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Tratto dal libro "REGIME" di Marco Travaglio e Peter Gomez

Beppe Grillo e la censura RAI

"Mi tennero lontano dalla Rai per diversi anni, dal 1986 al 1993, per due battute che anticipavano Tangentopoli. In una, ammiccando allo spot che facevo per uno yogurt bussando alle porte della gente per offrire un assaggio, raccontai di aver bussato a casa Craxi".
7 gennaio 2005 - Beppe Grillo

"Quando lavoravo alla Rai, ogni sabato sera, prima di andare in onda, mi
chiamava il direttore generale Biagio Agnes: «Con la stima che ci lega,
signor Grillo, si ricordi che lei si rivolge alle famiglie». Io regolarmente
rispondevo: «Non c'è nessuna stima, signor Agnes, fra me e la sua famiglia
... ». Poi, subito dopo la sigla, avvertivo il pubblico: «Pochi minuti fa
mi ha telefonato il direttore generale e ha cercato di corrompermi». La
censura della Rai democristiana non era brutale e intimidatoria, violenta
e ottusa come quella di oggi. Non cercava di annientarti, di rovinarti con
le denunce. Era più bonaria, famigliare, melliflua. Si presentava col volto
del vecchio zio burbero benefico, che ti dà buoni consigli per il tuo bene.
E tu, con un po' di astuzia, la potevi aggirare. Per esempio: era vietato
parlare di P2, allora io una sera andai in scena con una lavagna e fornii
una complicata ma persuasiva dimostrazione matematica dell'esistenza di
Pietro Longo. Alla fine usciva il suo faccione in un triangolo, il simbolo
massonico. Successe un casino. Pippo Baudo si arrabattava poi a rimediare
con le sue arti democristiane. Anche a lui ricordavo la differenza fra la
mia famiglia e le «famiglie» delle sue parti, Catania e dintorni. Ecco,
quella censura metteva alla prova la creatività del censurato, quasi lo
sfidava ad aggirare l'ostacolo.
Poi arrivò Craxi e cambiò tutto. Mi tennero lontano dalla Rai per diversi
anni, dal 1986 al 1993, per due battute che anticipavano Tangentopoli. In
una, ammiccando allo spot che facevo per uno yogurt bussando alle porte
della gente per offrire un assaggio, raccontai di aver bussato a casa Craxi.
Bettino apriva e faceva per richiudere l'uscio: «No, grazie, non mangio
yogurt». E io: «Ma non sono qui per quello. E' che mi hanno fregato il
motorino, e pensavo che lei ne sapesse qualcosa».
Nell'altra, parlavo della mitica missione in Cina del premier socialista,
che s'era portato dietro un codazzo di parenti, famigli, amici, portaborse,
damazze, contesse, fidanzate. Giunto a Pechino, l'avevano avvertito: «Sa,
presidente, qui siamo tutti socialisti». E lui aveva risposto: «Ma allora
a chi rubate?».
Poi, nel '92-'93, li portarono tutti in galera. Nel '93, dopo lunga
quarantena, si rifece viva con me la Rai dei «professori»: tutte brave persone, che non capivano un tubo di televisione. Feci due serate in diretta, poi cominciarono a capire qualcosa di televisione e decisero che bastava così. Nel '94 mi richiamò la Moratti. Stessa manfrina di sempre: «Grillo, lei potrà fare e dire quello che le pare. Ha carta bianca». Conoscendo i miei polli, li
misi con le spalle al muro: «Guardate, io vi mando una cassetta del mio
spettacolo, e voi potete tagliare qualsiasi cosa, quello che volete».
Risposero:
«Ma noi non vogliamo tagliare niente». Tagliarono tutto, nel senso che la
cassetta non andò mai in onda. Non era quel che dicevo, il problema. Il
problema ero io, quel che rappresentavo con le mie battute e le mie denunce
sulle case automobilistiche, la ricerca fasulla, i consumi, le pubblicità,
i Nobel comprati, il petrolio e l'idrogeno, gli spazzolini inquinanti. Perché
in Italia puoi dire peste e corna del presidente della Repubblica, ma se
tocchi un formaggino ti fulminano. Dì quel che vuoi, ma non sfiorare i
fatturati.
E' così anche nell'Italia berlusconiana. Il Cavaliere mica s'incazza se
si fa satira sociale, sulle pensioni, sulle riforme, sulle ville, sulla
statura, sulla pelata. S'incazza se parli dei suoi processi e del suo
monopolio, che poi sono le vere ragioni per cui fa politica: in una parola, i guadagni di Mediaset. Quello è il tabù. Per questo sono saltati Biagi, Santoro, Luttazzi,la Guzzanti, Fini, Rossi e tutti gli altri. Perché lo toccavano negli affetti più cari: i fatturati. E lui, quando gli toccano i fatturati, va fuori di testa. Parla di «uso criminoso della televisione», lui che la usa criminosamente da vent'anni. E così trasforma in eroi e in martiri dei professionisti che si limitavano a fare onestamente il loro mestiere di giornalisti o di artisti.
Niente di rivoluzionario: solo il loro mestiere, anche se è vero che in
Italia solo i veri rivoluzionari fanno ancora il loro mestiere.
Ecco, lo stile è lo stesso di Craxi. Anche se Craxi non possedeva tutte
le tv d'Italia: gli sarebbe piaciuto fare quel che fa oggi Berlusconi, ma
non poteva. Aveva il 13% dei voti o giù di lì. All'inizio credevo anch'io
che fosse uno statista. Poi capii che era un ometto. Me ne accorsi quando,
con mio grande stupore, lo sentii - lui, il presidente del Consiglio -
pronunciare il nome di un comico genovese: il mio. «Chi si crede di essere Grillo?»,
disse. Solo un ometto poteva scomodarsi per me, abbassarsi a tanto. Fosse
stato intelligente, avrebbe detto: «C'è un birichino di Genova che mi prende
in giro, ma io mi diverto moltissimo». E mi avrebbe ucciso per sempre.
Rovinato.
Invece fece di me un eroe, un martire. Da quel giorno non ebbi più fans,
ma parenti. Fratelli. I grandi personaggi, anche nel male, ti fanno i
complimenti
in pubblico e poi te lo mettono in quel posto in privato, a tempo debito.
A freddo. Sono i mediocri, gli ometti che cadono nella trappola delle
epurazioni, delle censure sfacciate e brutali, addirittura preannunciate dalla Bulgaria.
Sono i poveracci, che si sentono deboli e insicuri. I «grandi comunicatori»
che, alla terza volta che vanno in televisione, fanno scappare la gente
perché non ne può più. Lasciamoli fare, si stanno autoeliminando da soli
(dopodiché bisognerà occuparsi dello smaltimento delle scorie che lasceranno
... ).
E noi, intanto? Protestiamo, certo, contro il regime mediatico. Cerchiamo
di perforarlo con le notizie che nessuno dà, e che sono il miglior antidoto.
Ma facciamo pure tesoro della censura per sviluppare la creatività, aguzzare
l'ingegno, imparare nuovi sistemi per aggirarla. Certo, bisogna rinunciare
a qualcosa per poter dire ancora quel che si vuol dire. Certo, ora che la
censura s'è fatta più brutale e scientifica, aggirarla è più difficile di
prima. Anche perché la censura riesce a occultare pure la censura stessa.
Ed è difficile far capire alla gente che, in questa overdose di informazione,
nessuno ci informa davvero. Era molto più facile nella Russia di Brezney,
quando c'era solo la «Pravda» e infatti il giornale più letto era il
«Washington Post»: tutti sapevano di vivere nel regime della menzogna, e tutti andavano a cercarsi le notizie vere. Oggi siamo pieni di «Pravde» e le scambiamo per tanti «Washington Post». Ci manca l'informazione, ma non lo sappiamo.
Per questo, nel prossimo spettacolo, ho deciso di fare politica anch'io.
Senza candidarmi. Senza dare nell'occhio. Di nascosto. L' ho fatto per tanti
anni nei teatri. Ora voglio abbinare i teatri e la rete, cioè Internet.
Per fare politica senza intermediari, senza politici: quelli non servono
più, sono obsoleti, superflui, cadaveri ambulanti. Non rappresentano più
nessuno, nemmeno se stessi. Lancio un movimento politico che, tanto per
cominciare, punta a smuovere un milione di persone. A tirar fuori il furore
che c' è in loro. Lo chiameremo "A furor di popolo". Voglio un pò vedere
come potranno ignorarlo. E, soprattutto, come faranno a censurarlo".

Note:

Il testo è tratto da una postfazione di Beppe Grillo presente nel libro "REGIME" di Marco Travaglio e Peter Gomez.

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