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La guerra dei destini incrociati

Il governo israeliano ha negato il visto alla missione Goldstone, e scelto di non cooperare alle indagini su Piombo Fuso. Ma al momento delle domande scomode, su Fatah e Hamas e le loro milizie, le autorità palestinesi si sono trincerate in un identico silenzio.
Lo "stato unico" secondo Shawan Jabanien, direttore di Al Haq
21 febbraio 2010 - Francesca Borri

"Qualsiasi commento e analisi, la prima critica a Israele è la decisione di non cooperare. Nessuno aggiunge bambini palestinesi a gerusalemme però, che né il governo Fayyad nella West Bank, né il governo Haniyeh nella Striscia di Gaza hanno opposto mezza argomentazione e giustificazione alla missione Goldstone, quando si è cominciato a guardare di qua dal Muro, solo una stessa assenza - perché mentre gli israeliani strangolavano una popolazione già stremata da anni di occupazione e poi embargo, e senza neppure consentire la fuga, Fatah e Hamas non hanno trovato niente di meglio da fare che un regolamento generalizzato dei conti: un inferno parallelo. E né i singoli palestinesi, comuni cittadini, hanno voluto parlare: segno di intimidazioni. Naturalmente la responsabilità palestinese non è minimamente paragonabile alla responsabilità israeliana - razzi inclusi, correttamente qualificati come crimine di guerra: ma premesso questo, tocca riconoscere amari che l'approccio al diritto internazionale, qui, non è diverso, tra oppresso e oppressore: è per tutti completa indifferenza. Israele occupa larga parte delle pagine del Rapporto Goldstone semplicemente perché è stato il protagonista incontrastato di Piombo Fuso: perché Hamas ha capito che non esisteva resistenza militare possibile, e sostanzialmente non ha combattuto. E quelle rare volte che ha combattuto, è vero, non è mai ricorsa intenzionalmente ai civili come scudo - scuole, ospedali, moschee. Ma per calcolo di convenienza, non nobiltà d'animo, solo l'inevitabile vincolo di qualsiasi movimento di liberazione: il sostegno della popolazione è fondamentale. Non altro. Ogni apparenza e illusione è smentita dall'anarchia dello scontro tra Fatah e Hamas innescato dal fallimento del governo di unità nazionale: strada per strada, senza alcuna attenzione ai civili. Si sguaina il diritto selettivi, qui, come arma di accusa, non contesto condiviso di disciplina. Mohammed Swerki, cuoco al servizio della guardia presidenziale di Fatah, finì giù da una finestra, a Gaza, per essere entrato nell'ufficio sbagliato con il suo vassoio del pranzo. La risposta di Fatah fu Husam Abu Qinas: giù dalla finestra, nella West Bank, perché legato a Hamas. Perché nessuna guerra, alla fine, ha combattenti migliori di altri - immunità morali: nessuno è illeso".

"E questa incoscienza, questo cinismo non è momentanea, occasionale perdita di lucidità: ma è pratica rifugiati palestinesi in libano costante: Hamas contro Fatah nella Striscia di Gaza, Fatah contro Hamas nella West Bank. Pensi lo sciopero del settore sanitario voluto a Gaza dall'Autorità Palestinese: ha coinvolto oltre un terzo degli operatori - e certo non in nome dei loro interessi. Perché nel giugno del 2007 il presidente Abbas ha destituito Ismail Haniyeh, primo ministro, e dichiarato lo stato di emergenza conferendo pieni poteri a un nuovo governo, guidato da Salam Fayyad: che si ritrova però confinato alla West Bank, dal momento che Hamas continua a controllare la Striscia di Gaza. E da allora, la vera arma dell'Autorità Palestinese, e cioè di Fatah, contro Hamas è stata il suo esercito di dipendenti pubblici - perché Oslo è stata monopolio di Fatah, e ogni sua risorsa: ogni stipendio è stato distribuito clientelarmente come mezzo per cementare lealtà e consenso. E per cui mentre i malati si consumavano di cancro e assedio ai checkpoint senza un'aspirina, Fatah non ha esitato a costringere a quattro mesi di sciopero, l'arruolamento obbligatorio nella sua guerra privata contro Hamas: e il definitivo collasso del sistema sanitario. Fayyad ha licenziato oltre 40mila dipendenti pubblici: Haniyeh, in rappresaglia, ha sostituito tutti i funzionari legati a Fatah. L'occupazione delle istituzioni. Oggi per un impiego statale, e cioè il solo possibile in un'economia ormai inesistente, è necessario un imprecisato 'security approval': esattamente quello che è necessario in Israele per il tesserino magnetico che consente di lavorare oltre la Linea Verde, competenza dello Shin Bet. E poi naturalmente, tutto l'arsenale più convenzionale, a partire dalle esecuzioni extragiudiziali: meno cinematografiche dei missili israeliani, dei telefonini che esplodono radiocomandati, ma non per questo meno criminali. Perché ufficialmente, la pena di morte qui è ancora in vigore: nove condanne, quest'anno: ma Abbas ha congelato l'esecuzione delle sentenze: e il rimedio, sommario, è un proiettile per strada. E poi, soprattutto, gli arresti di massa: centinaia di detenuti, spesso senza accusa e senza processo, senza contatti con avvocati, con largo ricorso a torture e umiliazioni e in luoghi che neppure sono formalmente carceri, con un pericoloso sovrapporsi e confondersi tra milizie di partito e apparati dello stato - e si viene rilasciati solo dietro impegno a astenersi da ogni attività politica: esattamente come con Israele. E esattamente come con Israele, il potere nega: sempre: Majdi al-Barghouti è stato appeso al soffitto con una catena: fotografie e referti medici sono inequivoci: ma l'Autorità Palestinese continua a sostenere che è morto per una malformazione cardiaca. Infarto improvviso. Anche se tutto questo, è importante dirlo, arriva dal cosiddetto processo di pace. Perché l'obiettivo non è stato che ristrutturare l'occupazione: subappaltando la sicurezza all'Autorità Palestinese, e la nostra sopravvivenza ai vostri aiuti umanitari, mentre Israele e i suoi insediamenti, metro a metro, giorno a giorno minano quell'opzione bistatuale che in teoria Oslo è chiamata a attuare. Un poliziotto ogni duecento abitanti, un terzo del bilancio: perché l'unico argomento dei negoziati è la sicurezza - la sicurezza degli israeliani, ovviamente: concepita come ordine pubblico, invece che libertà e giustizia. Fine dell'occupazione. Né autoritarismo arabo né fondamentalismo islamico: è stato il processo di pace a emendare il nostro codice penale con fattispecie intenzionalmente vaghe, come l'istigazione alla violazione di accordi internazionali - la qualificazione del dissenso, della democrazia come reato".

"E un altro caso emblematico è stato Taleb Mohammed Abu Sitta: ucciso torturato, anche lui: ma per spaccio di droga imputato a suo figlio. Perché spesso si entra nel mirino per opinioni, o comunque azioni altrui: ed è un'altra delle lezioni imparate dagli israeliani, maestri nel demolire case di fratelli e vicini e zii di decimo grado di ogni terrorista - cioè ogni arabo. E così, le violazioni dei nostri più basilari diritti sono diventate il sottobosco dell'occupazione: non episodi isolati ma pratiche sistematiche, dimensione integrante e ordinaria della strategia politica. In una specie di governo mediante la paura: perché la sicurezza, qui, non è esito relativamente stabile di rule of law e democrazia, garanzie costituzionali, ma precario equilibrio di potere. Un governo basato su una cultura dell'impunità: nessun crimine è seguito da indagini serie: la spiegazione della polizia è sempre la stessa: una faida familiare. E se si ha un processo, non è mai equo e regolare: solo opportunità di vendetta - solo la miccia di un'ulteriore vendetta. Perché il problema è degenerato strutturale. Hamas nella Striscia di Gaza ha sostituito l'intero apparato giudiziario, magistrato per magistrato, fino all'ultimo dei cancellieri, con uomini di sua fiducia, privi di competenza e esperienza prima ancora che imparzialità: ma d'altra parte Fatah nella West Bank, con il pretesto dello stato di emergenza, ha esteso la giurisdizione militare e esautorato i tribunali civili. Per effetto degli arresti israeliani, poi, la maggioranza dei deputati è in carcere: e il parlamento impaludato nell'impossibilità di raggiungere i quorum. Tra l'inaffidabilità del giudiziario e la paralisi del legislativo, è il dominio del potere esecutivo, senza più freni e contrappesi. E per cui, se all'inizio è stato essenzialmente scontro tra milizie, adesso il fronte attraversa le istituzioni - e ancora: esattamente come in Israele, in cui molti crimini non sono ormai che l'attuazione della legge: la regola invece che la sua violazione. Il fondo è stato nei giorni di Piombo Fuso: manganelli palestinesi contro i cortei di solidarietà a Gaza. Oggi per organizzare una manifestazione è necessaria l'autorizzazione della polizia. Eppure le norme sono chiarissime: e prevedono una semplice notifica di percorso e orario, per deviare il traffico e storie simili. Le norme non sono mai state modificate: ma è cambiata l'interpretazione: la polizia ha ora il compito di verificare la compatibilità di una manifestazione con la tutela di nozioni pericolosamente arbitrarie come la morale pubblica. Allo stesso modo, la libertà di associazione è stata scardinata attraverso l'introduzione apparentemente innocua di un'anagrafe: mentre Hamas ha direttamente attaccato sedi e uffici, nella West Bank nell'ambito di queste procedure di registrazione si è attribuito al ministero dell'Interno il potere di imporre rettifiche di statuto. Decine di ong, naturalmente tutte riconducibili a Hamas, sono state dichiarate illegali. E le ong non sono il circolo tennis qui, ma la nostra sopravvivenza, i nostri asili e ospedali, sono i due terzi sotto la soglia della povertà - tutto quello che non è sicurezza, solo la nostra vita: e dunque non interessa a nessuno. E ma quando da entrambi i lati del Muro tutto è convertito a servire il dominio, come diceva Hannah Arendt, i sistemi economici, le filosofie politiche, gli ordinamenti giuridici - allora si ribalta la massima di Clausewitz: è la pace ormai, la continuazione della guerra con altri mezzi".

"E tutto nel più totale silenzio. Negli ultimi mesi la repressione si è concentrata sui media: Fatah ha chiuso le murales a betlemme televisioni di Hamas, Hamas ha chiuso i quotidiani di Fatah. Giornalisti arrestati, redazioni perquisite, materiale sequestrato. E non esistono meccanismi internazionali di monitoraggio e controllo: perché l'Autorità Palestinese non è uno stato, e dunque tecnicamente non può essere parte dei trattati a tutela dei diritti umani, presidiati da comitati delle Nazioni Unite. Certo, si è impegnata a rispettare il loro contenuto, in larga parte traslato nella nostra costituzione provvisoria e legislazione: e così Hamas - ma è solo teoria. E invece il diritto, in questo momento, è l'unica àncora possibile, qui. Perché non avremo elezioni, realisticamente, nel prossimo futuro: e siamo spiaggiati su questa contraddizione, per cui solo il voto è capace di riassestare una democrazia in fuorigiri, è vero - ma è anche, questa volta, il rischio di formalizzare la separazione tra Striscia di Gaza e West Bank, e implodere nella guerra civile: l'obiettivo di Israele. E per cui, malinconicamente, tocca ammettere che è più saggio rinviare, e prima lavorare all'intesa nazionale. E con la politica incagliata, non rimane che il diritto. E proprio per questo, sarebbe importante che la Corte Penale Internazionale accogliesse la richiesta dell'Autorità Palestinese di trasferirle la propria competenza per i crimini internazionali - da chiunque siano compiuti. Naturalmente, ci rispondono letterali, anche qui, che spiacenti, ma non siamo uno stato: ma la nostra opinione è che non sia necessario essere uno stato secondo i criteri del diritto internazionale, per interagire con la Corte: e che rilevi piuttosto la capacità di esercitare giurisdizione per i crimini di sua competenza, così da avere titolo a chiedere il suo intervento - a trasferirle questa competenza. Ma invece, al solito - a qualcuno tribunali e processi, ad altri solo missioni di inchiesta e opinioni non vincolanti... Eppure, come insegna Beccaria: non tanto la severità, quanto l'infallibilità della pena: perché il diritto è credibilità e autorevolezza - è il coraggio e l'onestà, da parte nostra, di denunciare anche i crimini palestinesi. Ma l'unica democrazia del Medio Oriente, intanto, tratta lo scambio tra Marwan Barghouti e Gilad Shalit: abbiamo negoziato tutto, negli ultimi anni, e ottenuto niente: è il pericoloso riconoscimento che con Israele funziona solo Hezbollah. Dal capitolo sette della carta delle Nazioni Unite alla giurisdizione universale, il diritto internazionale vi offre strumenti a sufficienza per dimostrare che certi valori non sono solo filosofia, solo pretesto di guerra e imperialismo - la giustizia dei vincitori. Perché dovreste essere voi, non Hamas, a pretendere il rilascio dei prigionieri politici. Il rispetto delle regole. In fondo, Israele è stato fondato per questo: essere una nazione come le altre nazioni".

"Ma anche un altro paragrafo, nel Rapporto Goldstone, è scivolato via inosservato. Perché mentre si arrestavano attivisti e manifestanti, qui, di là dal Muro era il turno di obiettori e veterani, e le loro associazioni: interrogatori dello Shin Bet, congelamento dei finanziamenti. Sedi perquisite e carte sequestrate. E soprattutto, mentre qui si arrestavano giornalisti, Israele più semplicemente sigillava Gaza: qualcuno domina attraverso la paura, qualcuno attraverso l'indifferenza - la vostra indifferenza: perché è stata una violazione della vostra libertà di opinione. Sono sessant'anni che in questo paese i ruoli si invertono continuamente, e intersecano, tra oppresso e oppressore. E alla fine, la verità è che non rimane che il dato di cui nessuno ha voglia di parlare. Perché i palestinesi cercano disperati di emigrare - ed è quel quiet transfer, è vero, con cui Israele mira da sempre a completare il 1948. Ma nonostante tutto il doping degli incentivi economici, di là dal Muro per la prima volta gli emigrati superano gli immigrati".

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