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Intervista a Carlo Gubitosa

Secondo il segretario di PeaceLink, Carlo Gubitosa, l'idea base che ha dato il via all'esperienza della telematica per la pace è quella di trasformare il salotto di ogni cittadino in una micro-agenzia di informazione indipendente, grazie all'utilizzo delle nuove tecnologie dell'informazione.
Patrizia Viglino (Megachip)

D: Quale è stata la molla che ha dato vita a PeaceLink nel 1991, molti anni prima del fiorire di siti sull'informazione alternativa?

CG: Tutto nasce durante la prima guerra del Golfo quando un insegnante di italiano, Alessandro Marescotti, oggi presidente di PeaceLink, fa il giro delle classi con il suo computer portatile, trasformandolo in una redazione virtuale ambulante, dalla quale ogni tanto veniva stampato un bollettino di notizie, informazioni e messaggi contro la guerra. PeaceLink nasce dall' incontro di Alessandro con Giovanni Pugliese e Marino Marinelli, due appassionati di telematica che danno a quei messaggi di pace un respiro più ampio, con la creazione del primo nodo di PeaceLink, che prima di essere un sito internet è stata una rete di bacheche elettroniche, i cosiddetti "BBS" nati in California negli anni '80 e ben presto diventati lo strumento principale delle culture alternative. Quelle bacheche elettroniche erano molto più libere degli attuali servizi Internet, la pubblicità era bandita e il flusso dei messaggi non passava attraverso i computer delle grandi compagnie di telecomunicazioni. Ogni nodo della rete PeaceLink era un computer presente in casa di un attivista che di notte programmava il suo calcolatore per scambiare messaggi quando la bolletta era meno salata. Con il passare del tempo quella tecnologia è tramontata e anche noi ci siamo gradualmente spostati su Internet. L'idea iniziale, tuttavia, è rimasta: trasformare il salotto di ogni cittadino in una micro-agenzia di informazione indipendente, grazie all'utilizzo delle nuove tecnologie dell'informazione.

D: Che cosa c'entra la pace e i diritti umani con l'informazione?

CG: Negli ultimi anni il cosiddetto Information Warfare (macchina da guerra dell'informazione) è diventato uno tra i principali filoni di ricerca all'interno degli apparati militari che in questo settore sono anni luce più avanti della società civile. La guerra in Vietnam è stata una guerra persa sul fronte interno, con un crollo del consenso dell'opinione pubblica. Il crollo di questo consenso non è stato un frutto delle tattiche Vietcong ma nasce dal giornalismo coraggioso di persone come Walter Cronkite che hanno avuto il coraggio di cambiare opinione dopo aver visto con i propri occhi l'orrore della guerra. Da allora, però, le strutture militari hanno imparato la lezione e la guerra in Vietnam è stata l'ultima guerra della storia dove i giornalisti hanno avuto accesso diretto e senza filtri al teatro delle operazioni. Già nel 1991 i giornalisti, e quelli non americani più degli altri, sono stati sottoposti a fortissime pressioni e censure. Oggi i militari teorizzano che l'informazione sia allo stesso tempo un campo di battaglia, un'arma di guerra e un obiettivo militare legittimo, come è avvenuto con il bombardamento dei palazzi della televisione serba durante la guerra contro la Jugoslavia del 1999. Purtroppo la riflessione culturale, strategica e politica sull'uso nonviolento dell'informazione è ancora molto indietro, e questo mi spinge a pensare che l'informazione e la comunicazione non siano solamente degli "accessori" da mettere al servizio dei contenuti ma dei veri e propri ambiti strategici nei quali si decide la partita tra i fautori di una politica estera basata sulla pacificazione armata e chi propone in alternativa una sicurezza mondiale basata sulla giustizia sociale, la cooperazione internazionale e il rispetto dei diritti umani.

D: Hai pubblicato un libro dal titolo "L'informazione alternativa" per le Edizioni Missionarie Italiane dove ti proponi di offrire una sorta di "cassetta degli attrezzi" ai tuoi lettori per poter affrontare un analisi critica dei media... Potresti farci un esempio di quali possono essere questi strumenti?

CG: A mio avviso il più importante di questi strumenti è il consumo critico dei media. Oggi sappiamo che dietro il caffè e le banane ci possono essere storie di sfruttamento, lavoro minorile e devastazione ambientale, ma difficilmente ci chiediamo che cosa c'è dietro un giornale, come si lavora nelle redazioni, che differenza c'è tra un'inchiesta fatta con criterio e un'accozzaglia di Ansa ricucinate. Con che tempi, regole e modalità lavorano i giornalisti? Quali sono i tre grandi gruppi editoriali che producono il 90% di quello che troviamo in edicola? Che ruolo gioca la distribuzione e la raccolta pubblicitaria nel decretare la vita o la morte di una rivista? Perché certi libri arrivano negli autogrill e nei supermercati mentre altri no? e tutta una serie di domande scomode che non troveranno mai risposta se non all'interno della società civile.

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