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L'immenso valore di una vita

Un altro italiano è morto in Iraq. E i nostri politici proseguono nelle loro sterili polemiche.

19 maggio 2004 - Alessio Di Florio

Ancora una volta. Un altro ancora. Dopo il criminale attentato di Novembre un altro italiano è morto. Aggiungendosi ai 10000 iracheni morti e ai 700 e oltre soldati americani. Matteo Vanzan è morto convinto di stare servendo la Patria, in nome degli ideali della democrazia e della libertà. Per aiutare il popolo iracheno. In missione di Pace. Invece è morto in uno scontro a fuoco, segno massimo di guerra. Matteo, giovane caporale, a Novembre avrebbe compiuto 23 anni. Era quasi un mio coetaneo, e siamo nati lo stesso mese. Era già stato in Iraq qualche mese fa. E aveva deciso di tornare. Nelle ultime telefonate alla famiglia aveva detto di aver notato che la situazione era cambiata, ma restava fiducioso. Possiamo anche immaginare cosa abbia detto alla madre. "Mamma, sto bene, tornerò presto". Come avrebbe fatto qualsiasi figlio per tranquillizzarla. Purtroppo aveva ragione, è tornato presto. Ma morto. Vittima di un conflitto ogni giorno più crudele e terribile. Vittima di una guerra. Matteo ci ha lasciato, in una notte infuocata e insaguinata. Con il suo sangue. Ancora una vita se ne va. ED E' L'UNICA COSA CHE NESSUNO POTRA' MAI SMENTIRE. Nessuno potrà mai negare che un'altro ragazzo, pieno di ideali e di speranze per il futuro ci ha lasciati. Vittima, ennesima vittima di questa sporca guerra. Qualcuno potrà dire che non doveva essere lì, gli imbecilli di turno hanno ironizzato o insultato Matteo. Ma non possono negare che un ragazzo, come me e tanti altri, ci ha lasciati. Lunedì l'inviata del Tg3 ci ha parlato di inquietudini tra i soldati italiani, che cominciano a domandarsi "dove è finita la missione di pace? Questa è guerra". Chissà se anche Matteo aveva questi dubbi, si faceva queste domande. Purtroppo non potremo mai chiederlo. Il Talmud, testo sacro dei nostri fratelli maggiori ebrei, afferma che "ogni uomo è un unicum insostituibile, un'immensa ricchezza che contiene in se l'umanità tutta. Dunque chi salva una vita salva l'intero universo e così progetta la salvezza di noi tutti".[1] Chi ha ucciso Matteo ha distrutto questa ricchezza, ha reso più povero il giardino della vita, dove tutti viviamo e ci arricchiamo insieme con gli altri. Il terrorismo, le armi e le guerre, rappresentano solo questo: morte e distruzione di vita. Di ricchezza immensa. Perché ogni persona è portatore di ideali e passioni che nessuno può distruggere.
Ma i nostri politici tutto questo sembrano ignorarlo. Continuano ad andare avanti nelle loro convinzioni. Nei loro slogan. Senza fermarsi. In poche ore la morte di Matteo entra e viene assimilata in un meccanismo che sa solo di propaganda politica. Siamo sotto elezioni, e tutto va bene pur di accaparrarsi voti. Il cavanserraglio politico, nelle sue convinzioni di facciata e retorica, ha saputo solo ripetere vuoti slogan elettorali o polemiche sterili. Fino a polemizzare sulle regole d'ingaggio. Che qualcuno vorrebbe cambiare. Ma per far che, poi non si sa? Autorevoli esperti militari, compresi alcuni generali di stanza in Iraq, hanno risposto che vanno bene così. Ma pur di sollevare polvere davanti alla sterilità della politica, li hanno volute mettere in discussione. Per cose? Forse per chiedere ai nostri soldati di sparare su donne e bambini inermi, come già è accaduto grazie agli innefabili ordini del comando americano.
PeaceLink è sempre stata dalla parte della vita. Dalla parte della Pace e della Fratellanza. Ci siamo sempre ispirati alla nonviolenza e al rispetto. Per questo, da componente di questa grande famiglia pacifista, non posso che sentire di aver perso un fratello tra i fuochi iracheni. Come lo sono gli iracheni e gli americani morti. Come Berg e le vittime delle torture. Tutte vittime di questo sistema di morte e violenza, che a seconda degli attori diventa "guerra" o "terrorismo". Per questo invoco la Pace, la Pace vera. Unendomi alle parole del Pontefice quando invoca la fine della guerre. E all'ayatollah Al Sistani che chiede che tutti lascino i luoghi santi sciiti. E la smettano di uccidere.
Sperando che un giorno ciò possa accadere, e che tutti, che si chiamino Bush, Berlusconi o Al Sadr la smettano di essere fomentatori di odio e di morte, piango la morte di un fratello. Addio Matteo. Sperando che questo sia un arrivederci. Sperando un giorno di poterci rivedere. Lì nella valle dei giusti dove spero un giorno di poterti raggiungere. Lì dove non ci saranno guerre e odi, terrorismi e violenze, a dividerci. Lì dove invece saremo tutti fratelli. Addio fratello, figlio comune della medesima Patria. L'umanità.

Note:

[1] Moni Ovadia, prefazione a "Pappagalli verdi", Gino Strada, Feltrinelli

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