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Appello

Blocchiamo la lapidazione di Pegah

Chiediamo al Governo Italiano di impegnarsi perché Pegah non sia lapidata in Iran
23 agosto 2007 - Doriana Goracci

Pegah Emambakssh, non solo è donna ma è anche lesbica e iraniana: Londra
vuole espellerla. Il volo doveva avvenire oggi, la data è rinviata di
poco, il 28 agosto.
Facciamo tutto ciò che è possibile per salvarla dalla lapidazione.
Intanto mandiamo una mail con nome e cognome e con oggetto "Adesione
appello caso Pegah Emambakhsh" a matteo.pegoraro at infinito.it o
roberto.malini at annesdoor.com
e inoltriamo la notizia e l'appello.
Doriana Goracci

http://reset.netsons.org/modules/news/article.php?storyid=619

*
La "Dichiarazione Universale dei Diritti Umani" protegge coloro che
sono perseguitati a causa della loro diversità senza che questa debba
essere provata. L’omosessualità è uno stato che esiste nel momento in
cui viene percepito o anche solo dichiarato da un essere umano.
Pretendere una prova di tale inclinazione è una violazione dei diritti
umani. Persino lo Stato di Israele accolse gli Ebrei profughi
dell’Olocausto solo in base alla fiducia nelle loro dichiarazioni. Molti
erano senza documenti.

Questo è il solo modo di rispettare i diritti dell’uomo. L’alternativa
sarebbero umilianti dimostrazioni di natura sessuale, inutili esami
clinici e psicologici, procedure inquisitoriali lesive della privacy e
della dignità umana. Il gruppo EveryOne chiede con forza che Pegah
Emambakhsh, Jasmine K. e tutte le persone perseguitate in quanto
omosessuali vengano ospitate come profughe dai paesi che si ritengono
civili e tutelate dagli effetti dell’intolleranza.

Per il Gruppo Everyone: Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Ahmad Rafat,
Dario Picciau, Steed Gamero, Rami Lavitzky

Per ulteriori approfondimwenti:

www.rowzane.com

IRanian Queer Organization

www.imgpress.it

Chiediamo al Governo italiano e al Ministro degli Esteri Massimo D’Alema
di impegnarsi per la salvezza della donna iraniana. L’Italia capofila
per la moratoria universale sulla pena di morte non può rimanere
indifferente ad una violazione del diritto internazionale.
gah Emambakhsh è una donna lesbica iraniana che due anni fa è scappata
dall’Iran per giungere in Gran Bretagna. Nonostante il suo caso sia
evidentemente rapportabile alla violazione sistematica da parte del
regime di Teheran dei diritti umani, non ha ottenuto l’asilo politico.
Ora il governo britannico ha deciso di estradarla in Iran dove verrà
presa in consegna dalla polizia per essere lapidata. Pegah è attualmente
detenuta a Yarlswood (Sheffield) e il Pubblico Ministero, che si occupa
del suo caso, rientrerà il 24 agosto dalle ferie. Le autorità del Regno
Unito hanno deciso di compiere un atto di forza, in spregio ad ogni
diritto umano, anticipando la partenza di Pegah verso l'Iran. Il
Governo britannico è in procinto di deportarla in Iran il 23 agosto
2007, con il volo diretto per Teheran della British Airline BA6633, che
partirà alle 21.55 dall'aeroporto Heathrow. L’unica colpa di questa
giovane donna è quella di essere lesbica dichiarata e di provenire da un
paese dove governa un orribile regime integralista islamico che ogni
giorno calpesta i diritti delle persone.
Rivolgo un accorato appello al Governo italiano affinché faccia pressioni
su quello del Regno Unito: è urgente intervenire subito, se Pegah salirà
su quell’aereo la sua esecuzione avverrà appena giunta in patria.

Aurelio Mancuso

Di seguito l'appello e un articolo per Pegah

Il governo del Regno Unito ha anticipato la deportazione di Pegah
Emambakhsh al 23 agosto 2007, nonostante migliaia di attivisti,
intellettuali, persone comuni e celebrità abbiano protestato e aderito
all'appello del Gruppo EveryOne, sostenuto da organizzazioni per i
diritti umani di tutto il mondo. Il volo verso la morte è già fissato.
Non permettiamo che salga su quell'aereo. Questo messaggio è stato
pubblicato, in Inglese, su Indymedia UK e inviato ai gruppi gay e per i
diritti umani. Chiunque ne abbia la possibilità, invii proteste nel
Regno Unito.

Messaggio urgente a tutti gli attivisti che operano nel Regno Unito e a
tutte le persone che si impegnano per il rispetto dei diritti umani. Il
caso di Pegah Emambakhsh (40), la lesbica iraniana che è in attesa di
deportazione nel suo paese di origine, dove in base alle leggi locali
verrà lapidata, ha preso una svolta imprevista. Abbiamo brutte notizie
che ci giungono direttamente da una fonte vicinissima a Pegah, detenuta
a Yarlswood (Sheffield). Le autorità del Regno Unito hanno deciso di
compiere un atto di forza, in dispregio di ogni diritto umano e di
anticipare la partenza di Pegah verso l'Iran. Il Governo britannico è
in procinto di deportarla in Iran il 23 agosto 2007, con il volo diretto
per Teheran della British Airline BA6633, che partirà alle 21.55
dall'aeroporto Heathrow.
Il governo del Regno Unito ha ricevuto migliaia di email di protesta,
email provenienti da tutto il mondo, non solo di attivisti per i diritti
umani, ma di intellettuali, giornalisti, politici e anche celebrità del
cinema e dellla TV. L'appello promosso dal Gruppo EveryOne è stato
sottoscritto da migliaia di persone, in tutto il mondo. Ogni messaggio
chiede ai governanti britannici di rispettare le convenzioni
internazionali riguardanti i diritti umani e di concedere immediatamente
asilo a Pegah, in quanto perseguitata a causa della propria
omosessualità. Ricevere asilo è un dirito di Pegah e negarglielo
rappresenta un crimine di inaudita gravità. E' necessario organizzarsi,
inviare proteste formali ai politici e alle autorità e in ogni caso
impedire che Pegah salga su quell'aereo che la condurrebbe verso la
morte. Dobbiamo essere uniti, dobbiamo essere vicini a Pegah, che è un
simbolo del diritto minimo ed essenziale di ogni essere umano: il
diritto alla vita. Non permettiamo che i governanti del Regno Unito si
macchino dell'omicidio di una donna innocente e trasformino il diritto
internazionale nella legge del più forte e del più cinico. Non
permettiamo che si risveglino fantasmi terribili, che il potere perda
umanità e soffochi i più deboli, come accadde nelle epoche più buie.
Pegah non deve salire su quel volo, perché la sua vita è sacra e
rappresenta anche la nostra speranza in un mondo più giusto, in un mondo
di uguali e non - ancora una volta - in un luogo di dolore e
ingiustizia, dominato dall'odio e dal pregiudizio,

Per il Grupo EveryOne: Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Ahmad Rafat.

EveryOne Group - Info: +39 334 8429527
roberto.malini at annesdoor.com
matteo.pegoraro at infinito.it

LAPIDARE un uomo o una donna fino a farli morire può richiedere molto
tempo, specialmente se coloro che scagliano le pietre desiderano di
proposito prolungarne l'agonia. Il colpo di grazia alla testa, in grado
di portare a uno stato di incoscienza o alla morte, può farsi attendere
anche un'ora, mentre le pietre di piccole dimensioni che provocano
contusioni sono rimpiazzate poco alla volta da pietre di dimensioni
maggiori in grado di frantumare gli arti. Soltanto quando il corpo è in
agonia in ogni sua parte può sopraggiungere la morte.

Questa è la sorte che potrebbe attendere Pegah Emambakhsh, una donna
iraniana di quaranta anni, il cui crimine è quello di essere lesbica.
Pegah Emambakhsh ha trovato rifugio nel Regno Unito nel 2005, in seguito
all'arresto, alla tortura e alla condanna a morte per lapidazione della
sua partner sessuale (non è chiaro, ad ogni buon conto, se la sentenza è
stata eseguita o lo sarà in futuro). La sua domanda di asilo però è
stata respinta: secondo l'Asylum Seeker Support Initiative di
Sheffield, dove Pegah si trova rinchiusa in un centro di detenzione,
quando le è stato chiesto di fornire le prove della sua omosessualità e
lei non ha potuto farlo, le è stato riferito che doveva essere
deportata. L'estradizione, che doveva avvenire oggi, all'ultimo
momento è stata rinviata al 28 agosto: alla fine del mese potrebbe
essere già morta.

La Repubblica Islamica Iraniana, si legge in un recente rapporto, è "più
omofobica di qualsiasi altro paese al mondo o quasi. La tortura e la
condanna a morte di lesbiche, gay e bisessuali, caldeggiate dal governo
e contemplate dalla religione, fanno sì che l'Iran sembri agire in
barba a tutte le convenzioni sottoscritte a livello internazionale in
tema di diritti umani".

Leggere il rapporto, redatto da Simon Forbes dell'organizzazione
londinese Outrage, è terribile: vi si leggono storie di giovani uomini e
giovani donne perseguitati, arrestati, picchiati, torturati e
giustiziati - spesso con soffocamento lento - per avere avuto rapporti
omosessuali.

Il brutale giro di vite nei confronti dei gay iraniani - gruppo che non
ha mai goduto di grande supporto nel suo stesso paese - è iniziato dopo
il 1979 e l'arrivo al potere del regime religioso ispirato
dall'Ayatollah Khomeini. All'epoca gli omosessuali colti in flagranza
o sospettati di essere gay erano impiccati agli alberi sulla pubblica
piazza. In linea di massima si trattava di uomini, ma non mancavano le
donne. A quei tempi i diritti degli omosessuali non erano una causa
granché popolare da nessuna parte e il nuovo regime, ispirato da un
genere di fondamentalismo islamico che non poneva limiti al proprio
radicalismo e che addossava a Stati Uniti e Occidente la responsabilità
di tutti i suoi mali, non vedeva necessità alcuna di dissimulare le
proprie azioni. Tutto ciò è andato avanti fino alla fine degli anni
Ottanta, quando i diritti dei gay hanno riscosso ovunque maggiore
comprensione: le proteste internazionali hanno iniziato a moltiplicarsi
e il regime, preoccupato in maggior misura per la propria immagine a
livello internazionale, è diventato meno radicale e ha posto fine a
queste dimostrazioni.

Ciò non significa che le esecuzioni fossero cessate. Il 19 luglio 2005
due adolescenti gay della città iraniana di Mashhad sono stati impiccati
in pubblico, giustiziati con un lento strozzamento. Sono stati
condannati a morte per il fatto di essere gay. Le autorità li avevano
accusati di aver rapito e stuprato un minore, ma a loro carico non è mai
stata prodotta alcuna prova. La comunità gay iraniana e i gruppi di
difesa dei diritti umani non hanno mai creduto alle accuse ufficiali. La
loro condanna a morte è servita a rammentare a tutti che
l'omosessualità, nell'Iran di Ahmadinejad, è tuttora considerata un
reato punibile con la condanna a morte. Per gli uomini o le donne
sposate la condanna a morte è eseguita tramite lapidazione, perché nel
loro caso il reato è considerato più grave. (Pergah, che ha due figli,
ha dovuto contrarre un matrimonio organizzato).

Quantunque negli ambienti della middle-class di Teheran una certa
discreta attività gay sia ancora possibile, il rischio - estremo, di
morte - lo si corre sempre. Il rapporto di Outrage così commenta:
"Affermare che per gli omosessuali del 2006 alcune zone dell'Iran sono
più sicure di altre equivale ad affermare che per gli ebrei del 1935
alcune zone della Germania erano più sicure di altre".

Deportare una donna sulla quale incombe una morte tramite lenta agonia
per il fatto di esercitare le proprie preferenze sessuali non è azione
degna di uno Stato civile: non possiamo che augurarci che le autorità
britanniche facciano dietrofront. Una speranza ancora c'è: uno dei
membri del Parlamento dell'area di Sheffield dove vive oggi Pegah,
Richard Carbon, Ministro dello Sport, alcuni giorni fa ne aveva bloccato
la deportazione e le autorità l'hanno rinviata a domani sera. Le
associazioni gay hanno diffuso la notizia in tutto il mondo e i media di
molti paesi, Italia inclusa, hanno sollevato il caso.

Per la Gran Bretagna in tutto ciò vi è un triste paradosso: essa è stata
e rimane il rifugio di molti musulmani che professano apertamente di
odiarla, in parte proprio per le sue opinioni relativamente liberali in
fatto di omosessualità, e per le sue leggi sui diritti umani. Alcuni
musulmani, accusati di istigare al terrorismo, sono stati deportati, la
stragrande maggioranza no. Eppure, adesso una donna che in Gran Bretagna
ha trovato salvezza da una pena efferata e che ha fatto appello alle
autorità perché le considerava tolleranti, potrebbe essere rispedita
indietro e, di fatto, mandata a morire. Deportare Pegah Emambakhsh non
sarebbe semplicemente un'ingiustizia: sarebbe indegno di uno Stato
civile.
John Lloyd

Traduzione di Anna Bissanti

(23 agosto 2007)

Note:

Lunedì 27 si manifesterà a Roma, Via XX settembre 80, sede dell'ambasciata londinese, alle ore 18,30. La casa internazionale delle donne sta coordinando l'organizzazione con gli aderenti.

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