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    Informazione e telematica per la pace

    Francesco Iannuzzelli12 giugno 2000 - Francesco Iannuzzelli
    Fonte: "Contro le nuove guerre", Atti del convegno "Cultura, Scienza e Informazione di fronte alle nuove guerre" - Politecnico di Torino 22-23 giugno 2000
    http://www.scienzaepace.it/attivita/convegno2/libro2/index.html

    PeaceLink è un'associazione di volontariato dell'informazione che utilizza gli strumenti della telematica per favorire il giornalismo di base in alternativa ai mezzi di informazione tradizionali.
    Proprio nel corso di questa esperienza, abbiamo avuto modo di notare come l'informazione relativa a temi riguardanti la pace e i conflitti armati abbia subito una particolare e crescente attenzione, soprattutto in concomitanza con lo svolgersi di guerre che vedono in qualche modo coinvolti gli interessi europei o statunitensi.
    Attenzione che da parte delle parti in causa ha provocato una vera e propria organizzazione e mobilitazione durante le guerre e nei periodi immediatamente precedenti, in modo da manipolare l'informazione in base a precisi interessi.
    Questo compito è stato svolto principalmente dai media tradizionali e con essi intendiamo quei giornali, riviste, radio e soprattutto televisioni che sono in qualche modo legati a strutture di potere economico e/o politico. Purtroppo sono tanti, la stragrande maggioranza dei media oggi esistenti a grande diffusione; fortunatamente esistono delle alternative, soprattutto nell'abito della carta stampata, che continuano a diffondere informazione indipendente, seppure con notevoli difficoltà e qualche incidente di percorso.
    L'esperienza però di un giornalismo di base a contatto diretto con la gente e le associazioni si è rivelata uno strumento indispensabile non solo per informare, ma anche per stimolare lo sviluppo di iniziative e realtà locali, nazionali e anche internazionali, grazie all'utilizzo della telematica.

    Le guerre sponsorizzate

    Per chiarire quello che intendiamo come manipolazione dell'informazione possiamo prendere l'esempio del recente conflitto in Kossovo, dove l'intervento Nato è stato preceduto e accompagnato da una massiccia campagna mediatica, all'interno della quale sono emersi diversi atteggiamenti.
    L'omertà precedente al conflitto ha celato al mondo sia gli sforzi che sono stati compiuti per una soluzione pacifica sia i motivi per i quali sono falliti, che hanno dei precisi responsabili, che poi si sono rivelati essere i principali fautori della soluzione violenta.
    Viceversa non appena hanno cominciato a parlare le armi, si sono accesi i riflettori uniti a una notevole e ben orchestrata campagna propagandistica per giustificare l'intervento armato.
    Infine, quando la guerra cominciava a trascinarsi nel tempo con costante intensità, l'assuefazione l'ha relegata a notizia secondaria.
    Tre atteggiamenti diversi ma ognuno a modo suo molto grave nell'evidenziare la priorità data dai media tradizionali agli interessi economici, politici e militari in gioco. Gli essere umani coinvolti, i disastri ambientali provocati, le sofferenze a cui sono stati costretti migliaia di profughi e di civili, non rientrano evidentemente nell'oggetto dell'informazione che si vuole diffondere.
    Cercando di individuare delle linee guida nel comportamento dei media tradizionali, pur consapevoli delle approssimazioni e generalizzazioni a cui andiamo incontro, possiamo riscontrare fondamentalmente la stessa logica che, in altri ambiti, produce altrettanti disastri. Alludiamo alla considerazione della notizia come un prodotto da sfruttare e commercializzare, così come lo è la forza lavoro o la natura.
    In una logica consumistica, la notizia deve vendere e soprattutto adeguarsi alle esigenze del mercato. Deve produrre piacere, soddisfazione, tranquillizzare chi si preoccupa della situazione, scoraggiare chi la vuole cambiare, assopire la coscienza di chi vuole porsi delle domande.
    In pratica, potremmo quasi parlare di un'anestesia informativa.
    D'altra parte, l'informazione è il nucleo fondamentale della nostra conoscenza, perché in base a ciò che conosciamo della realtà che ci circonda decidiamo le nostre azioni, personali e sociali. Ecco quindi che la notizia assume il ruolo di conferma di quanto il potere economico/politico/militare (il connubio è palese) vuole far credere, allo scopo di muoversi con il consenso della gente.
    In questo contesto avviene la distorsione maggiore dell'informazione, che viene plasmata in modo da costruire una realtà fittizia ma omogenea, nella quale tutto appare chiaro e indiscutibile.
    In soccorso arrivano tutta una serie di personaggi (gli "esperti") che rafforzano e confermano il "prodotto-verità". E' curioso notare come, vista la ormai radicata diffidenza verso il mondo politico, i politici si guardino bene dal pronunciarsi su argomenti tecnici; invocano, invece, un tecnico, ovvero una persona di cui ci si deve fidare incondizionatamente.
    Un tecnico è un tecnico, saprà pur fare il suo mestiere, come dubitare di quello che dice?
    Se poi va in televisione, è sicuramente uno bravo e preparato; ed ecco quindi l'economista di turno, lo stratega, il giurista, lo storico, anche il filosofo. Tutti chiamati alla corte del re a confortare, confermare, spiegare, addolcire con calma e lucida razionalità i motivi per cui tutto quello che sta succedendo è cosa buona e giusta, anche se si tratta di una guerra.
    Con maestria più o meno intenzionale viene anche inscenato un dialogo tra le diverse opinioni, cercando di palesare una pluralità che in realtà viene tristemente limitata al dialogo tra diversi esponenti di diversi interessi economici; la diversità, quindi, sta solo nei destinatari dei proventi e non è propriamente il concetto di pluralità dell'informazione al quale aspiriamo.
    Non vi è spazio per coloro che la pensano diversamente e sono ben più qualificati ed esperti nei settori di competenza cui accennavamo; chi detiene gli strumenti di informazione chiama a testimoniare solo i propri sostenitori.

    Appare evidente il tentativo di propagandare l'esistenza di un'unica verità, di un pensiero unico. Si tratta di un'abnorme approssimazione culturale, in un'ottica che definire riduzionista è dir poco, e ci rendiamo conto di chi viene immolato in questo contesto: il dubbio.
    Quando, con grande fatica, ci intrufoliamo e riusciamo a far giungere un'informazione alternativa, che implica una messa in discussione di quanto noto finora, la prima reazione istintiva spesso è: "No, non è possibile".
    Lo stupore non deriva solo dal contenuto dell'informazione, chiaramente diverso, ma in prima battuta dal fatto che esista un'informazione diversa. E' un condizionamento sottile che scorre sui media tradizionali ma purtroppo spesso anche sui banchi di scuola, educando a cercare e credere un'unica verità e a non preoccuparsi di dubitarne.
    L'eliminazione a priori del dubbio protegge poi dalla pericolosa dinamica della ciliegia; chi comincia a dubitare, ne prende gusto e non si accontenta, un dubbio tira l'altro, e così ci sarebbe pure il rischio che si correlino situazioni apparentemente lontane, ma in fondo strettamente legate.
    Soprattutto una è la correlazione che terrorizza i nostri war-promoter: il fatto che si possa pensare che dietro tutto questo in fondo ci sono solo dei soldi. Ciò spiega l'ossessionante riferimento a motivi umanitari, alla stabilità politica, al diritto internazionale e così via.
    A scanso di equivoci, di aspetti economici non se ne parla proprio, a costo di sembrare di vivere in una realtà fiabesca. Già, le fiabe, che in questo contesto ci ricordano un altro aspetto abusato, la dicotomia tra Bene e Male assoluti, nei quali vengono prontamente incarnati gli attori del conflitto.

    La mistificazione non finisce qui, è anche interessante notare come sia radicato il concetto che "se tutti dicono cosi', evidentemente hanno ragione", dove con tutti si intende la pluralità delle fonti dalle quali provengono le informazioni.
    Si tratta di un duplice errore. Innanzitutto, il criterio della pluralità sarebbe anche valido a patto che non fosse così palese che si tratta di una pluralità fittizia, in quanto questi tutti rispondono ai medesimi interessi (4 agenzie stampa gestiscono l'80% del flusso mondiale delle notizie: tre sono statunitensi, una francese).
    Inoltre, in un sistema complesso come la situazione mondiale, usare l'ascia come strumento di valutazione comporta il rischio di madornali errori di valutazione. Spesso invece è proprio il "rumore", cioè quella parte di informazione che è quantitativamente inferiore ad essere qualitativamente fondamentale. Nell'ambito della comunicazione, il rumore è rappresentato dalle fonti indipendenti, di base, che non obbediscono alle leggi che regolano i flussi di informazione principali.

    Tutti questi metodi di manipolazione dell'informazione vengono attuati mediante una struttura operativa efficace e versatile, in grado di agire velocemente in qualsiasi parte del mondo e organizzata in ogni ambito del settore dell'informazione, ogni passaggio, dall'intervistatore al satellite. La potenza di questo apparato si esprime in maniera impressionante in concomitanza di una conflitto armato del quale si vuole a tutti i costi costruire una certa immagine. Ne abbiamo avuto due esempi recenti con le guerre del Golfo e del Kossovo.
    Nonostante il mondo dell'informazione e del giornalismo conservino al loro interno valide sacche di resistenza, il divario di mezzi è veramente impressionante, al punto che appare chiaro che chi resiste in realtà riesce nel risultato di assicurare un minimo di informazione non condizionata a chi comunque è già interessato a riceverla. Ma risulta difficile pensare che, in queste condizioni di palese inferiorità, si riesca a coinvolgere più gente su questi temi.

    Di fronte a questo scenario sconfortante che abbiamo descritto, verrebbe da sentirsi quasi impotenti, consapevoli soprattutto che ormai i tradizionali canali informativi (giornali, radio e televisione) per le loro caratteristiche sono irraggiungibili. Per gestire un mezzo di comunicazione di questo genere, occorre superare un gap enorme, innanzitutto economico, ma anche tecnologico e legale.
    E' soprattutto la dipendenza finanziaria l'aspetto basilare, in quanto gli stessi apparati economici che possiedono i media grazie alla medesima forza economica orientano anche altri ambiti come la politica

    Le guerre taciute

    Quando invece il conflitto armato deve essere ignorato, il comportamento dei media tradizionali è altrettanto uniforme nel far passare la questione completamente sotto silenzio.
    Gli scarsi e sporadici cenni sono improntati a un'interpretazione quasi fatalista e molto distaccata; si tratta di una guerra lontana in tutti i sensi, voluta da stati irresponsabili e allo sbando, da popoli violenti e/o fanatici, coi quali non abbiamo, noi pacifici e illuminati occidentali, niente da spartire...
    anzi, se proprio bisogna parlarne, l'unico rischio di coinvolgimento è che masse di profughi invadano la fortezza europea portando disordine e criminalità.
    Questo è probabilmente uno degli aspetti più odiosi di informazione non solo manipolata, ma anche violenta; il collegare i conflitti armati alle migrazioni con un'interpretazione che fomenta la paura del diverso, contribuisce ad alimentare la diffidenza verso gli stranieri e altri sentimenti negativi e pericolosi.
    L'interventismo, altre volte sbandierato apertamente come lampante soluzione, in questi casi non può funzionare, è tutto troppo lontano, è impensabile intervenire a mettere pace e poi non si può certo interferire con questioni interne alle nazioni interessate (si sa, non tutti hanno la fortuna, o sfortuna, di trovarsi vicino a giacimenti petroliferi, o importanti vie commerciali o di trasporto del petrolio...).
    Spesso i servizi si limitano a descrivere le atrocità della guerra senza contesto ne' spiegazioni, limitandosi a stimolare sentimenti di sconcerto o di caritatevole pietà per le popolazioni coinvolte. Non mancano poi le classiche operazioni pulisci-coscienza di raccolta fondi, che chissà in quali mani recapiteranno i soldi raccolti, e per quali scopi (chiaramente con questo non intendiamo generalizzare, però purtroppo non mancano i precedenti, anche famosi). In ogni caso è più che lecito dubitare di tutte quelle operazioni che si autodefiniscono umanitarie e che utilizzano i medesimi canali promozionali di chi nasconde o strumentalizza l'informazione sulla guerra.
    L'atteggiamento "silenzioso" è in fin dei conti molto sospetto, in quanto la lontananza è un concetto oggigiorno decisamente relativo; innanzitutto, visto che si parla tanto di globalizzazione, come pensare che anche la guerra più lontana non sia in qualche modo correlata almeno alla situazione economica globale, nella quale tutti gli stati sono coinvolti, pochi a livello decisionale, mentre gli altri (curiosamente proprio quelli impegnati nelle guerre ignorate) ne subiscono le scelte.
    Inoltre non mancano coinvolgimenti più diretti, soprattutto nell'ambito della produzione bellica e del commercio delle armi. I maggiori produttori di armi (guarda caso, gli stessi che nel paragrafo precedente gestivano le scelte economiche mondiali) dovranno pur vendere da qualche parte i loro prodotti... magari facendosi pagare con i soldi della cooperazione.
    Si tratta di un vecchio trucco e se proviamo ad osservare due recenti guerre taciute, come quella fra Etiopia e Eritrea e quella tra Russia e Cecenia, possiamo riscontrare tutti questi aspetti.
    Sono noti i legami storici tra l'Italia e i due stati in guerra nel Corno d'Africa, quindi è lecito sospettare che il silenzio nasconda in realtà altri interessi o colpe, che viaggiano di pari passo con gli scandali legati alla cooperazione, emersi ma non approfonditi qualche anno fa. Il commercio di armamenti di vario tipo poi è da sempre uno dei canali privilegiati di relazione tra Italia e Etiopia ed Eritrea, parallelamente ai finanziamenti "di aiuto" o capitali per scopi non meglio precisati. Non mancano poi i dubbi sui legami economici tra gli stati africani e quelli europei, in riferimento allo smaltimento dei rifiuti tossici.
    Per quanto riguarda la Cecenia, i floridi accordi di cooperazione nell'industria militare tra l'Italia e la Russia sono noti e senza nessun pudore l'ultimo accordo è stato firmato proprio nel bel mezzo dei bombardamenti russi (leggi n. 398 e n. 397). Parallelamente, mentre in occidente non volava una mosca su quel che succedeva in Cecenia, in Russia la campagna mediatica è stata abilmente orchestrata per giustificare l'intervento armato.

    L'auto-organizzazione dell'informazione

    Come dicevamo prima, verrebbe da sentirsi impotenti, però abbiamo anche sperimentato, nella nostra attività di volontari sul campo, che l'auto-organizzazione produce fenomeni interessanti, anche se con il vincolo di essere limitati nello spazio e a volte anche nel tempo. Giornali di quartiere, bollettini, riviste, piccole radio libere, con il loro tam tam portano un contributo molto utile, soprattutto nella quotidianità e a diretto contatto con la gente che circola intorno all'ambito geografico o culturale nel quale è nato lo strumento di informazione.

    Il possibile salto di qualità, in termini di diffusione e impatto comunicativo, non sta tanto nell'affrontare un percorso simile a quello dei media tradizionali, che sarebbe fattibile solo ricadendo nella medesima trappola del condizionamento economico.
    Piuttosto l'amplificazione dell'efficacia informativa può avvenire grazie alla costruzione di una rete che sommi le competenze e specificità singole. Si potrebbe chiamare strategia lillipuziana, termine caro a chi sta attuando oggi la medesima metodologia nel costruire una rete di associazioni che operino nel medesimo ambito (la pace, l'ecologia, il dialogo).

    Le reti esistono da tempo e anche quelle informative hanno una discreta storia.
    Proprio con questa idea si era costituita anni fa PeaceLink, per la precisione del 1991 dopo la Guerra del Golfo, per rispondere ai problemi di comunicazione e coordinamento del movimento pacifista italiano.
    Erano i tempi dei BBS, caratterizzati da una certa difficoltà di gestione che rendeva necessaria una presenza distribuita di competenze tecniche, ma anche da costi economici ridotti, abbordabili dai volontari e dalle associazioni.
    PeaceLink ha avuto la particolarità di muoversi in anticipo rispetto alle stesse strutture militari italiane e ai media tradizionali, superando le difficoltà dovute al fatto che la tecnologia telematica non era certo delle più semplici e fruibili. Bisogna però prendere atto che il mondo della telematica ha propri alcuni concetti come la condivisione delle risorse e delle conoscenze, l'importanza dell'accessibilità da parte di tutti e della distribuzione capillare dell'informazione, in radicale opposizione a chi considera tutto questo un mercato come tanti altri.
    Come conseguenza di questa "filosofia" molti esperti si sono volontariamente fatti carico della costruzione e del mantenimento della rete, e molti altri sono diventati esperti dopo notti insonni davanti ai monitor.
    Recentemente, con l'avvento di internet, la comodità di una gestione centralizzata e di una più semplice fruibilità dei contenuti, accompagnata dalla crescente popolarità del web, ha portato alla costituzione di una specie di "portale della pace" a disposizione di tutti. Ciò è andato di pari passo con la graduale informatizzazione e connessione alla rete delle associazioni, mantenendo al tempo stesso aperti i canali di comunicazione con i BBS e gli altri ambiti telematici attivi in precedenza.

    La telematica per la pace

    Contrariamente a politici e militari, che si risvegliano solo occasionalmente in concomitanza di elezioni e campagne, la pace si costruisce giorno dopo giorno attraverso l'attività frenetica di una moltitudine di soggetti, radicati nelle loro realtà locati ma connessi e informati attraverso canali tradizionali o, appunto, moderni come la telematica.
    Il poter condividere una casa telematica comune ha portato alla creazione di una ricca e aggiornata bacheca virtuale, attraverso la quale l'informazione circola orizzontalmente tra i partecipanti. Mailing list di distribuzione dei messaggi, sezioni dedicate ad argomenti specifici, newsletter, contatti con altre realtà anche internazionali, libri, dossier, tutto gestito da volontari e disponibile online all'indirizzo http://www.peacelink.it.
    Più che raccontare quello che si è fatto, è interessante mettere l'accento su come un mezzo relativamente semplice possa essere in grado di produrre informazione indipendente grazie allo sforzo congiunto di una rete di diverse entità che ne condividono il progetto.
    Bisogna prendere atto che la stessa struttura delle reti telematiche si presta ad essere terreno fertile per questo genere di iniziative, infatti non mancano altri esempi in Italia e all'estero, mentre nel caso di recenti iniziative, come le manifestazioni in vari punti del mondo da Seattle in poi contro WTO, FMI e Banca Mondiale, la rete ha svolto un ruolo fondamentale per il coordinamento delle azioni e per la diffusione delle notizie.
    D'altronde, questo ad oggi è l'unico mezzo di comunicazione nel quale un'associazione pacifista e il Pentagono partono più o meno alla pari, con il medesimo potenziale di diffusione dell'informazione; in tutti gli altri ambiti il divario è insostenibile. Inoltre il canale di comunicazione ha la fondamentale caratteristica di essere bidirezionale e ciò è di particolare interesse per chi diffonde informazione non di consumo, ma di azione. Infine anche gli eventuali sistemi di controllo si dimostrano difficilmente attuabili su larga scala e comunque facilmente superabili con alcuni accorgimenti tecnici.
    Proprio durante il recente conflitto armato in Kossovo la telematica ha svolto una funzione fondamentale sia nel coordinare le azioni non violente di protesta che venivano organizzate, che nel raccogliere le notizie che filtravano attraverso la stretta maglia stesa dall'apparato informativo della Nato. Ci sono parecchie crepe nell'immagine che i media tradizionali hanno venduto su commissione della Nato durante il periodo della guerra in Kossovo. Sono crepe fatte di stragi di innocenti, disastri ambientali, morte e devastazione. Oggi, a più di un anno di distanza e nonostante le evidenti prove, la Nato non ammette ancora niente, a parte qualche piccolo errore, e i criminali di guerra, su tutti i fronti, sono liberi.
    Se un po' di verità circola su quello che è successo, lo dobbiamo al lavoro preziosissimo svolto da numerosi testimoni, giornalisti coraggiosi, volontari e gente comune.
    Molti di loro hanno trovato nella telematica lo strumento ideale per comunicare quello che stava succedendo; diversamente sarebbe stato molto più difficile, forse impossibile.
    Per questo continuiamo a proporne l'utilizzo a chi desidera informare ed essere informato liberamente.

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