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Nostalgia per il governo dei ladri

20 ottobre 2006 - Amira Hass
Fonte: Ha’aretz e www.zmag.org - 28 settembre 2006

Gli slogan gridati alle manifestazioni suonano meglio quando sono in rima. “Non Ismaele, non Haniyeh, rivogliamo il governo di haramiyeh.” Haramiyeh significa ladri, ed i contestatori di Ramallah- dipendenti dell’Autorita’ Palestinese che non hanno ricevuto i loro salari per i passati sette mesi- hanno gridato cio’ che si puo’ udire nelle conversazioni delle strade della West Bank e della striscia di Gaza: Hamas puo’ anche essere pulito ma i ladri di Fatah sono preferibili. Dopo tutto, come si dice, quando Fatah era al potere il nostro stipendio era assicurato.

Lo sciopero continuato degli uffici dell’AP, le manifestazioni degli impiegati e le richieste per un’unita’ di governo, chiedono tutte la stessa cosa: che il governo guidato da Hamas riconosca il bilancio negativo della sua breve permanenza in carica. Esiste una giustificazione per queste lamentele: un governo dovrebbe assicurarsi che i suoi dipendenti ricevano il proprio salario, in quanto e’ suo obbligo proteggere il welfare dei suoi cittadini. Un governo – persino uno con cosi’ poco potere come il governo palestinese sotto l’occupazione israeliana – dovrebbe bilanciare la sua base politica ed ideologica con la sua abilita’ di far fronte ai propri obblighi civili ed economici. Ma sotto Hamas, la spina dorsale della societa’ e’ crollata quando il sostentamento dei dipendenti dello stato-pur cosi’ elementare e modesto quale era- non e’ stato piu’ a lungo assicurato, come lo era invece stato durante i passati dodici anni di instabilita’ cronica.

I governi di Fatah hanno lasciato in eredita’ al governo di Hamas una dipendenza dai fondi delle nazioni donatrici, i quali debbono esser usati per lo sviluppo o per il budget annuale (compreso coprire i fondi che Israele saccheggia alla piena luce del giorno, sotto forma di tasse imposte sulle transazioni palestinesi, senza che poi queste vengano trasferite al Tesoro palestinese). L’insieme delle donazioni fissate ha pero’ avuto un prezzo per l’AP, un processo di negoziazioni politiche che, seppure vacillante, ha portato al riconoscimento da parte dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina dell’occupante Stato di Israele e quello, da parte di quest’ultimo, dell’OLP come il rappresentate del popolo palestinese.

Quest’anno le nazioni donatrici hanno deciso che non avrebbero lasciato che il movimento Hamas usufruisse del meglio dei due mondi e cioe’ trattenersi dal riconoscere gli accordi che formalmente hanno reso possibile l’istituzione di un governo e ricevere allo stesso tempo le donazioni fissate. Questo e’ logico. Il movimento di Fatah, che sta passando brutti momenti per digerire la sua rimozione dall’incarico, si affida alla logica della posizione internazionale e si sta muovendo nel tentativo di far cadere il governo eletto. E’ Fatah a guidare gli scioperanti (nell’era di Arafat, coloro che guidavano le rivolte per salari equi erano perseguiti dai servizi di sicurezza e messi in prigione).

Ma mentre Fatah richiede che Hamas riconosca il bilancio negativo della sua breve permanenza al potere, il movimento di Fatah ed i suoi leaders - dal capo dell’AP Mahmoud in giu’- si rifiutano di riconoscere le conseguenze delle loro decisioni politiche relative al bilancio negativo della loro estesa permanenza al potere, per quanto riguarda l’importantissimo argomento della lotta per l’indipendenza e liberazione dall’occupazione israeliana. Sulla base di queste premesse la maggior parte dell'opinione pubblica palestinese sostiene il processo di Oslo. Ma la logica della “graduale liberazione dall’occupazione”, sulla quale sono basati gli Accordi di Oslo, ha totalmente fallito.

Prima degli Accordi di Oslo la West Bank e la striscia di Gaza erano territorio occupato. Prima degli Accordi di Oslo la maggior parte dell'opinione pubblica palestinese dava per scontato che “non c’e’ pace con gli insediamenti”, come dice dice lo slogan. Con gli Accordi di Oslo il 60 percento del territorio (insediamenti inclusi), che era classificato come area C, (che significa sotto la sicurezza israeliana ed il controllo civile) essenzialmente e’ divenuto territorio disputato, mentre il mondo permette a Israele di usare la sua supremazia militare, economica e diplomatica per prendere possesso di significanti porzioni di territorio nella cornice dell’accordo finale.

In questo periodo i confini dei territori palestinesi accerchiati (Area A ed Area B) erano stati fissati, creando aree isolate, le uniche zone di sviluppo che Israele lasciava all’AP. Durante il periodo di Oslo era stato provato che “la pace e’ possibile anche con gli insediamenti.” Gli insediamenti si sono estesi e sviluppati senza fine mentre la leadership del governo palestinese eletto negoziava con il governo israeliano, ed era incapace di prevenire la costruzione anche di un’unica casa di insediamento.

Prima che la decade di negoziazioni iniziasse – la conferenza di Madrid nel 1991 e poi il processo di Oslo- Israele rispettava il diritto palestinese alla liberta’ di movimento. Il regime di limitare il movimento, che comicio’ nel 1991, si e’ intensificato solo dopo il 1994. Il governo di Fatah sara’ ricordato come quello che ha collaborato al grave ed esteso danno al fondamentale diritto alla liberta’ di movimento. La leadership palestinese ed i capi dell’OLP hanno accettato un sistema nel quale a loro ed ai loro amici personali, politici e di affari era garantita la liberta’ di movimento della quale il resto della popolazione non ha goduto. Essi devono la loro posizione finanziaria, il loro relativo agio e la loro sensazione di “liberta’” ad un privilegio che l’occupazione israeliana ha concesso loro. Sotto queste circostanze , essi non potrebbero guidare una lotta politica contro il severo ed altamente distruttivo metodo di controllo israeliano su tempi e liberta’ di movimento dei palestinesi.

In ogni caso, il bilancio negativo di un movimento non cancella via quello del suo avversario. Apparentemente entrambi i movimenti sono in competizione per il potere, dimenticandosi che il loro dovere e’ di accorciare i giorni dell’occupazione straniera - israeliana- sul loro popolo.

Note: Tradotto da Caterina Maggi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile, per fini non commerciali, citando la fonte, l'autore e il traduttore.

Link al testo originale in lingua inglese:
http://www.zmag.org/content/showarticle.cfm?SectionID=107&ItemID=11068
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