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Il dilemma del prigioniero

9 settembre 2004 - Carlotta Bellini

Giovedi 2 settembre, poco prima dell’inizio del week end in Israele e nei Territori Occupati Palestinesi, 3500 prigionieri politici palestinesi hanno sospeso il loro sciopero della fame, durato ben 18 giorni. Il presidente del “Club dei prigionieri palestinesi”, Issa Qaraqe, ha sottolineato che questa decisione e’ stata presa a seguito di accordi raggiunti con le autorita’ israeliane su molte delle questioni sollevate. D’accordo con lui anche Hisham Abdel-Razek, ministro palestinese sulle questioni carcerarie, che da Gaza ha annunciato che gran parte delle domande avanzate dai prigionieri sul miglioramento delle condizioni carcerarie erano state accolte. Tuttavia, contraddicendo i leader palestinesi, l’Autorita’ Carceraria Israeliana, ha negato di aver negoziato con i prigionieri e di aver fatto delle concesioni. “Non hanno raggiunto un bel nulla, se non il nostro consenso a tornare alle stesse condizioni in cui si trovavano all’inizio dello sciopero”, ha affermato Yacoov Ganot.

I prigionieri protestavano principalmente contro il divieto di ricevere visite da parte dei familiari per periodi prolungati, le misure di sicurezza eccessive imposte durante le visite, tra cui l’uso di vetri separatori tra i prigionieri e i loro visitatori, che impediscono il contatto fisico e rendono difficile la comunicazione, l’isolamento prolungato e il divieto di aver accesso a cure mediche adeguate. Dopo gli interventi di avvocati, associazioni per i diritti umani e membri della Knesset, lo sciopero della fame e’ stato per i prigionieri l’ultimo tentativo per migliorare le loro condizioni detentive e affermare i loro diritti umani, come sanciti in strumenti internazionali.
Da parte israeliana la risposta non aveva tardato ad arrivare: “Per quanto mi riguarda, i prigionieri possono scioperare per un giorno, un mese o anche digiunare fino alla morte”, aveva dichiarato con durezza il ministro per la sicurezza Tzani Hanegbi il 15 agosto, all’inizio dello sciopero.

Nel corso dello sciopero ai prigionieri non e’ stato concesso di aver contatti con i propri avvocati ne’ con il mondo esterno, sono state negate cure mediche, sono state diffuse false informazioni da parte dei medici carcerari sugli effetti del digiuno prolungato e sono stati requisiti sali e liquidi integratori dalle loro celle. Inoltre, per indurre i detenuti a cessare lo sciopero, le guardie hanno cucinato carne nel cortile delle carceri e hanno trattenuto i prigionieri, singolarmente, in celle per la durata di cinque ore, di fronte al cibo. A nulla sono valsi gli interventi di associazioni per i diritti umani e di avvocati, anche di fronte alla Corte Suprema Israeliana.

Le autorita’ israeliane sono convinte che lo sciopero sia stato un fallimento. E’ certo che, ancora una volta, ha fallito la democrazia e il rispetto per la dignita’ umana.
“La causa dei prigionieri palestinesi e’ la causa del popolo palestinese ed e’ una questione molto delicata”, ha scritto recentemente un’intellettuale palestinese. Ed e’ vero, perche’ nelle carceri israeliane sono detenuti piu’ di 7000 palestinesi, tra cui leader politici che pagano il duro prezzo per la loro opinione politica e azione di contrasto alla prolungata occupazione. La morte dei prigionieri a causa del digiuno, potrebbe essere la scintilla di una protesta molto dura di tutto il popolo palestinese. Ecco perche’, nonostante l’affermazione di Hanegbi, le autorita’ israeliane hanno cercato di evitare il peggio ed hanno inizialmente trattato con i prigionieri, facendo promesse, purtroppo subito ritirate una volta dichiarata la sospensione dello sciopero. Ma non finisce qui. I prigionieri minacciato di ricominciare.
Dietro a questo “dilemma del prigioniero”, fatto di accordi mai raggiunti, di richieste dubbiamente soddisfatte, di affermazioni e smentite, sembra nascondersi il dilemma molto complesso di una pace irraggiungibile.
Noi, opinione pubblica mondiale, di fronte a quanto accaduto siamo rimasti pressoche’ inermi, silenti. Forse, siamo ancora in tempo per chiederci almeno cosa possiamo fare per la pace e farlo con forza e con prontezza.
Il popolo palestinese ha bisogno anche del nostro supporto.

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