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Appello di PeaceLink ai parlamentari e al governo italiano

L'Italia sostenga la transizione democratica in Congo RD

Il 30 dicembre il popolo congolese è andato alle urne. Martin Fayulu - il candidato di opposizione sostenuto dalla società civile - avrebbe ottenuto oltre il 60% dei voti. Ma il regime di Kabila ritarda la comunicazione dei dati elettorali e blocca le comunicazioni elettroniche.
8 gennaio 2019
Associazione PeaceLink

Sostenere la transizione democratica in Congo

La situatione gravissima nella Repubblica Democratica del Congo impone l'attenzione urgente delle autorità italiane. 

 

Il ruolo dell'Italia per sé, così come nell'ambito della politica estera dell'Unione europea, deve essere particolarmente rivolto verso l'Africa in funzione preventiva di conflitti e crisi umanitarie. 
La stabilità politica in quei paesi non può che venire da un processo di democratizzazione che permetta ai loro cittadini di poter realisticamente aspirare a una vita degna libera da povertà estrema e restrizioni di diritti umani e libertà fondamentali.
Quello che sta accedendo ora in Congo rappresenta uno di quei momenti dirimenti che esigono una risposta all'altezza della sfida da parte della comunità internazionale tutta intera: uno dei paesi più vasti e importanti del continente, ricchissimo di risorse naturali - basti citare il 60% delle riserve mondiali di cobalto necessario alle batterie delle auto elettriche - si trova a un bivio cruciale.
Il 30 dicembre il popolo congolese è andato alle urne. Non è stato un processo indolore: più di due anni di ritardo, minacce alla costituzione da parte del presidente uscente Kabila, molte manifestazioni e molti morti per la repressione del regime.
Le elezioni sono state caotiche, ci sono stati molti incidenti e l'amministazione elettorale non è stata all'altezza, mancando in modo flagrante di imparzialità. In diverse regioni del paese agiscono da decenni bande armate. Un'epidemia di ebola è in corso, che ha già causato più di 370 vittime. Ci sono in Congo più di 4 milioni di sfollati e decine di migliaia di rifugiati nei paesi vicini. Le strade e i servizi pubblici sono quasi inesistenti. Straordinariamente, nonostante tutto questo, il popolo congolese ha risposto con grande energia e ha sostenuto in massa la figura dell'oppositore più deciso al regime di Kabila al potere dal 2001. Martin Fayulu avrebbe infatti ottenuto oltre il 60% dei voti.
Questo lo sappiamo grazie al lavoro dell'osservazione elettorale delle associazioni cattoliche del paese, che hanno pututo generare proiezioni affidabili grazie alla loro solida organizzazione.
Ma il regime non sembra voler cedere.
Il 6 gennaio la commissione elettorale ha rinviato sine die la data di presentazione dei risultati. Se si arriverà all'imposizione di un risultato che indicherà come nuovo presidente il candidato prescelto da Kabila, scoppierà certamente la violenza nelle strade di molte città del paese. 
Il Congo non ha mai conosciuto una transizione pacifica del potere. 
E' stato un successo insperato ottenere che Kabila rispettasse finalmente la costituzione e non si presentasse direttamente alle elezioni, quando invece molti dei suoi vicini hanno semplicemente modificato la costituzione per brigare più mandati e restare al potere per tempi a volte lunghissimi.
Ma questo comunque non basta: la volontà popolare deve ora essere rispettata. Soprattutto, il valore politico di un precedente di alternanza costituzionale e vittoria dell'opposizione in un gigante africano quale è il Congo avrebbe un significato davvero epocale.
E' una opportunità storica che merita gli sforzi immediati della diplomazia italiana, perché la partita si gioca in questi giorni, in queste ore.
Questi sforzi devono indirizzarsi innanzitutto verso i partner africani: Unione africana, Comunità degli stati dell'Africa australe (SADC), governi di Sudafrica, Angola, Congo-Brazzaville, Zambia. E poi devono guardare alle Nazioni unite: l'Italia contribuisce alla missione di mantenimento della pace più grande al mondo, MONUSCO, che è chiamata a proteggere i civili in Congo e dovrà poterlo eventualmente fare anche contro la violenza delle forze di sicurezza congolesi, se dovesse scatenarsi la repressione: altrimenti, si tratta di soldi buttati. L'Italia deve anche reclamare che l'Alto commissario delle Nazioni Unite per i Diritti umani esprima pubblicamente senza timore e censure la sua opinione sulle violazioni dei diritti umani in Congo in queste settimane. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite deve infine minacciare immediatamente e applicare senza esitare le sanzioni contro membri del regime di Kabila che si rendessero colpevoli del soffocamento della volontà popolare e della repressione che ne conseguirebbe. Se una tale linea non potesse essere adottata in seno al Consiglio di Sicurezza per il veto di Russia, Cina o altri, l'Italia dovrebbe portarla al Consiglio dell'Unione europea, per l'adozione di sanzioni autonome europee.
L'Italia deve anche esprimere la propria solidarietà alla società civile e alle chiese, a cui il regime ha cercato di mettere un bavaglio già all'indomani del voto bloccando fino ad oggi internet e rete sms. I vescovi cattolici congolesi sono sotto attacco del regime per aver detto apertamente che i risultati sono noti e non potranno essere falsificati. Questo coraggio, in un paese dove arresti arbitrari, torture e esecuzioni extragiudiziarie sono ricorrenti, merita sostegno concreto.
Un Congo democratico sarebbe molto più facilmente un Congo capace di ritrovare la pace anche nelle regioni dell'est, devastate da vent'anni di conflitto. Nel 2018 il Premio Nobel per la Pace è stato attribuito al dottor Mukwege, ginecologo congolese che da molto tempo lavora per le donne vittime di violenza sessuale proprio in quelle regioni. 
L'opinione pubblica internazionale ha quindi gli occhi chiaramente puntati su questo paese. L'Italia si porti decisamente all'altezza di una politica estera fondata su valori fondamentali condivisi, ma al tempo stesso lungimirante, perché un Congo democratico fornirebbe opportunità di cooperazione economica grazie alle immense risorse naturali e alle sfide di ricostruzione delle reti essenziali d'infrastrutture.

 

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