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Contributo da Gerusalemme sui risultati elettorali

Elezione in Palestina

Il 25 gennaio del 2006 rappresenta un giorno fondamentale nella memoria internazionale. In quel giorno, il mondo intero o quasi, ha seguito le elezioni politiche svoltesi in Palestina, o meglio nei Territori Occupati Palestinesi.
5 febbraio 2006 - Mohammed Ghazawnah

A livello mediatico, neanche le elezioni in India, che conta 1 miliardo di abitanti, hanno sollecitato lo stesso interesse. Per la seconda volta, dopo le elezione del 1996, i Palestinesi si sono trovati davanti alle urne per eleggere il loro parlamento in modo democratico.

Prima di parlare dei risultati e del loro significato vorrei fare una breve introduzione. I Paesi appartenenti al mondo arabo, per quanto riguarda la forma di governo, possono essere divisi in due categorie: i paesi repubblicani e quelli monarchici. Nella prima categoria vengono svolte elezioni, il cui risultato affida sempre una maggioranza schiacciante, nell’ordine del 99,9%, al candidato principale (accade in Egitto, Siria, Tunisia, ecc.); nel secondo gruppo, (rappresentato dai Paesi del Golfo, Giordania, Marocco ecc.) il Re non viene mai eletto, ma eredita il potere dal padre o dal fratello, ed i cittadini non hanno nessun potere determinante; in questo ultimo gruppo rientra anche la Libia che, pur non essendo formalmente una monarchia, si comporta come tale, affidando a Gheddafi il ruolo di re del Paese.

Il popolo Palestinese, che vive sotto occupazione, ha invece deciso di scegliere la via della democrazia. Tale popolo è sempre stato riconosciuto come il popolo più laico e democratico nel mondo arabo; inoltre è caratterizzato da un livello di apertura e competenze culturali elevate, occupando uno dei primi posti come percentuale di laureati a livello internazionale.

Veniamo alle elezione tenutesi da pochi giorni: il popolo Palestinese nella Cisgiordania, Gerusalemme Est e nella Striscia di Gaza e’ stato chiamato per eleggere i 132 deputati del parlamento, 66 attraverso un sistema proporzionale e 66 attraverso votazioni dirette per i candidati nei vari distretti. I sondaggi prima delle elezioni parlavano di un testa a testa tra Al Fatah e Hamas con un lieve vantaggio di Fatah, ma le urne hanno invece premiato largamente il partito di Hamas. Perché e come ciò è avvenuto?

I motive della vittoria di Hamas sono vari, alcuni interni altri esterni. Cercherò, nel presente articolo di mettere in evidenza tali fattori e motivi.

I fattori interni

1) La scomparsa di Arafat capo di Fatah e leader storico dei Palestinesi ha rappresentato un fattore determinante. Yasser Arafat rappresentava un punto d’incontro per tutti i Palestinesi, godeva della stima e della fiducia di quasi tutti i cittadini, trasversalmente ai partiti politici. La sua scomparsa, avvenuta per cause mai chiaramente determinate, ha così prodotto una frammentazione politica e sociale, a causa della mancanza di un leader carismatico in grado di unire le forze presenti.

2) La corruzione. Una faccenda di antiche origini, che da lungo tempo colpisce la burocrazia palestinese, fino a pochi giorni fa e da più di 30 anni in mano al partito di Fatah. Tale partito non è stato in grado di rinnovarsi e si è presentato alle ultime elezioni con i soliti nomi e le solite facce, alcuni dei quali noti per i loro coinvolgimenti in affari illeciti e relativi alla corruzione. Il risultato elettorale ha così mostrato il desiderio dei Palestinesi di cambiare la classe dirigente, ormai corrotta e non più funzionale, attuando in alcuni casi un voto non politico, ma esprimendo il desiderio di rinnovazione e cambiamento.

Fatah, d’altro canto, non è stata in grado di effettuare una lucida analisi della situazione, che rivelava già nelle precedenti elezioni regionali la tendenza al cambiamento, con risultati elettorali del Dicembre 2005 che evidenziavano la forte crescita di Hamas (52% dei voti a Fatah e 45% ad Hamas).

3) Infine, la mancanza di unità di Fatah, ha contribuito alla sua sconfitta elettorale. Dissidi interni avevano addirittura prodotto una scissione del partito, poi rientrata, producendo a Dicembre, nelle scorse elezioni regionali, due liste in competizione l’una con l’altra. Nelle elezioni politiche, pur ritornando alla lista unica, la competizione interna non è diminuita. Ad esempio, a Gerusalemme Est, dove i seggi disponibili erano 6 (4 per i musulmani e 2 per i cristiani) Fatah si è presentata con 23 candidati, che si sono fatti la “guerra” a vicenda. Hamas invece ha presentato solo 4 candidati (per i corrispondenti 4 seggi musulmani disponibili). La strategia di Fatah si è quindi dimostrata dispersiva e perdente (nessun seggio è stato conquistato a Gerusalemme), Hamas ha invece dimostrato unità e compattezza, premiata dall’elezione di tutti e 4 i candidati presentati.

I fattori esterni

1) Il processo di pace portato avanti dall’OLP e da Fatah.

A seguito degli accordi di Oslo i Palestinesi hanno vissuto l’illusione della pace e della fine dell’oppressione israeliana. Alcuni segnali di distensione, la ripresa dell’economia interna, gli aiuti esterni hanno creato speranza. Con il passare del tempo la speranza si è affievolita e ridotta al lumicino, e, per varie ragioni, il conflitto si è riacceso, l’occupazione militare si è rinvigorita, così come la negazione dei diritti umani per i Palestinesi, generando sofferenza e depressione nella popolazione. Migliaia di ettari di terreno sono stati confiscati dal governo israeliano, oltre quattromila morti Palestinesi negli ultimi 5 anni, migliaia di detenuti politici, demolizioni di case, 1.5 milioni di alberi sradicati, il muro di separazione che distrugge non soltanto la terra ma l’anima dei Palestinesi, centinaia di check point, soldati che sparano, chiusura…etc. Parte della colpa del fallimento del processo di pace si è così riversata anche sul governo palestinese di Fatah.

2) La guerra in Iraq. Le forze USA accompagnate dai loro alleati hanno scatenato una guerra terribile fondata su falsi motivi (le famose armi di distruzione di massa non sono mai state trovate) non rispettando neanche le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Senza mettere in dubbio la ferocia e le atrocità commesse da Saddam Hussein, va sottolineato che ad oggi, la situazione in Iraq è drasticamente peggiorata, diventando pericolosa grazie alle intrusioni di svariati gruppi terroristici, facenti capo ad Al Qaeda, che precedentemente alla guerra non erano presenti nell’area.

Le contraddizioni evidenti creano rabbia e conflitto. Non si può non notare che altri stati al mondo posseggono armi di distruzioni di massa, come Israele ad esempio, che detiene un arsenale atomico violando diverse risoluzioni internazionali e non aderendo a nessun patto di non proliferazione.

Due giorni prima delle elezioni politiche in Palestina, i mass media hanno diffuso la notizia che gli Usa avevano finanziato la campagna elettorale di Fatah, ed a molti elettori, questa “amicizia” politica è stata considerata troppo egoista e contraddittoria.

Questi sono alcuni dei fattori che hanno portato alla vittoria di Hamas. Significativo quindi che migliaia di voti siano stati effettuati più contro la politica di Fatah che in favore di quella di Hamas. Molti cristiani, così come alcuni elettori della sinistra palestinese, e molti elettori storici di Fatah, hanno voluto cambiare il partito di governo.

Adesso a seguito dei risultati, il mondo intero, specialmente quello occidentale minaccia di non fornire più aiuti ai palestinesi se Hamas non rinuncia alle armi e non riconosce lo Stato di Israele. Strano, poichè il mondo occidentale sta così giocando a favore di Hamas. Tali minacce non faranno altro che rinforzare la loro leadership, non solo in Palestina ma nel mondo islamico in generale. La vittoria di Hamas, se non viene studiata e analizzata bene, rappresenterà il via per altre vittorie di altri gruppi islamici. Punire il popolo Palestinese scatenerà l’estremizzarsi delle posizioni, e favorirà il consenso della popolazione verso quei gruppi estremisti anti-occidentali partendo da Al-Qaeda.

Sarà giusto chiedere ad Hamas di cessare le operazioni militari e di riconoscere Israele ma nello stesso tempo e’ obbligatorio chiedere a Israele di rispettare i diritti dei Palestinesi, cessare la colonizzazione dei Territori Occupati, fermare la costruzione del muro, accettare la presenza di un stato Palestinese nei territori occupati nel 1967, rilasciare i detenuti politici (quasi 10.000), riconoscere Gerusalemme Est come capitale palestinese… non e’ accettabile esercitare pressione sulla parte più debole lasciando libera la parte più forte di agire come crede, senza rispettare diritti umani e internazionali.

Il mondo intero deve attuare giudizi chiari ed equi, altrimenti il futuro sarà difficile. I Palestinesi non devono arrivare al punto nel quale credono di non aver più niente da perdere, altrimenti saranno tempi duri, non soltanto in questa piccola porzione di mondo.

Mohammed

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