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Un abbraccio mortale per la Palestina

9 dicembre 2006 - Tommaso Di Francesco
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

«Non riconosceremo mai Israele», la dura presa di posizione del premier palestinese Ismail Haniyeh non è la solita dichiarazione della leadership di Hamas. E' avvenuta infatti durante una visita di stato a Tehran, dove il primo ministro palestinese ha incontrato tutti gli attuali vertici iraniani, dal presidente Mahmoud Ahmadinejad alla guida spirituale l'ayatollah Ali Khamenei, all'ex presidente Hashemi Rafsanjani. In quella Tehran poi dove lunedì si apre un insopportabile convegno dichiaratamente negazionista nei confronti dell'Olocausto che sarà il suggello dei deliri revisionisti che hanno visto fin qui come protagonista il presidente iraniano.
Certo, Haniyeh e il movimento di Hamas che all'inizio dell'anno ha democraticamente vinto le elezioni a Gaza e in Cisgiordania, di fronte all'isolamento del mondo quasi non hanno scelta che correre all'abbraccio dell'unico paese sulla faccia della terra che li aiuta ancora materialmente. Così come non possono non dichiarare che non accetteranno mai «l'usurpazione delle terre palestinesi» né fermeranno «la jihad e la resistenza» a fronte del non riconoscimento, di fatto, da parte d'Israele dello Stato palestinese. Tuttavia la dichiarazione e l'abbraccio segnano un momento di sconfitta politica netta della leadership palestinese. Lo Stato di Palestina non nascerà - se mai nascerà - dallo schierare le sue fragili possibilità dietro al carro di un altro conflitto, sulla scia del disastro della guerra americana in Iraq. Ma dall'assunzione diffusa, a partire dall'Occidente, delle profonde e irrinunciabili ragioni dei palestinesi a rivendicare una terra e uno stato. Così come dal riconoscimento al diritto ad esistere d'Israele da parte palestinese. Sapendo però che la richiesta in Medio Oriente di «due popoli per due stati», se non vuole essere petizione impotente di principio, pretende almeno rigore e reciprocità: la legittimità d'Israele è strettamente connessa ormai a quella dello Stato palestinese.
Di questo abbraccio mortale dei palestinesi con l'Iran saranno contenti tutti quelli che hanno pianto per i due fantocci inopportunamente bruciati a Roma tutte le lacrime che non hanno mai versato per i bambini libanesi bruciati dal fosforo dei raid israeliani. E tanti governi e istituzioni internazionali, a cominciare dall'Unione europea.
Tutti responsabili dell'isolamento del governo palestinese legittimamente eletto, fino a sanzionarlo con un embargo economico. Ad Haniyeh eletto democraticamente nessun premier o ministro europeo ha mai stretto la mano, anzi si è lavorato lungamente per approfondire il dissidio con la sconfitta Al Fatah e dentro l'Anp. Due pesi e due misure. Visto che invece ci sbracciamo in appoggi al governo Siniora a Beirut, ormai fuori della costituzione libanese dopo che quella coalizione ha perso il sostegno di componenti decisive della società.
La stessa Italia, dalla quale ci si aspetta finalmente un ruolo di svolta nei territori occupati palestinesi dopo la presenza dei nostri caschi blu in Libano che tarda a venire, in questi ultimi giorni con il presidente del Consiglio Romano Prodi non ha certo dato una prova brillante. Dichiarando che il governo italiano si augura che Israele mantenga la caratteristica di «stato ebraico», senza chiedersi se il milione e mezzo di cittadini palestinesi della Galilea debbano continuare ad essere considerati di serie B come accade adesso, e senza interrogarsi sul rischio che questa affermazione può legittimare ancora la pulizia etnica a danno delle popolazioni arabe com'è già accaduto dal 1948; e soprattutto accettando che i profughi palestinesi non hanno il diritto a tornare. Fino all'annuncio, fatto sempre da Prodi, del ritiro dall'iniziativa di Spagna e Francia favorevoli alla convocazione di una Conferenza internazionale che, intanto, tolga la questione palestinese, la madre di tutte le crisi mediorientali, dalle mani a dir poco fallimentari dell'Amministrazione Bush alle prese con la sconfitta in Iraq e l'incendio di quello che sarebbe dovuto diventare il «Nuovo, Grande Medio Oriente».

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