Lo scontro fra Trump e il Papa sul tema della pace
C’è uno scontro che va ben oltre le parole, e che oggi assume un valore simbolico fortissimo: quello tra Donald Trumpe Papa Leone XIV. È il segnale di una frattura profonda tra due visioni del mondo: da una parte l’idea che la guerra sia uno strumento necessario per risolvere le controversie internazionali; dall’altra la convinzione che la pace, il diritto e la coscienza debbano restare il fondamento della convivenza umana.
Questa frattura interpella direttamente anche noi pacifisti, e più in generale noi cittadini. L’articolo 11 della Costituzione italiana non lascia spazio a equivoci: l’Italia ripudia la guerra come mezzo di offesa e come strumento di risoluzione delle controversie. Non è una formula retorica. È una scelta etica e politica nata dalle macerie del Novecento. È un impegno che oggi appare sempre più controcorrente.
La normalizzazione della guerra
Le dichiarazioni e le mosse dell’amministrazione guidata da Trump mostrano un salto di qualità preoccupante. La guerra tende a diventare una opzione ordinaria. In questo quadro si inserisce la figura del Segretario alla Difesa Pete Hegseth, interprete di una visione radicale che legge il mondo in termini assoluti: bene contro male, amici contro nemici irriducibili. È lui che ha ribattezzato il Dipartimento della Difesa in Dipartimento della Guerra.
Quando la politica adotta questa lente, la diplomazia diventa debolezza e il compromesso una colpa. Il rischio è evidente: se il nemico è percepito come “male assoluto”, allora ogni limite morale può essere aggirato. Anche quelli sanciti dal Diritto internazionale umanitario.
In questa prospettiva, la guerra non è più solo uno strumento: diventa una missione, quasi una vocazione. Ed è qui che la retorica religiosa si intreccia con il potere militare, producendo una miscela pericolosa. La storia – dalle crociate fino ai conflitti contemporanei – insegna quanto questo intreccio possa generare violenza e disumanizzazione.
La voce che resiste
È proprio su questo terreno che lo scontro con il Papa assume un significato decisivo. Papa Leone XIV ha criticato apertamente la logica della guerra preventiva e le minacce di distruzione rivolte ad altri popoli. Non è un gesto “politico” nel senso stretto: è una presa di posizione morale.
La reazione di Donald Trump, dura e sprezzante, mostra quanto questa voce dia fastidio. Perché rompe la narrazione dominante. Perché ricorda che esiste un limite. E che non tutto è giustificabile, soprattutto quando in gioco ci sono vite umane.
Ma il Papa non è solo. Nella stessa società americana emergono segnali di dissenso: ufficiali che riflettono sulla legalità degli ordini ricevuti, voci religiose che richiamano alla responsabilità personale, settori dell’opinione pubblica che rifiutano la deriva bellicista.
Tra queste voci spicca quella del cardinale Timothy Broglio, che ha ricordato un principio tanto semplice quanto rivoluzionario: esistono ordini immorali che non devono essere eseguiti.
La coscienza non si arruola
Qui si apre un punto cruciale. Il diritto internazionale, a partire dalle Convenzioni di Ginevra, non giustifica l’obbedienza cieca. E la tradizione morale europea – da Lorenzo Milani in poi – ha ribadito con forza che l’obbedienza non può essere una virtù quando conduce ad esempio all'olocausto nucleare.
Se anche all’interno dell’apparato militare più potente del mondo si affaccia l’idea della disobbedienza a ordini illegittimi, significa che qualcosa si incrina. Non è un segno di debolezza. È, al contrario, un possibile argine alla barbarie.
La domanda diventa allora concreta, urgente: cosa accade quando il potere chiede di superare il limite? E chi ha il coraggio di dire no?
Tra arroganza e responsabilità
Lo scontro in atto mette a nudo una tensione che attraversa il nostro tempo. Da un lato l’arroganza del potere militare, che si sente autorizzato a decidere della vita e della morte su scala globale. Dall’altro una parte dell’umanità che non accetta questa logica e continua a cercare alternative. Fino alla disobbedienza.
Per questo il richiamo all’articolo 11 della Costituzione italiana conserva oggi una forza straordinaria. Non è solo una norma giuridica. È una bussola. Un limite invalicabile.
Un conflitto che riguarda tutti
Il conflitto fra Trump e il Papa non riguarda solo loro, come pensava la Meloni rimanendo in un pavido silenzio, ma riguarda ciascuno di noi. Il governo italiano ha dovuto alla fine dire qualcosa.
Accettare la guerra come strumento normale significa infatti cambiare il modo in cui pensiamo la politica. Rifiutare la guerra come normalità delle relazioni internazionali significa difendere uno spazio fragile ma essenziale: quello in cui il conflitto può essere affrontato senza la barbarie.
Non esistono scorciatoie. Ma esistono scelte.
E forse, oggi più che mai, la più difficile – e la più necessaria – è proprio questa: non rassegnarsi alla guerra. Il Papa lo ha detto e per questo Trump lo attacca.
L’Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia esprime a papa Leone XIV e alla Chiesa cattolica che egli rappresenta, solidarietà e vicinanza evangelica, ritenendo inaccettabili gli attacchi di cui il papa è stato oggetto da parte del presidente degli Usa, Donald Trump.
In occasione di vari interventi pubblici, papa Leone XIV ha affermato che è una blasfemia sostenere che la guerra sia inevitabile e che Dio sancirebbe il carattere ineluttabile della guerra.
Richiamiamo il Patto tra le Chiese Cristiane in Italia che abbiamo sottoscritto il 23 gennaio 2026 a Bari che, all’articolo 3 recita: “In obbedienza al comandamento dell’amore e al mandato evangelico, ci impegniamo a cooperare in favore della giustizia, della pace e della solidarietà tra gli uomini e le donne del nostro tempo. In particolare, le nostre Chiese si adoperano con spirito di servizio per la promozione della pace e del dialogo tra popoli, culture e religioni”.
Esprimiamo, dunque, la nostra adesione, senza alcuna riserva, alle parole di Leone XIV. Riteniamo che esse siano ispirate da una lettura fedele della predicazione di Gesù e della testimonianza complessiva del Nuovo Testamento.
In questo spirito, rinnoviamo il nostro impegno comune: insieme, come cristiani, continueremo a pregare e ad operarci per la pace, la riconciliazione e la costruzione di relazioni fondate sul rispetto, sul dialogo e sulla fraternità.
Per il Comitato Esecutivo dell’Ucebi
il presidente
pastore Alessandro Spanu
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