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Macerie emozionanti

5 agosto 2009 - Amira Hass (traduzione: Mariano Mingarelli)

immagini tra le macerie

Costerà 12 milioni di dollari e occorrerà un anno intero per smantellare, polverizzare e sgomberare le 600.000 tonnellate di macerie lasciate sulla scia dell’Operazione Piombo Fuso.
Nell’area della colonia dismessa di Gan Or, tra Khan Younis e Rafah, nella Striscia di Gaza, sono state accatastate nelle ultime tre settimane circa 30.000 tonnellate di rottami di cemento. Il 9 luglio, dopo quasi sei mesi dalla conclusione dell’aggressione alla Striscia di Gaza da parte delle Forze di Difesa Israeliane, il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) ha dato inizio allo sgombero delle macerie da Gaza. Il lavoro di polverizzazione dei pezzi dei rottami di cemento comincerà tra otto giorni.

Secondo le stime dell’UNDP l’Operazione Piombo Fuso ha prodotto circa 600.000 tonnellate di macerie. La maggior parte è data da cemento in frantumi, con una parte rimanente, dal 5 al 10 per cento, che è costituita da ferro, legno, amianto ed altri materiali. La bonifica richiederà un anno. Dato che Israele non permette l’accesso a Gaza di apparecchiature meccaniche e di veicoli, si dovrà fare il lavoro con i mezzi disponibili, le cui scorte sono scarse e, secondo il parere di alcuni, non sono adatti alla portata del lavoro.
Inoltre, ci sono ancora montagne di rottami di cemento e di altri detriti provenienti dalle case delle colonie evacuate di Gush Katif che stanno ancora aspettando di essere triturati e rimossi.
Anche questo è compito dell’UNDP.
Il polverizzatore, che era stato ordinato in Italia dopo il disimpegno del 2005, ha ottenuto il permesso di entrare solo di recente. La separazione del cemento dagli altri materiali sta venendo portata a termine sul posto.
Il Ministero dei Lavori Pubblici e dell’Edilizia abitativa di Gaza ha dato inizio alla rimozione dei detriti tre mesi fa. L’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e il Lavoro (UNRWA), insieme all’Organizzazione Internazionale di Sviluppo CHF, con sede U.S., e ad altre, sgombreranno le macerie da diverse centinaia di altri luoghi. Ma la maggior parte del peso cade sulle spalle dell’UNDP che è responsabile per le operazioni di bonifica riguardanti 420.000 tonnellate.
Il progetto prevede di utilizzare il cemento polverizzato per la realizzazione di diversi progetti infrastrutturali, in particolar modo per strade. L’UNDP ha assunto nove imprenditori per realizzare un progetto da 12 milioni di dollari che metterà a disposizione dei disoccupati di Gaza 200.000 giorni lavorativi. (Il Canada ha donato 3,4 milioni di dollari e la Svezia 2,3 milioni; l’Agenzia delle Nazioni Unite sta negoziando ancora per la parte rimanente del finanziamento.)
Verso la fine di giugno due lavoratori assunti privatamente sono morti a seguito del crollo di un palazzo bombardato nel quartiere Sajaiyeh a Gaza City. L’incidente ha sottolineato semplicemente l’importanza delle direttive che l’UNDP ha consegnato agli appaltatori e ai lavoratori. Al progetto sono stati assegnati anche gruppi delle UN per lo sminamento.

A.A. è un imprenditore edile la cui ditta ( come le altre che lavorano a Gaza nell’industria delle costruzioni) è rimasta di fatto inattiva fin dal 2006, da quando Israele ha imposto il blocco totale all’importazione entro la Striscia di materiale da costruzione. Egli ha un modo leggermente diverso di accollarsi la rimozione dei pericoli per la sicurezza e degli obiettivi sgradevoli, e riguardo la creazione di posti di lavoro per centinaia di abitanti di Gaza. Per cominciare, egli nota, fintanto che Israele non abolisce il divieto di introdurre materiale ed attrezzature per l’edilizia non ha alcun senso parlare di ricostruzione. A.A. teme inoltre che rimovendo i mucchi di macerie dai dintorni di Gaza e dalle città si allontanerà anche la traccia più evidente che sta a ricordare l’urgente necessità della ricostruzione e della riapertura dei confini.

Chi vede le decine di migliaia di abitanti di Gaza che vivono in condizioni intollerabili affollati in appartamenti d’affitto o con parenti? Chi prende il disturbo di visitare i campi di tende che fanno da alloggio ad alcuni di coloro le cui abitazioni sono state distrutte? Sono soprattutto gli ospiti stranieri, egli dice, che ne hanno necessità: diplomatici, delegazioni, giornalisti e personale delle organizzazioni internazionali – sia governative che non governative. Quando fossero solo appezzamenti vuoti le uniche cose rimaste da far vedere alla gente, la loro capacità di far pressione su Israele perché modifichi la sua linea politica – che non era sufficientemente grande per cominciare – sarebbe perfino decurtata in modo ancor più consistente.

Come Israele, prosegue A.A., anche Hamas ha un interesse implicito nella scomparsa delle macerie. La Nasser Street, una via lunga e molto trafficata di Gaza City, la maggiore, è stata interdetta al traffico dei veicoli per tre anni. Un progetto di miglioramento con finanziamenti internazionali è stato bloccato non appena i posti di confine sono stati chiusi. L’impraticabilità della strada costituisce un limite all’accesso alle scuole e ai tre ospedali che sono sul suo percorso. Le centinaia di piccole attività commerciali che erano solite fiancheggiare la strada hanno chiuso, hanno fatto bancarotta, o, nel migliore dei casi, hanno subito perdite. In ogni taxi, la gente obbligata a fare delle deviazioni intorno alla strada bloccata, lamenta l’impotenza al riguardo di Hamas. Israele ha appena concesso a un imprenditore locale il permesso di introdurre poche centinaia di tonnellate di cemento, secondo quanto si dice, a seguito delle pressioni esercitate dall’inviato del Quartetto, Tony Blair. L’asfalto rotto, intercalato da di cumuli di sabbia, verrà ricoperto con pavimentazione ad incastro, senza mettere in atto il piano originale che prevedeva l’installazione di sistemi di reti idriche e fognarie. Se e quando riprenderà l’importazione di materiali da costruzione, le pietre della pavimentazione verranno rimosse e si riprenderà a scavare.

Il prezzo del cemento.

Piccole quantità di cemento vengono introdotte di contrabbando nella Striscia di Gaza attraverso i tunnel scavati sotto il confine con l’Egitto. Malgrado l’emanazione di diffide, Hamas non è in grado di controllarne il prezzo che è salito a 4.000 NIS a tonnellata, invece dei 400 o 500 NIS. Per le piccole riparazioni domestiche, alcuni lo comperano al chilo. Ma poche settimane fa, a seguito dell’autorizzazione israeliana di importare cemento, il prezzo di una tonnellata di cemento egiziano era sceso a 1.500 NIS. Il cemento israeliano era riservato solo a pochissimi e limitati progetti: per una struttura per il trattamento delle acque luride nella zona meridionale della Striscia di Gaza, realizzata sotto l’egida del Comitato Internazionale della Croce Rossa e per abitazioni destinate a profughi che avevano perduto la loro casa negli anni 2001-2004 (progetti delle Nazioni Unite che era stato congelato nei tre anni precedenti). E’ stata, inoltre, progettata la costruzione e ricostruzione di 22 scuole, con il contributo del Qatar.. Ma Gaza ha bisogno di alcune centinaia di migliaia di tonnellate di cemento per il ripristino – le poche centinaia di tonnellate che Israele lascia passare e le poche centinaia di tonnellate che entrano attraverso i tunnel è difficile che siano sufficienti.

Gli abitanti di Gaza non hanno bisogno della prova visibile rappresentata dai mucchi sgradevoli di macerie per ricordare l’aggressione che ebbe inizio il 27 dicembre di sei mesi fa. La gente riporta nelle conversazioni telefoniche (Israele continua ad impedire l’ingresso nella Striscia di Gaza ai giornalisti israeliani), che c’è una diminuzione delle allusioni dirette all’aggressione nei colloqui quotidiani. Alla crisi segue il disastro, al disastro seguono le avversità, altri argomenti acquistano rilievo: la disoccupazione (il 44% della forza lavoro), la povertà (il 70% della popolazione), la tensione irrisolta tra i governanti di Gaza e di Ramallah, il protrarsi del blocco, il senso di reclusione, le morti nei tunnel del contrabbando.

Solo nella scorsa settimana sono morti 10 lavoratori dei tunnel a Rafah e altri sei sono rimasti feriti, a seguito di crolli e di fuoriuscite di carburante. Questo fa salire il numero dei morti nei tunnel a 100 – 40 solo nel 2009. Alcuni li considerano vittime direttamente connesse alla politica di chiusura israeliana. Secondo l’UNDP, il carburante utilizzato per ripulire i terreni dalle macerie passa attraverso i tunnel. Quanto più grande diviene la necessità di carburante, la maggior parte del quale continua ad essere fornito con mezzi semi-illegali, tanto più cresce il pericolo per la vita umana. Alcuni abitanti di Gaza pensano che questo potrebbe essere il motivo per cui, in questa settimana, per la prima volta dopo tanti mesi, Israele ha permesso il trasporto nella Striscia di Gaza di combustibile per uso privato (e non solo per l’impianto dell’UNRWA e dell’energia).

Vacanze, nonostante tutto.

Anche i fatti dell’estate sono argomenti di conversazione. La settimana scorsa sono stati pubblicati i risultati degli esami finali della scuola superiore. Hanno provato orgoglio coloro che hanno ottenuto un elevato punteggio, mentre quelli che sono andati male, sono stati consolati da commenti quali, “Non c’è da meravigliarsi, considerando tutto quello che hai vissuto quest’anno.”

Ad un osservatore esterno i campi estivi dell’UNRWA potrebbero essere dovunque nel mondo: 200.000 bambini distribuiti su quattro sessioni bisettimanali, in due turni (ragazze al mattino, ragazzi al pomeriggio). Le spiagge sono piene zeppe. Ogni sera, in ogni quartiere, c’è una festa di matrimonio o di fidanzamento.

Ma i ricordi saltano sempre fuori. Proprio pochi giorni fa, quando la corrente elettrica venne meno, come avviene di solito (un guasto alla stazione di elettricità e una carenza di pezzi di ricambio per le riparazioni), qualcuno, in un gruppo di gente che, di sera, se ne stava seduta in compagnia, chiese: Se l’attacco fosse avvenuto d’estate, che cosa sarebbe successo a causa dell’interruzione della corrente, (dovuta al bombardamento israeliano e alla mancanza di carburante)? Uno rispose che sarebbe stato tutto più facile perché d’estate le finestre stanno comunque aperte. (Durante l’Operazione dell’IDF la gente tenne le proprie finestre aperte, nonostante il freddo feroce, per evitare che le schegge di vetro ferissero coloro che stavano all’interno.) Altri sostennero che sarebbe stato più duro perché il cibo sarebbe andato a male più in fretta e l’interruzione prolungata dell’approvvigionamento idrico sarebbe stata ancor più insopportabile.

C’è sempre qualche bambino che ricorda ai suoi genitori la paura che ha provato alle 11 e 30 del mattino del sabato (quando Israele fece scattare il suo piano di attacco combinato). Nei campi estivi e in giro per il quartiere ci sono sempre bambini che, a causa di un trauma, se ne vanno muti non avendo ripreso a parlare. Il loro mutismo rammenta anche a coloro che non hanno perso i genitori, o la loro casa, o entrambi, che l’aggressione non è un fatto del passato.

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