri
con l'identità che sente più adatta per l'occasione proprio come se fosse
un vestito e riesce a scartare le altre identità che non gli sembrano
adeguate per quella specifica circostanza.
Secondo la Greenacre (1958), l'impostore avrebbe un narcisismo patologico,
un senso disturbato della realtà e della propria identità, la sindrome del
piccolo pene, e una ammirazione esagerata per la madre. Non avrebbe quindi
risolto il conflitto edipico e avrebbe un Super-Io disturbato. Per Gaddini
(1974) l'impostore "ha massivamente sviluppato le possibilità
dell'imitazione, non avendo alcuna capacità di identificazione e alcun
senso di sè ".
La Argentieri (2000), che ha affrontato il problema della malafede, molto
affine all'impostura, ritiene che in tale patologia vi sia un difetto
nella organizzazione mentale di base descritta da Gaddini (1981), con una
angoscia di integrazione che si oppone difensivamente all'integrazione del
Sé e che congela grosse quote di aggressività.
L'impostore, infatti, che di solito si presenta con modi affabili, ha in
realtà dentro di sé una grande aggressività, di solito ben dissimulata,
che scarica quando riesce a sedurre gli altri e che si manifesta, come ho
detto sopra, anche violentemente, quando un critico non accetta le sue
simulazioni, facendogli sentire smascherata la sua impotenza.
Un'altra delle caratteristiche dell'impostore, legata alla sua difettosa
gestione della aggressività è la sua incapacità di tollerare i conflitti.
Proprio perché il suo Io e il suo Super-Io sono difettosi, non integrati, a
differenza di ogni altro uomo che deve fare i conti con la propria
conflittualità, nel mondo interno e con il mondo esterno, l'impostore
sembra vivere l'illusione di una completezza narcisistica in cui i
conflitti nel mondo interno e con la realtà esterna possono essere
scartati, elusi (Chasseguet Smirgel 1974).
L'impostore ha una prodigiosa capacità di sedurre (Finkelstein 1974), di
affascinare, di stregare, di illudere, di rassicurare; di scoprire quello
che il suo pubblico è pronto a credere ed è avido di sentirsi dire.
E' un luogo comune ritenere che gli impostori siano molto numerosi fra i
politici: Mazzini scriveva: "Il mondo governativo di oggi non è che
ipocrisia, impostura più o meno sfacciata" (28-262). E' ovvio che tutte le
generalizzazioni sono false e che non è possibile ritenere che tutti i
politici siano degli impostori; tuttavia può essere vero che alcune persone
che scelgono la professione della politica, la quale richiede anche
notevoli sacrifici, lo facciano per riuscire a conquistare nella società
una posizione di potere. A questo proposito mi sembrano molto interessanti
le ricerche di Matilde Rechichi (1998), un medico psicoanalista che ha
cercato di portare alla psicoanalisi i contributi della etologia. Secondo
la Rechichi, un aspetto dell'aggressività dell'uomo si tradurrebbe in
comportamenti di lotta per la dominanza. Come gli animali nel branco, anche
gli uomini cercherebbero di arrivare nella società a posizioni
gerarchicamente dominanti: ma mentre tra gli animali la gerarchizzazione ha
lo scopo della pacificazione del branco, chi raggiunge una posizione di
potere nel gruppo umano è spesso tentato di far prevalere i propri
interessi personali sul bene collettivo. Mi sembra possibile e plausibile
leggere la storia dell'impostore anche secondo questa ottica.
Un bambino vissuto in una posizione gerarchica di sottomissione rispetto al
padre e ai fratelli, una condizione di sottomissione talvolta umiliante,
sarà spinto a cambiare la sua posizione gerarchica nel corso della vita. Se
ha la capacità di farlo con mezzi leciti, sarà in grado di conquistare il
posto che merita in base alle sue qualità; se invece è stato troppo
schiacciato o non ha le capacità per realizzare ciò in modo lecito potrebbe
cercare di realizzare le sue aspirazioni con i metodi dell'impostura,
capovolgendo nell'opposto, difensivamente, la sua condizione di
sottomissione gerarchica.
Il pubblico dell'impostore
Prendiamo ora in considerazione il rapporto tra l'impostore e il suo pubblico.
Come abbiamo visto, l'impostore, per esercitare la sua impostura, ha
bisogno di qualcuno che si faccia sedurre da lui, come il sadico non può
esercitare il suo sadismo senza il masochista. Chi sono le persone che
vengono ingannate dall'impostore? Sono persone semplici e ingenue che si
lasciano abbindolare o sono invece persone che fanno il suo stesso gioco,
che gli assomigliano caratterialmente, che come lui aspirano a cambiare la
loro posizione senza tenere conto dell'onestà del metodo e dei limiti
imposti dalla realtà ? Su questo argomento le opinioni sono divergenti.
Secondo Leopardi, la responsabilità è tutta dell'impostore e non del suo
pubblico: "Gli uomini impostori - ha scritto - hanno insegnato agli uomini
bonari delle menzogne per ispogliarli di roba e di libertà" (1-1370).
Il Grande Dizionario Utet della lingua italiana nel definire la parola
"impo-store" aggiunge al concetto della buona fede del pubblico anche
quello della credulità. Impostore è "chi approfitta, per lo più
abitualmente, della buona fede o della credulità altrui, raccontando
menzogne, falsificando la verità, facendosi passare per altra persona o
millantando qualità o conoscenze che in realtà non possiede". Che cosa
significa "credulità"? Il credulone è in buona fede o in mala fede? Secondo
la Greenacre (1958), i creduloni non sarebbero dei sempliciotti che
l'impostore inganna con le sue menzogne ma sarebbero addirittura dei
"cospiratori", dei complici dell'impostore, di cui l'impostore ha bisogno
proprio come il prestigiatore ha bisogno di una "spalla" per rendere più
credibili i suoi trucchi.
Anche gli individui che sono avidi di fare da audience all'impostore
(Finkelstein 1974), soffrirebbero come lui per problemi di bassa autostima.
A ragione delle proprie ferite narcisistiche (Olden 194I), avrebbero
bisogno di sentirsi in contatto con un oggetto potente da idealizzare,
sperando di ricevere magicamente salvezza e valore attraverso il contatto
con una persona sentita onnipotente. Il rapporto tra il pubblico e
l'impostore è il rapporto descritto da Freud (1921) tra un gruppo e il suo
leader, che assume la funzione di ideale dell'Io del gruppo. Se però il
leader è un impostore, il pubblico può servirsi della negazione, o
addirittura del diniego per non vedere questa sua realtà. Se il pubblico si
sente rassicurato dall'impostore, anche l'impostore ha bisogno del suo
pubblico per confermare la propria grandiosità illusoria; è infatti il
pubblico con la sua conferma che lo aiuta a tramutare la sua menzogna in
una struttura relativamente stabile. Come i genitori che lo hanno allevato
(Finkelstein 1974), permettendogli di essere disonesto e condonandogli
l'uso di meccanismi di difesa patologici, così le persone del pubblico
diventano coloro che confermano le sue falsificazioni e diventano suoi
complici.
Aprile 2001

Note: Bibliografia


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Gaddini E., 1981, Fantasie difensive precoci e processo psicoanalitico,
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