Presidenza imperiale: strategie per il controllo della Grande Bestia

18 febbraio 2005
Noam Chomsky

Non c'è bisogno di sottolineare che qualsiasi cosa succeda negli U.S.A. abbia
un enorme impatto sul resto del mondo, ma è altrettanto vero che, in modo
uguale e contrario, qualsiasi cosa succeda nel resto del mondo non può non
avere, sotto molti aspetti, un certo impatto anche negli U.S.A.
Per prima cosa serve a mettere dei paletti a quello che perfino lo stato più potente del mondo può fare. In secondo luogo, serve ad influenzare le componenti interne del paese che compongono la "seconda superpotenza", come il New York Times ha, suo malgrado, definito l'opinione pubblica mondiale dopo le massicce proteste seguite all'invasione dell' Iraq. Quelle proteste hanno rappresentato un momento storico critico e culminante, non solo per la partecipazione senza precedenti, ma anche perchè è stata la prima volta in centinaia di anni di storia dell'Europa e delle sue propaggini nord americane, che una guerra veniva contestata in massa ancor prima di essere ufficialmente dichiarata.

Come termine di paragone potremmmo pensare alla guerra nel Vietnam del sud, dichiarata da J.F. Kennedy nel 1962: con la sua brutalità e barbarie fin dalle prime battute: bombardamenti, armi chimiche per distruggere le coltivazioni e portare alla fame la popolazione civile che appoggiava la resistenza indigena, programmi per deportare milioni di persone in quelli che, praticamente, si sono poi dimostrati campi di concentramento oppure nei bassifondi urbani per eliminare la base popolare della guerriglia. Quando le proteste raggiunsero un livello sostanziamente elevato, Bernard Fall, studioso di storia militare e notoriamente un "falco" riguardo alla sua posizione sulla guerra del Vietnam , arrivò a chiedersi se "il Viet Nam, come entità storico-culturale,sarebbe mai riuscito a sfuggire all' "estinzione" dato che "le campagne stanno letteralmente morendo sotto i colpi della più grande macchina da guerra militare che sia mai stata scatenata contro una terra di quelle dimensioni", in modo particolare il Vietnam del sud, obbiettivo principale degli attacchi USA.

Quando finalmente, molti anni dopo, la protesta cominciò a svilupparsi, fu per
lo più rivolta contro i crimini cosìddetti "secondari", quali l'estensione della guerra dal sud al resto dell'Indocina: crimini orrendi, ma minori.

E' importante ricordare quanto il mondo sia cambiato da allora. Come succede
quasi sempre, non per merito di concessioni generose da parte di governanti
benevoli, ma come risultato della lotta popolare, fortemente impegnata,
sviluppatasi forse troppo tardi, ma decisamente efficace. Una delle conseguenze più evidenti fu che il governo USA non potè dichiarare un' emergenza nazionale (il che sarebbe stato salutare per l'economia) come successe durante la II^ guerra mondiale, quando il consenso della popolazione era assai forte. Johnson ha dovuto combattere una guerra cercando di accontentare tutti, ingraziarsi un popolo maldisposto, danneggiando l'economia e costringendo infine i grandi affaristi a schierarsi conrto la guerra in quanto troppo onerosa, dopo che l' offensiva del Tet del gennaio 1968 rese abbastanza evidente che non sarebbe potuta andare avanti per molto.
Perfino l "elite" della società statunitense comincìò a preoccuparsi della presa di coscienza sociale e politica stimolata dall' attivismo di quegli anni, per lo più in reazione agli odiosi crimini commessi in Indocina, che suscitarono l'indignazione popolare. Nelle ultime sezioni dei documenti del Pentagono si può leggere che dopo l'offensiva del Tet, il comando militare accolse con riluttanza l'invito del presidente ad inviare altre truppe, perchè preferivano assicurarsi che "un numero sufficiente di forze potesse essere disponibile per controllare l'ordine pubblico" sul territorio statunitense e per paura che l'intensificazione dei combattimenti potesse "provocare una crisi domestica di proporzioni senza precedenti"

L' amministrazione Reagan dette per scontato che il problema rappresentato
da una popolazione indipendente e vigile fosse ormai superato e evidentemente scelse come punto di riferimento il modello seguito da Kennedy in America Centrale, nei primi anni '60. L'amministrazione si trovò però costretta a fare marcia indietro di fronte all' imprevista protesta civile, optando invece per una "guerra clandestina" messa in atto da forze di sicurezza assassine e da un'enorme rete di terrorismo internazionale. Le conseguenze furono terribili, ma non quanto i bombardamenti dei B 52 e le operazioni di sterminio di massa che stavano cominciando a prendere piede, mentre John Kerry era impantanato nella (allora in gran parte devastata) area del delta del Mekong. La reazione popolare perfino alla cosiddetta "guerra clandestina" fu un evento del tutto nuovo. Come i movimenti di solidarietà per l' America Centrale, adesso diffusi in diversi paesi nel mondo, rappresentano qualcosa di nuovo nella storia occidentale presente.

I capi di stato non possono fare a meno di prestare attenzione a questo tipo di problematiche. Secondo la prassi, un presidente appena eletto, richiede un rapporto dettagliato sulla situazione mondiale. Nel 1989, quando ebbe inizio il mandato di Bush, parte di queste informazioni trapelarono all'esterno. Tra le alrte cose, si precisava che in caso di "attacco a nemici molto più deboli" - gli unici obbiettivi ragionevolmente previsti - gli USA avrebbero dovuto vincere "decisamente e rapidamente". Un possibile ritardo avrebbe potuto "mettere a rischio il sostegno politico", riconosciuto già piuttosto fiacco. Un bel cambiamento dai tempi di Kennedy e Johnson, quando, nonostante l'attacco all' Indocina non riscuotesse il consenso popolare, si dovettero aspettare degli anni prima che si avessero delle reazioni sostanziali.

E' un mondo terribile quello di oggi, ma è comunque migliore di quello di ieri,
non solo per quanto riguarda la mancanza di disponibilità a tollerare le
aggressioni, ma anche sotto altri aspetti, che noi oggi diamo per scontati. Ci
sono alcune lezioni preziose da imparare, che noi dovremmo tenere ben presenti, dato che presenti non sono più nella cultura dominante.

Senza dimenticare il notevole progresso verso un maggior livello di
civilizzazione raggiunto negli ultimi anni, ed i motivi alla base di questo
progresso, vediamo di prendere in considerazione il concetto di sovranità
nazionale, come sta ultimamente prendendo forma. Non è curioso che a fronte di un costante aumento del livello di civilizzazione, i sistemi di potere tentino con mezzi sempre più estremi di controllare "la grande bestia" (come i Padri Fondatori chiamavano il popolo)? E la grande bestia fa sicuramente paura.

Il concetto di sovranità presidenziale forgiato dagli statisti reazionari dell'
amminisrtazione Bush è così estremo che ha suscitato un'ondata di critiche
senza precedenti perfino negli ambienti più sobri e rispettati della classe
dirigente. Queste idee sono state trasmesse al presidente dal neo ministro
della giustizia Alberto Gonzales, che la stampa descrive come un moderato.
Vengono trattate come argomento di discussione dallo stimato docente di diritto costituzionale prof. Sanford Levinson, sul numero dell' estate 2004 di Daedalus, la rivista dell' Accademia Americana delle scienze e delle arti.

Secondo Levinson il concetto sarebbe fondato sul principio "Non esiste alcuna
norma applicabile al caos". La citazione, commenta Levinson, è di Carl Schmitt, il famoso filosofo tedesco del diritto, durante il periodo nazista, che Levinson descrive come "la vera eminenza grigia dell' amministrazione Bush".
L' amministrazione, seguendo i consigli di Gonzales, ha articolato una "idea
dell' autorità presidenziale fin troppo vicina a quella del potere che Schmitt era disposto a concedere al suo stesso Fuhrer", scrive Levinson.

Raramente è dato di sentire parole del genere provenire dal cuore del sistema.
Nello stesso numero della rivista è pubblicato un articolo scritto da due illustri analisti strategici sulla "trasformazione in atto nell'esercito", una componente fondamentale delle nuove dottrine sulla sovranità imperiale: la rapida espansione dell' offensiva armata, compresa la militarizzazione dello spazio ed altre misure progettate per esporre il mondo intero al rischio di annientamento immediato. Queste, come previsto, avrebbero già suscitato reazioni dalla Russia e, più recentemente, dalla Cina. Gli analisti sono arrivati alle conclusioni che questi programmi statunitensi possano portare alla "distruzione finale".

Esprimono la speranza che possa nascere una coalizione, guidata dalla Cina, di stati favorevoli alla pace che sia in grado di contrastare l' aggressività
ed il militarismo degli USA. Direi che siamo arrivati ad un passaggio piuttosto
critico quando opinioni del genere vengono proferite in certi ambienti, non
certamente soliti all'uso di iperboli.

Ritornando a Gonzales, avrebbe trasmesso al presidente le conclusioni del
Ministero della Giustizia, in base alle quali il presidente ha l'autorità di revocare la Convenzione di Ginevra: la legge suprema, il fondamento del moderno diritto umanitario internazionale. Gonzales, che allora era il consigliere legale di Bush, gli suggerì che si trattava di una buona idea, perchè revocare la convenzione avrebbe significato "una riduzione sostanziale della possibilità di incriminazioni 'domestiche' (funzionari del governo) in base al Trattato sui
Crimini di Guerra del 1996 e secondo i principi del Tribunale di Norimberga, se
qualcuno si fosse mai degnato di prenderli seriamente.

All' inizio di novembre , il New York Times ha pubblicato in prima pagina un
articolo sulla concquista dell' ospedale di Falluja. "Pazienti e dipendenti
ospedalieri sono stati fatti uscire di corsa da soldati armati. E' stato loro
ordinato di sedersi o sdraiarsi sul pavimento mentre i soldati legavano loro le
mani dietro la schiena". Il fotografo che accompagnava il reporter ha
immortalato la scena. E' stata commentata come se si fosse trattato di una
grossa impresa. "L' offensiva è servita anche a chiudere quello che gli ufficiali hanno definito una potente arma di propaganda per i militanti: l' ospedale di Falluja, con i suoi resoconti interminabili di vittime civili". Quelle cifre "gonfiate" (gonfiate perchè il nostro Capo dice che lo sono) stavano "infiammando l'opinione puibblica" nel paese, causando un notevole balzo dei "costi politici del conflitto". La parola "conflitto" è un eufemismo usato
comunemente per definire l'aggressione USA. Come quando leggiamo sulle stesse pagine che gli USA devono adesso ricostruire "quello che il conflitto ha distrutto": "il conflitto" da solo, senza bisogno di alcun agente atmosferico, tipo un uragano.

Ma ritorniamo all'articolo del NYT, alla foto ed alla chiusura dell "arma di
propaganda". In alcuni documenti piuttosto importanti, come ad es. la
Convenzione di Ginevra, viene dichiarato che: "Impianti fissi e unità mediche
mobili del Servizio Sanitario non possono essere attaccate in alcun caso, ma
devono essere rispettate e protette in qualsiasi circostanza dalle parti coinvolte nel conflitto." Così, la prima pagina di uno dei maggiori quotidiani del mondo, ci descrive allegramente dei crimini di guerra per i quali la classe di governo potrebbe essere condannata a morte nell' ambito giuridico statunitense.

Il giornale più importante del mondo ci racconta inoltre che l'esercito
americano "ha raggiunto gran parte degli obbiettivi in anticipo sui tempi
prefissati" lasciando così "gran parte della città ridotta a macerie fumanti". Ma non è stato un successo totale. Non si sono trovati abbastanza corpi di "sciacalli" nelle loro "tane" o nelle strade, il che rimane un "mistero insoluto".
I giornalisti "embedded" hanno trovato un corpo di una donna, ma "non si capiva bene se fosse irachena o straniera". A quanto pare è l'unica domanda che si pongono.

Nel resoconto in prima pagina viene citata, relativamente all'episodio, la
dichiarazione di un ufficiale dei marines: "Dovrebbe essere scritto sui libri di
storia". Forse si, dovrebbe. Se così sarà, sapremo esattamente in quale
capitolo verrà inserito e chi ci sarà dietro, insieme a quelli che lo hanno
approvato oppure anche soltanto tollerato. Almeno sapremmo questo, se
siamo ancora capaci di onestà.

Mi vengono in mente alcuni episodi avvenuti di recente e che potrebbero
essere in qualche modo considerati equivalenti, come la distruzione di
Grozny, una città più o meno delle stesse dimensioni di Falluja, da parte dei
Russi dieci anni fa, o quella di Sebrenica, definita quasi unanimamente dal
mondo occidentale come "genocidio" . In quel caso, come ci è dato sapere
nei dettagli da un rapporto del governo olandese e da altre fonti, l' enclave
musulmana in territorio serbo, protetta inadeguatamente, fu usata come base
per gli attacchi contro villaggi serbi e, quando la prevedibile reazione serba ebbe luogo, fu orrenda. I Serbi fecero uscire tutti , eccetto gli uomini in età militare, e poi li uccisero. Ci sono delle differenze con quello che è successo a Falluja.
Le donne e i bambini non furono bombardati a Sebrenica, ma furono caricati sui camion e portati via e non sono previsti ulteriori e seri tentativi di riesumere i corpi degli "sciacalli" nelle loro "tane" a Falluja. Ci sono altre differenze, e non propriamente a sfavore dei Serbi.

Si potrebbe controbattere che tutto questo è irrilevante. Il Tribunale di
Norimberga, basandosi sul documento dell' ONU, ha dichiarato che l' intraprendere una guerra di aggressione è "il supremo crimine internazionale,
che si distingue dagli altri crimini di guerra in quanto implica e contiene tutti i mali compresi negli altri". Da qui i crimini di guerra a Falluja ed Abu Ghraib, l' aumento esponenziale della malnutrizione tra i bambini dall' inizio
dell'invasione (adesso al livello di quella registrata nel Burundi, più alto che in Haiti o Uganda) e le altre atrocità commesse. Quelli che furono ritenuti
colpevoli di aver sostenuto un qualsiasi ruolo nel crimine supremo (per
esempio, il Ministro degli Esteri tedesco) furono condannati a morte per
impiccagione. Il tribunale di Tokyo fu ancora più severo.

Un giurista internazionale, il canadese Michael Mandel, ha scritto un libro
importante sull' argomento, nel quale esamina in maniera convincente e
dettagliata il perchè i potenti siano autoimmuni dal diritto internazionale.
Lo stesso Tribunale di Norimberga aveva in effetti introdotto questo principio.
L' unico modo per riuscire a far sottoporre a giudizio i criminali nazisti è stato quello di escogitare il termine di "crimine di guerra" e "crimine contto
l'umanità". Come si sia arrivati a questo ci viene spiegato da Telford Taylor,
consigliere capo dell' accusa e illustre giurista internazionale, oltre che storico:
"Dato che ambedue le parti in causa (nella seconda guerra mondiale) si erano
fatte promotrici di un terribile gioco di distruzione urbana (gli Alleati, con
maggior successo), non esistevano di fatto le basi per un' incriminazione nei
confronti sia dei tedeschi che dei giapponesi, ed infatti tale incriminazione non fu mai portata a compimento. I bombardamenti aerei sono stati usati così
massicciamente e spietatamente sia da parte degli Alleati che delle forze dell'
Asse, che nè a Norimberga nè a Tokyo è mai stato ritenuto opportuno portare
l'argomento come parte delle imputazioni".

Nella pratica, il significato reale del termine "crimine" è: "Crimine che voi avete commesso e noi no". Ad ulteriore conferma di questo, ricordiamo che i
criminali di guerra nazisti furono assolti nei casi in cui la difesa potè
dimostrare che la controparte statunitense aveva commesso gli stessi crimini.
Taylor conclude che "punire il nemico - in particolar modo il nemico sconfitto -
per un comportamento di cui la stessa nazione che lo sta processando si è
resa partecipe, sarebbe così evidentemente ingiusto da discreditare lo stesso
impianto giuridico". Questo è vero, però è il significato stesso del termine,
"nella pratica", a discreditare l' impianto giuridico ed i tribunali che su questo sono fondati. Taylor ci fornisce questo retroscena come parte della sua
spiegazione del perchè i bombardamenti USA in Vietnam non furono mai
considerati un crimine di guerra. I suoi argomenti sono plausibili e gettano
ulteriore discredito sulle stesse leggi.

Alcune delle inchieste giudiziarie successive vengono screditate in modo forse
ancor più evidente, come nel caso dell'inchiesta che ha coinvolto la Yugoslavia
e la NATO, sulla quale si è pronunciata la Corte Internazionale di Giustizia.
Gli USA furono scusati, giustamente, con la giustificazione che non erano
soggetti alla Corte in questo caso. Il motivo è che quando gli USA si decisero
infine a firmare la Convenzione sul Genocidio (che è il punto in questione) dopo
40 anni, la clausola proposta fu che non dovesse essere applicabile agli Stati
Uniti.

Il preside della Facoltà di Legge di Yale, Harold Koh, riguardo i tentativi
compiuti dai legali del Dipartimento della Giustizia per dimostrare che il
presidente avrebbe il diritto di autorizzare la tortura, ha rilasciato il seguente indignato commento: "Affermare che il presidente avrebbe il potere
costituzionale di permettere la tortura è come dire che avrebbe il potere
costituzionale di commettere anche genocidio" . I consiglieri legali del
presidente ed il nuovo ministro della Giustizia, non dovrebbero avere probleni a
controbatrtere che il pressidente potrebbe avere certamente quel diritto, se la
seconda superpotenza gli permettesse di esercitarlo.

La sacra dottrina dell' autoimmunità rimarrà senz' altro ben salda durante il
processo a Sadam Hussein. Se mai il processo ci sarà. Infatti, ogni volta che
Bush, Blair ed altri pezzi grossi del governo , ed i loro cronisti, deprecano i
terribili crimini di Saddam Hussein, si guardano bene dall' aggiungere: "con il
nostro aiuto, perchè noi ce ne siamo infischiati". Sicuramente a nessun
tribunale verrebbe permesso di sottolineare il fatto che i presidenti statunitensi, da Kennedy ad oggi, insieme ai presidenti francesi ed ai primi ministri britannici, agli affaristi occidentali, sono stati complici dei crimini di Saddam (a volte in modo orribile), compresi anche quelli attualmente in carica in Iraq ed i loro mentori. Per organizzare il processo di Saddam, il Dipartimento di Stato ha consultato il legale statunitense Charif Bassiouni, del quale è stato recentemente registrato il seguente commento: "Si sta compiendo ogni possibile tentativo per avere un tribunale i cui giudici non siano indipendenti, ma controllati e quando dico controllati, intendo che i manipolatori politici del tribunale dovranno fare in modo che gli USA e le altre potenze occidentali non siano chiamate in causa. Questo lo fa assomigliare più che altro ad una rivalsa del vincitore sullo sconfitto, lo fa sembrare pilotato, programmato, ingiusto."

Non c'è bisogno che ce lo dicano.
Il pretesto per l' aggressione USA-Gran Bretagna all' Iraq è quello che è stato
definito il diritto alla "difesa preventiva", chiamata a volte, pervertendone il
concetto, anche "guerra preventiva". Il diritto alla difesa preventiva è stato
proclamato ufficialmente nella Strategia per la Sicurezza Nazionale dell'
amministrazione Bush nel settembre 2002, nella quale si dichiarava il diritto di
Washington a ricorrere alla forza per eliminare qualsiasi potenziale sfida al suo dominio globale. La SSN fu ampiamente criticata dall' elite della politica
estera, a cominciare da un articolo apparso sul giornale più vicino alle strutture di potere, Foreign Affairs, nel quale si adombrava la possibilità che "la nuova, grandiosa, strategia imperiale" potesse rivelarsi molto pericolosa. Le critiche sono continuate, con una frequenza senza precedenti, ma più contenute: non era la dottrina in se stessa ad essere sbagliata, ma, piuttosto, lo stile ed il modo nel quale veniva presentata. Il Segretario di Stato di Clinton, Madeleine Albright, ha riassunto correttamente quelle critiche, anche su Foreign Affaris.

La Albright ha precisato che ogni presidente tiene una dottrina del genere nel
taschino posteriore, ma che è stupido sabatterla in faccia alla gente e proporla
in un modo che ottiene l'unico risultato di far infuriare perfino gli alleati. Questo rappresenta una minaccia per gli interessi degli USA ed è, perciò, sbagliato.
La Albright sapeva, ovviamente, che anche Clinton aveva una dottrina del genere. La dottrina di Clinton prevedeva l' "uso unilaterale del potere militare" per difendere interessi vitali come "il garantire l'accesso incondizionato ai
mercati più importanti, alle risorse energetiche, oltre a quelle strategiche",
senza neanche preoccuparsi di accampare i pretesti congegnati da Bush e Blair. La dottrina di Clinton, interpretata alla lettera, ha mire ancor più
espansionistiche della SSN (Strategia per la Sicurezza Nazionale). Della
dottrina di Clinton però, seppur più espansionistica, non si è molto parlato. E'
stata presentata con un certo stile e messa in atto meno sfacciatamente.
Henry Kissinger descrisse la dottrina di Bush come "rivoluzionaria", precisando che rappresentava una minaccia per il sistema di ordine internazionale discendente dal Trattato di Westfalia del 17° secolo e, naturalmente, per lo Statuto dell' ONU e per il diritto internazionale. Kissinger ha approvato quella dottrina, con delle riserve, però, sullo stile e sulle tattiche.
Oltre ad una precisazione cruciale: "non può rappresentare un principio universale a disposizione di qualsiasi paese". Il diritto di aggressione deve,
invece, riferirsi solo agli USA, i quali, semmai ritenuto opportuno, potranno poi delegarlo a loro piacimento a clienti e gregari. Dobbiamo respingere con forza il principio di universalità, cioè che dovremmo applicare a noi stessi gli stessi standards che vogliamo siano applicati da altri; in modo ancor più severo, se siamo persone serie. Dobbiamo apprezzare l' onestà messa in mostra da
Kissinger nel parlare chiaramente di dottrina di prevaricazione, cosa che di
solito viene mascherata da proclamazione di intenti virtuosi e contorti legalismi.
Lui sa capire il suo pubblico colto. Come senz' altro si aspettava, non c' è
stata alcuna reazione.
La capacità di capire il suo pubblico l'ha nuovamente dimostrata, in modo
piuttosto clamoroso, nello scorso mese di maggio, quando sono state rese
pubbliche le registrazioni cosìddette "Kissinger-Nixon", dalle quali emergevano
inequivocabilmente le sue forti obiezioni. Sul giornale più importante del mondo
fu pubblicato un articolo al riguardo, dove si citavano, tra le altre cose, gli ordini di bombardare la Cambogia che Kissinger passò ai comandi militari. Per usare le sue stesse parole: "Una massiccia campagna di bombardamenti in
Cambogia. Colpite dall' alto qualsiasi cosa che si muova." E' raro che un invito a commettere orrendi crimini di guerra - quello che noi non esiteremmo a
chiamare "genocidio", se altri ne fossero responsabili - sia così crudo ed
esplicito. Sarebbe interessante scoprire se esistono altre testimonianze di fatti del genere. La pubblicazione delle registrazioni non ha suscitato alcune
reazione, così confutando gli argomenti di Dean Koh. Evidentemente, la nostra
elite culturale da' per scontato che il presidente ed il suo consigliere per la
Sicurezza Nazionale abbiano il diritto di ordinare un genocidio.

Immaginate quale reazione avrebbe avuto luogo, se gli accusatori nel processo
a Milosevic avessero trovato qualcosa anche di lontanamente simile. Ne
sarebbero stati entusiasti, il processo sarebbe finito, Milosevic sarebbe stato
condannato a diversi ergastoli; la pena di morte, se il processo fosse stato
fatto secondo la legge statunitense. Ma si trattava di loro, non di noi.

Il principio di universalità è il più elementare dei principi morali. E' il
fondamento della "teoria della guerra giusta" e di ogni sistema morale che si
meriti qualcosa di diverso dal disprezzo. Il rifiuto di questo principio morale è così profondamente radicato nella cultura intellettuale da essere invisibile. Per illustrare quanto sia effettivamente radicato, ritorniamo al principio della
"autodifesa preventiva", adottato, come legittimo, da ambedue gli schieramenti
politici negli USA e da praticamente quasi tutto lo spettro dell' opinione
pubblica, con l' eccezione delle solite ali estreme. Il principio contiene degli
evidenti corollari. Se gli USA hanno il diritto alla "autodifesa preventiva" contro il terrorismo, allora, sicuramente, Cuba, Nicaragua ed un esercito di altri paesi, dovrebbero da tempo avere il diritto di portare a compimento atti di terrorismo all' interno del territorio statunitense, dato che non vi sono dubbi riguardo il coinvolgimento degli USA in gravissimi attacchi terroristici nei confronti di questi paesi, ampiamente documentati da fonti incontrovertibili e, come nel caso del Nicaragua, perfino condannati dalla Corte Internazionale e dal Consiglio di Sicurezza (con due risoluzioni alle quali gli USA hanno opposto il veto, e la Gran Bretagna si è lealmente astenuta dal votare). La conclusione
che Cuba e il Nicaragua, tra molti altri, abbiano da tempo avuto il diritto di
organizzare degli attacchi terroristici atroci negli USA è naturalmente
considerata oltraggiosa e insostenibile da chiunque. Grazie alla nostra
autodeterminata immunità da principi morali, non c'è pericolo che qualcuno
arrivi alle stesse oltraggiose conclusioni.

Ce ne sono di ancora più oltraggiose. Nessuno, per esempio, celebra il Pearl
Harbor Day applaudendo i leader fascisti del Giappone imperiale. Secondo i
nostri standard, però, il bombardamento di basi militari nelle coolonie
statunitensi delle Hawaii e delle Filippine sembrerebbe piuttosto irrilevante. I
governanti giapponesi sapevano che i B17, le Fortezze Volanti, provenivano
dalla produzione Boeing ed erano sicuramente al corrente delle discussioni
pubbliche che avvenivano negli USA riguardo a come potevano essere usati
per ridurre in cenere le città giapponesi, in una guerra di sterminio, decollando dalle basi nelle Hawaii e nelle Filippine "per bruciare il cuore industriale dell' impero e attaccare con bombe incendiarie quei formicai brulicanti", come raccomandò nel 1940 il generale dell' aviazione, in pensione, Chennault, una proposta che "deliziò" il presidente Roosvelt. Una giustificazione dell' autodifesa preventiva molto più potente di qualsiasi altra mai congiurata da Bush-Blair e soci e accettata, con riserve tattiche, dall' opinione pubblica in generale.

Si possono fare esempi a volontà. Per aggiungerne un ultimo, pensate all'
ultimo episodio di aggressione da parte della NATO, precedente all' invasione
degli USA e della Gran Bretagna all' Iraq: i bombardamenti in Serbia del 1999.
La giustificazione doveva essere che si erano esaurite le opzioni diplomatiche
e che era necessario mettere fine al genocidio. Non è difficile dare una
valutazione a questi pretesti.

Per quanto riguarda le opzioni diplomatiche, quando i bombardamenti cominciarono, c'erano due proposte sul tavolo: una della NATO e l' altra della
Serbia. Dopo 78 giorni di bombardamento fu raggiunto un compromesso,
anche se solo formale. Fu immediatamente boicottato dalla NATO. Tutto
questo presto svanì nelle nebbie di quella parte della storia che viene
considerata non gradita, nei minimi termini nei quali se ne dette notizia.
E che dire dei genocidi in atto? Tanto per usare un termine che è stato usato
centinaia di volte dalla stampa mentre la NATO si preparava per la guerra.
Investigare in questo senso è insolitamente facile. Esistono due importanti
raccolte dati elaborate dal Dipartimento di Stato con lo scopo di giustificare i
bombardamenti, isieme ad altre ampie documentazioni prodotte dall' OSCE,
della NATO e da altre fonti occidentali, oltre ad una inchiesta dettalgiata del
Parlamento britannico. Tutti questi documenti concordano su alcuni dati di
fatto: le atrocità seguirono ai bombardamenti, non ne furono la causa. Per di
più, il comando NATO lo arebbe predetto, come ebbe modo di comunicare
immediatamente alla stampa il generale Wesley Clark e di confermare in seguito, più dettagliatamente, nella sua biografia.
L' atto d' accusa nei confronti di Milosevic, formulato durante i bombardamenti
- sicuramente come strumento di propaganda, nonostante le improbabili smentite - e la documentazione raccolta dai servizi segreti statunitensi e britannici, e prontamente annunciata, arrivano alla stessa conclusione: praticamente tutte le accuse riguardano avvenimenti seguiti ai bombardamenti.

Si fa presto a sistemare questo tipo di fastidi. Informazioni del genere sono
solitamente tagliate fuori dai mezzi di informazione occidentali e dalla cultura
generale. La cronologia viene regolarmente invertita, così le predette
conseguenze dei bombardamenti vengono vengono trasformate nella loro causa.
Si sono senz' altro verificate delle atrocità anche prima dei bombardamenti:
secondo alcune fonti occidentali, circa 2.000 persone sarebbero state uccise
nell' anno precedente ai bombardamenti del marzo 1999. I britannici,
considerati l' elemento più aggressivo della coalizione, hanno fatto la
sorprendente dichiarazione - un po' difficile da credere considerati i rapporti di forza - secondo la quale fino al gennaio 1999 la maggior parte delle uccisioni sarebbero state compiute da guerriglieri albanesi del KLA, che attaccavano la popolazione civile e i militari in incursioni oltre il confine, con la speranza di sollecitare una dura risposta serba da usare con scopi di propaganda in occidente, come è stato candidamente dichiarato negli ultimi mesi,
evidentemente con l' appoggio della CIA. Secondo alcune fonti occidentali non
vi sarebbero stati cambiamenti sostanziali fino all' annuncio dei bombardamenti e lo spegnimento de monitors, pochi giorni prima delle bombe di marzo. In una delle poche opere che si prende la briga di almeno menzionare l' insolitamente ricca documentazione, Nicholas Wheeler giunge alla conclusione che 500 dei 2.000 morti furono uccisi dai Serbi. Wheeler si dichiara d' accordo con i bombardamenti, sostenendo che le atrocità perpetrate dai Serbi sarebbero state di gran lunga peggiori, se la NATO non li avesse bombardati, provocando così quelli stessi crimini che avevano previsto sarebbero stati commessi. Questa sarebbe l' opera di approfondimento più seria sull' argomento. La stampa, e gran parte dell' elite culturale, scelgono in genere la strada più ampia e scorrevole dell' ignorare la documentazione occidentale e invertire la cronologia.

E' perfino troppo facile continuare. Ma quella documentazione, così
spiacevolmente ricca di dati, lascia aperta una questione cruciale: come
reagisce la "grande bestia", la componente interna agli USA della seconda
superpotenza mondiale? La risposta convenzionale è che la popolazione
approva, come appena dimostrato dalla rielezione di George W. Bush. Ma,
come spesso è il caso, sarebbe il caso di dare un' occhiata più attenta.
Ogni candidato ha ricevuto circa il 30% del voto elettorale, Bush un po' di più,
Kerry un poco meno. Le tendenze generali di voto sono state simili a quelle
delle elezioni del 2000,quasi gli stessi gli stati "blu" e quelli "rossi", secondo la solita metafora. Una piccolissima variazione di percentuale ed alla Casa Bianca ci sarebbe stato Kerry. Nessun risultato avrebbe potuto dirci molto di più sullo stato d' animo del paese. neanche su quello degli elettori. Gli
argomenti più scottanti sono stati tenuti fuori dalla campagna elettorale o
presentati in modo così oscuro da risultare comprensibili a ben pochi.

E' importante ricordare che le campagne politiche sono organizzate dalle
stesse persone che progettano le vendite di dentifrici e automobili. La loro
principale preoccupazione non è quella di informare. Il loro scopo è, piuttosto, quello di ingannare. L' inganno è, però, alquanto costoso: una grafica complessa per far apparire l' attore o attrice sexy, o l' eroe dello sport, a bordo di quella macchina, o mentre scala una roccia a strapiombo. Apparecchiature in grado di proiettare un' immagine che possa convincere con l' inganno il consumatore a comprare quella macchina, invece di quell' altra, praticamente identica prodootta dalla concorrenza. Lo stesso vale per le elezioni, guidate dalla stessa industria per le relazioni pubbliche. Lo scopo è quello di proiettare immagini e di convincere il pubblico ad accettarle, con l' inganno, trascurando i contenuti.

Sembra che la gente riesca a capire il senso di questo spettacolo. Poco prima
delle elezioni del 2000, circa il 75 per cento della popolazione lo riteneva
praticamente inutile, come fosse solo un gioco che riguardava ricchi sostenitori, capi di partito e candidati addestrati a proiettare immagini che
oscurassero i contenuti, ma che potessero guadagnare qualche voto in più.
Probabilmente è per questo che solo una ristretta elite è sembrata preoccuparsi della " elezione rubata", che pare non abbia suscitato un grande interesse nel pubblico: se le elezioni equivalgono al giocare a "testa o croce" e tirare la monetina per scegliere il re, a chi importa se la moneta è falsa?

Poco prima delle elezioni del 2004, circa il 10 per cento dei votanti ha detto
che avrebbero scelto il loro candidato in base ai suoi programmi / idee/ progetti/scopi": il 6 per cento degli elettori di Bush ed il 13 percento degli elettori di Kerry.
Il resto ha detto che la loro scelta sarebbe stata basata su quello che l'
industria della propaganda avrebbe definito "qualità" e "valori". Il candidato
proietta un' immagine forte, del tipo che vi piacerebbe incontrare al bar,
qualcuno che si interessa veramente a voi e che è proprio come voi? Non vi
sorprenderebbe sapere che Bush è stato accuratamente addestrato a dire
"nucular" ( "nuclear, n.d.t.) o, a dire "sottovalutare" usando il termine "misunderestimate" (incrocio di due termini "misunderstanding" e "underestimate", usato spesso erroneamente da Bush, n.d.t.) ed altre papere per le quali gli intellettuali si divertono a prenderlo in giro.

Questo lo fa sembrare, evidentemente, più vero, almeno quanto il ranch
costruito per lui ed il suo modo di fare così "alla buona".. In fin dei conti,
presentarlo come un ragazzotto viziato di Yale, diventato ricco e potente
grazie alle ricche e potenti conoscenze, non avrebbe funzionato. Ha funzionato
invece il farlo immaginare come un tipo qualsiasi, proprio come uno di noi, che
ci protegge, che condivide gli stessi "valori morali", molto più dello sportivo, del cacciatore solitario o del windsurfer che può sempre essere accusato di
falsificare le proprie medaglie.

Bush ha avuto una schiacciante maggioranza tra gli elettori che dicevano di
essere principalmente preoccupati per i "valori morali" e per il "terrorismo". Sui "valori morali" dell' amministrazione Bush possiamo imparare tutto quello che c'è da sapere leggendo le pagine dei giornali finanziari il giorno dopo le
elezioni, che descrivevano l' "euforia" nei consigli d' amministrazione, e non
perchè i direttori generali delle imprese siano contrari ai matrimoni tra gay.
Oppure osservando il principio, neanche tanto dissimulato, che gli altissimi
costi affrontati dai porgrammatori della campagna per Bush nel loro servizio
devoto al potere ed alla ricchezza, verrano scaricati sui nostri figli e nipoti: costi fiscali, distruzione ambientale e forse "la distruzione finale". Questi sono i "valori morali", che sia chiaro.

L' impegno messo in atto dai programmatori della campagna di Bush per la
"difesa contro il terrorismo" è rappresentato in modo plateale dalla loro
decisione di far salire la tensione e aggravare la possibilità di una possibile
minaccia terroristica, come è stato dichiarato anche dalle loro stesse agenzie
di servizi segreti, non perchè a loro piaccia l 'idea di attacchi terroristici che colpiscano cittadini statunitensi, ma perchè, semplicemente, questa
eventualità per loro ha un grado minore di priorità se comparata ad altre come
il consolidamento di basi militari sicure in uno stato cliente e dipendente nel
cuore della regione con le maggiori risorse energetiche del mondo,
riconosciuta fin dalla Seconda Guerra Mondiale come "la più importante area
strategica del mondo", "una magnifica risorsa di potere strategico, uno dei
premi più ambiti nella storia mondiale". E' decisamente importante assicurarsi
che "profitti inimmaginabili" , per citare il termine usato in una importanta
Storia dell' industria petrolifera, si incamminino nella giusta direzione, per
esempio, verso le multinazionali delle risorse energetiche statunitensi, verso il Dipartimento del Tesoro, verso le industrie statunitensi hig-tech (militarizzate), verso le enormi imprese edilizie e così via. Ancora più importante è il magnifico potere strategico: tenere la mano salda sui "rubinetti", ci garantisce la possibilità del "potere di veto", da usare eventualmente nei confronti dei rivali, come dichiarò George Kennan cira 50 anni fa. Sulla stessa scia, Zbigniew Brzeinski ha scritto recentemente che il controllo sull' Iraq da' agli USA un maggiore potere di "fare leva" sulle economie europee e asiatiche, una delle più grandi ambizioni degli economisti dalla Seconda Guerra Mondiale.

I rivali devono mantenere la loro "autorità regionale" all' interno del "perimetro dell' ordine generale" disegnato dagli USA, come Kissinger specificò nel suo discorso sull' "Anno dell' Europa", 30 anni fa. Questa disposizione appare ancora più urgente oggi, considerato che i maggior i rivali stanno minacciando di intraprendere un cammino indipendente e forse in alleanza con altri. L' UE e la Cina sono diventati reciprocamente i maggiori partner commerciali nel 2004 ed i loro legami si stanno facendo sempre più stretti, mentre cercano di includere nei loro accordi perfino la seconda potenza economica mondiale, il Giappone. Il potere di fare leva è più che mai importante per controllare questo mondo, che da 30 anni a questa parte si sta evolvendo verso la "tripolarità". In confronto a questo, la minaccia del terrorismo viene vista come un' argomento di secondo piano. Per quanto spaventosa.. Molto prima dell' 11 settembre si era capito che, prima o poi, il terrorismo Jihadista organizzato dagli USA e dai suoi alleati negli anni '80, avrebbe trovato il modo di venire in possesso delle armi di distruzione di massa e le conseguenze sarebbero state terrificanti.

Notate bene che il punto cruciale, riguardo al petrolio del Medio Oriente (circa
due terzi delle riserve mondiali e particolarmente facile da estrarre) è il
controllo, non l' accesso. Le strategie USA in Medio oriente, quando era un
semplice esportatore di petrolio , erano le stesse di oggi, quando i servizi
segreti prevedono un maggiore affidamento da parte degli USA sulle risorse,
ritenute più stabili, del bacino dell' Atlantico. E le strategie rimarrebbero
probabilmente le stesse anche se gli USA dovessero decidere di convertirsi all'
energia rinnovavabile. Il bisogno di controllare quella "stupenda risorsa di
potere strategico" e di guadagnare "profitti inimmaginabili" rimarrebbe
immutato. Gli intrallazzi e le manovre per il posizionamento degli oleodotti in
Asia Centrale riflettono esattamente posizioni di questo tipo.
Si potrebbero trovare molti altri esempi per illustrare questa scala di priorità.

Per dirne una, il Dipartimento del Tesoro ha un ufficio (OAFC, Office of Foreign
Assets Control) il cui compito è quello di investigare su trasferimenti sospetti
di denaro, una componente cruciale della "guerra al terrore". Nell' OAFC
lavorano 120 dipendenti. Nello scorso mese di aprile, la Casa Bianca ha
informato il Congresso che a quattro di questi era stato assegnato il compito
di seguire le tracce del flusso del denaro tra Osama Bin Laden e Saddam
Hussein, mentre quasi due dozzine erano impegnati nel far rispettare l'
embargo contro Cuba (guarda caso dichiarato illegale da ogni organizzazione
internazionale di rilievo, perfino dalla, solitamente accondiscendente,
Organization of American States. Dal 1990 al 2003, l' OAFC ha comunicato al Congresso, sono state messe in atto 93 indagini relative al terrorismo, con 9.000 dollari comminati in infrazioni, e 11.000 indagini relative a Cuba, con 8 milioni di dollari comminati in infrazioni.

Perchè mai il Dipartimento del Tesoro dedica così tanta energia a strangolare
Cuba piuttosto che fare la guerra al terrorismo? I motivi fondamentali sono
spiegati in alcuni documenti segreti di 40 anni fa, quando l' amministrazoine
Kennedy cercò di portare "il terrore del mondo" a Cuba, come raccontò lo
storico (e confidente di Kennedy) Arthur Schlesinger, nella sua biografia di
Robert Kennedy, che diresse le operazioni del "terrore", sua assoluta priorità.
Gli strateghi del Dipartimento di Stato lo avvertirono che la "stessa esistenza" del regime di Castro era una "sfida vittoriosa" alla politica promossa dagli USA da almeno 150 anni, con la dottrina Monroe: niente Russi, una sfida intollerabile ai padroni dell' emisfero. inoltre, questa sfida vittoriosa avrebbe incoraggiato altri, che sarebbero stati infettati dall' "idea castrista di prendere le decisioni per conto loro". Schlesinger aveva avvertito il nuovo presidente Kennedy, riassumendo il rapporto stilato dopo la missione del presidente in America Latina. Questi pericoli sono particolarmente gravi, Schelsinger dedusse, quando "la distribuzione della terra e di altre forme di ricchezza nazionale favorisce in larga parte i proprietari terrieri...ed i poveri e i diseredati, stimolati dall' esempio della rivoluzione cubana, adesso chiedono con forza l' opportunità per una vita decorosa".

Ma ritorniamo alla grande bestia. L' opinione pubblica statunitense è studiata
con grande cura ed in profondità. Alcune ricerche pubblicate poco prima delle
elezioni dimostravano che quelli che pensavano di votare per Bush, davano per
scontato che il Partito Repubblicano condividesse i loro punti di vista, anche
se il Partito li aveva controbattuti pubblicamente. Si può dire quasi lo stesso
per i sostenitori diKerry. Le maggiori preoccupazioni di questi ultimi erano l'
economia e l'assistenza santaria e loro davano per scontato che lui condividesse le loro opinioni su questi argomenti, proprio come gli elettori di Bush pensavano, per le stesse ragioni, che i Repubblicani la pensassero come loro.

In breve, chi si è preso la briga di andare a votare ha per lo più dimostrato di
accettare le immagini proiettate dall' industria delle pubbliche relazioni e che
avevano solo uan vaga somiglianza con la realtà. Questo esclude i più
benestanti, che tendono a votare per i loro interessi di classe.
Che dire poi di quello che pensa veramente il pubblico? Come ho già detto,
poco prima delle elezioni sono stati pubblicati degli studi importanti su questo
argomento e dando una rapuida occhiata ai risultati si può chia capire come sia una buona idea basare le elezioni sull' inganno, proprio come
succede nel falso mercanteggiare delle dottrine politiche. Qualche esempio:
una vasta maggioranza crede che gli USA dovrebbero accettare la
giurisdizione del Tribunale Penale Internazionale, firmare il protocollo di Kyoto, permettere all' ONU di prendere le decisioni nelle crisi internazionali (compresa la sicurezza, la ricostruzione e la transizione politica in Iraq), dare priorità alle misure diplomatiche piuttosto che su quelle militari nella "guerra al terrore" ed usare la forza solo in caso di "prove inconfutabili che il paese sia in pericolo imminente di subire un attacco". Insomma, una decisa confutazione del consenso bipartisan sulla "guerra preventiva" e adesione auna interpretazione convenzionale della Carta dei Diritti dell' ONU. La maggioranza sarebbe anche favorevole alla rinuncia della possibilità di veto all' interno del Consiglio di Sicurezza.

Una stragrande maggioranza della popolazione è favorevole all' espansione di
programmi puramente domestici: in primo luogo, l'assistenza sanitaria (80 %),
ma anche l' istruzione e l' assistenza sociale. Risultati simili sono stati trovati in studi elaborati dalle organizzazioni più affidabili, tra quelle incaricate di monitorare l' opinione pubblica. In altri sondaggi dei media istituzionali, circa l' 80% era a favore dell' assistenza medica gratuita, anche se avesse comportato un aumento delle tasse: un sistema sanitario nazionale alla luinga avrebbe ridotto le spese, evitando i costi pesanti della burocrazia, della supervisione, incartamenti ecc., alcuni dei fattori che contribuiscono a fare del sistema sanitario privato statunitense uno dei più inefficienti del mondo industrializzato. L' opinione pubblica è rimasta piuttosto stabile per lungo tempo, con piccole variazioni dovute principalnmete al modo in cui vengono
poste le domande. A volte se ne discute sui giornali, ma le preferenze del
pubblico vengono in fretta archiviate come "politicamente impossibili". E'
successo di nuovo alla vigilia delle elezioni del 2004. Pochi giorni prima (il 31 ottobre), il New York Times ha scritto: "Negli Stati Uniti c'è così poca volontà politica di sostenere l' intervento del governo nel mercato del sistema
sanitario, che il senatore John Kerry ha trovato dovuto perfino precisare,
durante un dibattito televisivo, che il suo progetto di allargare l'accesso alle
assicurazioni sanitarie non avrebbe dato vita in alcun modo ad un nuovo
progetto dfi governo", quello che invece, apparentemente, la maggioranza
vorrebbe. Ma è così politicamente impossibile e c'è così poca volontà politica.
Quello che si vuol dire in realtà è che le compagnie di assicurazione, le
organizzazioni private di assistenza sanitaria, le industrie farmaceutiche, Wall
Street ecc. sono contrari.

Direi che sia degno di nota il fatto che queste opinioni appartengano a persone
praticamente isolate. Dei loro punti di vista non si tiene conto nelle campagne
elettorali e, solo marginalmente, riescono ad apparire in forma articolata sui
mezzi di informazione in generale. Lo stesso principio lo vediamo esteso
anche ad altri settori e ci suscita degli interrogativi importanti su quello che sta succedendo nello stato più importante del mondo, più precisamente sul suo
"deficit democratico", tanto per prendere in prestito un' espressione che di
solito usiamo riferita ad altri.

Quali sarebbero stati i risultati delle elezioni se i partiti, tutti e due, fossero stati disponibili a dare voce alle opinioni ed alle preoccupazioni della gente sugli argomenti che ritengono essere di vitale importanza? O se questi
argomenti avessero avuto spazio in discussioni e dibattiti nei maggiori canali di informazione? Possiamo solo fare delle supposizioni, ma sappiamo bene che
questo non accade e che di certi fatti difficilmente viene anche solo data

notizia.. Sembrerebbe ragionevole dedurre che la paura della grande bestia sia
radicata in profondità.

Quello che si intende attualmente, in termini pratici, con il concetto di
democrazia viene espresso chiaramente in più di un modo. Uno dei più
clamorosi è stato la distinzione tra Vecchia e Nuova Europa nella corsa alla
guerra in Iraq. Il criterio in base al quale veniva decisa l'appartenenza alla
squadra era così evidente, che non vederlo doveva essere un atto di volontà. La
Vecchia Europa, i cattivi, erano i governi che la pensavano come la
maggioranza delle persone. La Nuova Europa, la speranza luminosa per un
futuro democratico, erano i capi di stato alla Churchill, come Berlusconi e
Aznar, che non hanno tenuto in nessun conto il parere della maggioranza della
gente ed hanno deciso, sottomessi, di prendere ordini da Crawford, in Texas. Il
caso più drammatico è stato quello della Turchia, dove, con sorpresa generale,
il governo ha preso atto della volontà del 95% della popolazione. Quello che
veniva ufficialmente considerato il moderato dell' amministrazione, Colin
Powell, annunciò immediatamente punizioni severissime nei confronti di
questo crimine. La Turchia fu condannata aspramente sulla stampa nazionale
per aver dimostrato di non avere "credenziali democratiche". L' esempio più
eclatante ci vine da Paul Wolfowitz, che rimproverò l'esercito turco per non
aver costretto il governo a seguire gli ordini da Washington e pretese le scuse
pubbliche ed il publico riconoscimento che lo scopo di una democrazia
funzionante fosse quello di aiutare gli USA.

L' attuale concetto di democrazia, emerge, senza troppe dissimulazioni, anche
da altri aspetti. Questo l' incipit dell' articolo più approfondito scritto sulla morte di Arafat, pubblicato dal New York Times: "L' era post-Arafat sarà l' ultimo test di una dimostrazione di fede che è la quintessenza dell' America:
che le elezioni diano legittimità anche alla più fragile delle istituzioni". Nell' ultimo paragrafo, in seconda pagina, leggiamo che Washington "sarebbe stata contraria a nuove elezioni tra i Palestinesi" perchè Arafat avrebbe vinto ed avrebbe quindi ricevuto un "nuovo mandato", perciò le elezioni "sarebbero
servite a dare credibilità ed autorità anche ad Hamas". In altre parole, la
democrazia va bene se i risultati sono quelli giusti, altrimenti... al rogo.
Un altro esempio lampante su questa stessa linea: un anno fa, dopo che i
pretesti per l' invasione dell' Iraq si erano dimostrati fasulli, gli autori dei
discorsi di Bush si sono dovuti inventare qualcos' altro per rimpiazzarli. Si
sono trovati d' accordo su quello che la stampa liberal definisce "la visione
messianica del presidente di portare la democrazia" in Iraq, nel Medio Oriente,
nel mondo intero. Le reazioni furono curiose. Dall' acclamazione festosa e
rapita da quella visione, che dimostrava che questa era la guerra più nobile
della storia (David Ignatius, storico corrispondente del Washington Post) a
quella dei critici che dichiaravano che, si, la visione era nobile ed illuminata, ma che sembrava un po' troppo pretenziosa, dato che la cultura irachena non sembrava pronta ad affrontare una tale conversione verso i nostri valori civilizzati. Dovremmo temperare l' idealismo messianico di Bush e Blair con un po' di sobrio realismo, consigliava il London Financial Times.

Il fatto interessante è che sia stato dato scontato e accettato acriticamente
da tutti i settori dell' opinione pubblica il fatto che il fine dell' invasione dovesse essere la visione messianica, non quelle stupidaggini sulle armi di distruzione di massa e su Al Qaeda, non più credibili ormai, almeno per il pubblico più attento. Qual' è la prova che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna siano guidati da una visione messianica? Una prova c'è, sicuramente: perchè così han detto i nostri leaders. Cosa volete di più?

Esiste un settore dell' opinione pubblica che ha un punto di vista diverso: gli
Iracheni. Proprio mentre la visione messianica veniva svelata a Washington,
suscitando applausi riverenti, è stato diffuso un sondaggio effettuato dagli
U.S.A. tra gli abitanti di Baghdad. Alcuni erano d'accordo con la quasi
unanime presa di posizione dell' opinione pubblica più elitaria in occidente,
secondo la quale lo scopo dell' invasione era quello di portare la democrazia in
Iraq. L' uno per cento. Cinque per cento pensavano che lo scopo fosse quello
di aiutare gli iracheni. La maggioranza pensava l' ovvio: gli Stati Uniti vogliono controllare le risorse ed usare le proprie basi per riorganizzare il paese secondo i propri interessi.

A Baghdad sono d' accordo che esista un problema di arretratezza culturale:
in occidente, però. Non in Iraq. In realtà le loro opinioni erano un po' più variate.
Sebbene l' uno per cento credesse che lo scopo dell' invasione fosse quello di
portare la democrazia, circa la metà pensavano che gli USA volessero la
democrazia, ma che non avrebbero permesso agli Iracheni di gestirla a loro
modo "senza alcuna pressione o influenza da parte degli USA". Loro
capiscono molto bene la quintessenza della fede americana, forse perchè era
la stessa quintessenza della fede britannica quando i britannici li tenevano
sotto il giogo. Non c'è bisogno che conoscano la storia dell' idealismo
wilsoniano o della nobile controparte britannica o della missione civilizzatrice
della Francia o della ancor più esaltata visione dei fascisti giapponesi e di
molti altri, probabilmente anch' essi parte di una costante storica universale.
La loro stessa esperienza è sufficiente.

All' inizio avevo accennato ai risultati ottenuti dalle lotte di popolo nei passati decenni, risultati evidenti se ci soffermiamo un po' a riflettere, ma di cui raramente si parla, per ragioni che non è difficile individuare. Sia la storia recente che le attuali tendenze dell' opinione pubblica ci suggeriscono alcune precise e dirette strategie per mettere in atto, a breve termine, un attivismo efficace. Almeno, per chi non se la sente di aspettare che la Cina venga a salvarci dalla "distruzione finale". Noi godiamo di grandi privilegi e grande libertà, se paragonati ad altri paesi o ad altri periodi storici. Questo non è un dono piovuto dal cielo, un atto di generosità divina, ma il frutto delle lotte, nate dalla convinzione e dell' impegno di chi non si è limitato a suscitare solo un po' d' agitazione una volta ogni qualche anno. Possiamo rinunciare a quel dono e prendere la comoda strada del pessimismo: non c' è speranza, tanto vale che rinunci a lottare. Oppure possiamo usare quel dono per creare, in parte ri-creare, le basi di una vera cultura democratica, nella quale il pubblico giochi un ruolo importante nel determinare i programmi e le strategie, non solo nel campo della politica dal quale è in gran parte escluso, ma anche nel campo, cruciale, dell' economia, dal quale è escluso per principio.

Non sono affatto idee radicali. Furono espresse chiaramente, ad esempio, dal
più importante filosofo statunitense del XX° secolo, John Dewey, il quale
sottolineò che fino a che il "feudalesimo industriale" non fosse stato
rimpiazzato da una "democrazia industriale", la politica sarebbe rimasta "la
grande ombra gettata dai grandi affaristi sulla società". Dewey era "più
americano della torta di mele", come si dice comunemente. La sua ispirazione
trovava le proprie radici in una lunga tradizione di pensiero e di azione che si
era sviluppata in modo indipendente nella cultura della classe operaia dalle
origini della rivoluzione industriale. Queste idee scorrono sempre sotto la
superficie e possono diventare parte integrante e viva delle nostre società,
delle nostre culture e delle nostre istituzioni. Ma come altre vittorie riportate in nome della giustizia e della libertà nei secoli passati, non potrà accadere da solo. Una delle più evidenti lezioni della storia, compresa la storia recente, è che i diritti non ci vengono regalati. Devono essere conquistati. Il resto, dipende da noi.

Note: Tradotto da Patrizia Messinese per Peacelink
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fonte e l'autore
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