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Dopo un'ispezione la Croce Rossa denuncia «le condizioni inumane»

Quelle gabbie che fanno male all’America

Senza rivelazioni dai 663 prigionieri, il danno che gli Usa ricavano dalla vicenda cancellerà ogni vantaggio di intelligence
12 ottobre 2003 - Gianni Riotta

NEW YORK - Nessuno sa con esattezza che tipo di informazioni gli apparati di sicurezza americani stanno ottenendo dai 663 detenuti, tre minorenni, della prigione di Guantanamo, a Cuba, ma se non ci saranno presto rivelazioni clamorose, il danno che gli Stati Uniti ricavano dalla vicenda cancellerà ogni vantaggio di intelligence. Il sito Internet della Croce Rossa Internazionale http://www.icrc.org ha ospitato la denuncia di Cristophe Girod, massimo dirigente dell'organizzazione umanitaria a Washington, dopo una sua visita tra le gabbie, il filo spinato, le celle scoperte e il terriccio di Guantanamo, all'interno dell'antica base della Marina militare Usa.

Girod considera inaccettabile la detenzione dei prigionieri, per la gran parte catturati alla fine della guerra in Afghanistan, nell'autunno del 2001, perché non è in corso alcun processo giuridico nei loro confronti. Il carcere preventivo è dunque «senza tempo», ma i guerriglieri catturati non «possono essere tenuti in questa situazione e in queste condizioni indefinitamente». Ventuno casi di tentato suicidio e molti di depressione punteggerebbero la squallida vita quotidiana del campo, una Torre di Babele dove 2800 soldati, quattro per ogni prigioniero, sorvegliano gente arrivata da quaranta Paesi diversi parlando diciassette lingue, dall'arabo, all'Urdu pakistano al Pashto afghano.

I prigionieri di Al Qaeda clicca su una foto per andare alla galleria

Era stato il presidente della Croce Rossa, Jakob Kellenberger, a chiedere ai ministri del presidente George W. Bush accesso al campo, avviando l'ispezione durata due mesi e conclusa dal drammatico esposto. Su mandato del ministro della Giustizia John Ashcroft e con l'avallo del ministro della Difesa Donald Rumsfeld, gli ex guerriglieri, molti talebani del Mullah Omar, altri militanti del gruppo terroristico Al Qaeda di Osama Bin Laden, sono classificati «combattenti stranieri non ufficiali», non protetti dalla Convenzione di Ginevra e dai suoi protocolli sui prigionieri di guerra.

Se trasportati negli Stati Uniti, i 663 godrebbero delle garanzie del processo legale, che la Costituzione offre agli imputati, cittadini e no, civili o militari. La detenzione tra le piante grasse e i lucertoloni di Guantanamo crea una sorta di Limbo giuridico, che permette interrogatori senza fine e non chiarisce se i talebani siano attesi da una corte civile, una corte marziale o una detenzione senza fine. La débâcle di immagine è completa. Se Ashcroft e Rumsfeld non hanno dossier colmi di confessioni - e finora non se ne ha notizia - il lugubre campo di Guantanamo è la Silicon Valley dell'antiamericanismo, l'officina operosa dell'astio contro Washington dal mondo arabo all'Europa.

Le critiche della Croce Rossa, rarissime per l'organizzazione che collabora con i governi a scopi umanitari, arrivano poche ore dopo la visita a Guantanamo di diciannove personalità americane, diplomatici, ex magistrati federali, ufficiali dell'Esercito e della Marina in pensione. Il gruppo, dalle solide credenziali istituzionali e patriottiche, ha denunciato «la detenzione indefinita dei prigionieri senza che venga mosso loro un preciso capo d'accusa, senza libero accesso ad avvocati difensori e senza una vera possibilità legale di opporsi al loro stato».

L'ex ufficiale di Marina Leslie Jackson, catturato dai tedeschi durante la Seconda guerra mondiale e detenuto in un lager, ora membro della missione a Cuba, racconta: «I diritti umani sono decisivi. Tocca a noi dare l'esempio, trattando tutti in modo onorevole, o finiremo presto nei guai». Jackson è uno dei cofirmatari di sette esposti alla magistratura in sostegno alle richieste di appello alle Corti superiori, avanzate da due cittadini inglesi, due australiani e dodici del Kuwait, che languono a Guantanamo.

Finora i primi gradi di giudizio, per esempio alla Corte di Appello del Distretto di Columbia, hanno dato ragione alle tesi del ministro Ashcroft, sentenziando che i detenuti sono «aliens», stranieri illegali, si trovano in territorio non americano e quindi non sono garantiti dalla Costituzione. Non la pensa così John Gibbons, ex magistrato della Corte d'Appello, che a sua volta ha cofirmato gli esposti: «L'idea di considerare una base navale americana come territorio straniero è ridicola. Guantanamo è in totale controllo Usa da un secolo».

Gibbons cita numerosi precedenti per le basi militari in Europa, dalla Germania all'Italia, e in Asia, dalla Corea al Giappone, in cui la dottrina legale ha ritenuto «suolo patrio» le basi militari.
A testimonianza del clima che dall'11 settembre 2001 alla guerra in Iraq ha finito per dividere gli Usa un sito Internet www.mrsdutoit.com elenca i nomi di «tutti coloro che si macchiano di azioni antipatriottiche» ed è lesto a includere nella lista maccartista i nomi dei 19 ispettori a Guantanamo, considerati «traditori». Da New York reagisce Ken Hurwitz, dirigente del Comitato degli Avvocati per i Diritti Umani, che dopo aver letto i rapporti della Croce Rossa e dei 19, commenta: «Il Pentagono ha inventato un buco nero legale ed interpreta la Convenzione di Ginevra in modo del tutto opposto ai dirigenti della Croce Rossa, corretti nel ricordare che nessun prigioniero può essere privato di uno stato giuridico».

La Croce Rossa non fa menzione di specifiche privazioni, sanitarie o alimentari, né testimonia, come altre fonti, di interrogatori pesanti o sevizie. Il suo comunicato si indirizza alla terra di nessuno giuridica, invitando indirettamente il presidente Bush a conferire uno status ai prigionieri. Il generale Geoffrey Miller, che comanda la prigione militare, ripete laconico: «Esercitiamo 300 interrogatori la settimana e il materiale che otteniamo migliora ogni giorno». «La massima pressione permessa - rivela il quotidiano Chicago Tribune - è promettere premi in cibo, un hamburger McDonalds con patatine, perfino quelli in confezione con giocattolo per bambini».

Ad imbarazzare ancora i duri Ashcroft e Rumsfeld, le indagini per spionaggio in corso, perché nel rigore di Guantanamo un cappellano militare musulmano, il capitano James Yee, è accusato di avere rubato una mappa della base, forse a scopo di sabotaggio, e due traduttori, uno in forza all'Aviazione l'altro civile, sono stati arrestati perché in possesso di materiale segreto. Potrebbero, secondo i primi rilevamenti, avere manipolato gli interrogatori, deformando le domande dei militari e le risposte dei prigionieri.

Insomma una base dove il mondo vede i prigionieri in tuta arancio costretti con le catene ai piedi su grottesche carriole, dove le organizzazioni umanitarie lamentano violazioni ai diritti umani, l'opinione pubblica Usa trova motivi di amari dissensi, le propaggini del terrorismo fondamentalista proverebbero a mettere radici, Castro trae retorica soddisfazione contro i suoi storici avversari e, finora, nessuna rivelazione sgomina le trame di Al Qaeda.
Con amarezza William Webster, che il sito della caccia alle streghe avrà difficoltà a bollare come antiamericano in quanto ex magistrato, ed ex direttore dell'Fbi e della Cia, conclude: «Non risolveremo i nostri problemi evitando quel processo democratico che sta alla base della nostra identità».

E' la battaglia dei prossimi mesi a Washington e negli Stati Uniti: se combattere la guerra al terrorismo con gli strumenti della democrazia e della tradizionale buona fede americana nella forza della legge, o invece, in nome del pericolo, chiudersi in un cupo sentimento di repressione. Difficile dire se questo secondo atteggiamento paghi nell'estorcere segreti, di certo è nocivo alla credibilità e legittimità nel mondo. Benchè il governo australiano abbia confermato che i due suoi cittadini David Hicks e Mamhoud Abib, accusati di terrorismo a Guantanamo, «sono trattati umanamente», il padre di David, Terry Hicks, crea emozione in tv piangendo e gridando: «Li torturano!».

E sul giornale scozzese Aberdeen Press parla invece Azmat Begg: «Chiedo che mio figlio Moazzam, cittadino inglese a Guantanamo, sia almeno processato in Inghilterra!». Pochi hanno notato che le 306 pagine del Rapporto annuale del governo di Sua Maestà Britannica sulle violazioni dei diritti umani nel mondo, mentre esprime la soddisfazione dell'alleato di guerra Tony Blair per «il miglioramento della situazione in Iraq dopo la cacciata di Saddam Hussein» formula però preoccupazione per i nove inglesi costretti a Guantanamo: «Il governo e il premier Blair continuano ad insistere con l'aministrazione americana perché arrivi presto a una decisione per l'inizio di un processo pubblico e legale, senza dare carta bianca a corti marziali e procedimenti segreti». Se, come dicono le voci di Washington, l'unilateralismo dei ministri Ashcroft e Rumsfeld è alle corde per il difficile dopoguerra a Bagdad, se la stella tollerante del segretario di Stato Colin Powell illumina la consigliera per la sicurezza nazionale Condy Rice, forse la triste vicenda di Guantanamo potrà concludersi secondo gli auspici di Webster.

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