La scuola può delegare ad altri la sua funzione educativa?

Dalla propaganda militare all’educazione alla pace

Due vignette per difendere la scuola come luogo di pensiero critico, Costituzione e cittadinanza.
21 ottobre 2026
Redazione PeaceLink

C’è un luogo in cui la retorica militare dovrebbe restare fuori e le parole dovrebbero essere libere di confrontarsi per educare alla pace: è la scuola. Eppure, sempre più spesso, la presenza delle Forze armate negli istituti scolastici viene presentata come un’opportunità educativa, una forma di orientamento professionale o un’occasione per avvicinare i giovani al mondo militare.

Una domanda è necessaria: la scuola può delegare ad altri la sua funzione educativa? Chi è salito in cattedra?

Le due vignette che proponiamo affrontano questo interrogativo con l’arma dell’ironia, mettendo in scena una situazione paradossale: un militare che sale in cattedra e si sostituisce all’insegnante, mentre una soldatessa promuove l’arruolamento con lo slogan «Esercito, una scelta per il tuo futuro».

Il paradosso è evidente. La scuola non è una vetrina per il reclutamento e gli studenti non sono un pubblico da conquistare.

Dalla cattedra militare alla Costituzione

Nella prima vignetta, il militare occupa simbolicamente il posto del docente. È un’immagine che pone una questione di fondo: chi decide quali valori debbano orientare la formazione delle nuove generazioni? Chi è stato accompagnato alla porta?

La seconda vignetta rovescia la scena. L’insegnante torna finalmente alla cattedra e scrive alla lavagna le parole dell’articolo 11 della Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra». Gli studenti accompagnano alla porta il militare e la soldatessa che promuove l’Esercito come scelta professionale.

Non si tratta di negare il diritto di conoscere le istituzioni, comprese quelle militari. Né di impedire agli studenti di approfondire temi connessi al ruolo delle Forze armate.

Il problema è un altro: è la differenza tra informazione e propaganda, tra conoscenza critica e promozione, tra orientamento consapevole e pubbliche relazioni.

Se una scuola ospita rappresentanti militari, deve garantire pluralismo dei punti di vista e possibilità di discutere criticamente le questioni affrontate. Gli studenti devono poter conoscere anche le alternative: la diplomazia, la cooperazione internazionale, la prevenzione dei conflitti, la difesa civile non armata e nonviolenta.

Educare significa mettere i giovani nelle condizioni di scegliere liberamente e consapevolmente.

L’articolo 11 della Costituzione

L’articolo 11 ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Nello stesso articolo, l’Italia accetta, in condizioni di parità con gli altri Stati, le limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri pace e giustizia fra le Nazioni e promuove le organizzazioni internazionali rivolte a questo scopo.

La Costituzione, dunque, chiede alla scuola di formare cittadini capaci di comprendere i conflitti, di interrogarsi sulle loro cause e sulle possibilità di risolverli senza ricorrere alla guerra.

Per questo l’educazione civica dovrebbe diventare un’occasione concreta per discutere il significato del ripudio della guerra nel mondo contemporaneo: le spese militari, il commercio di armi, le crisi internazionali, il disarmo nucleare, la protezione dei civili e gli strumenti diplomatici.

Educare alla pace significa imparare a prevenire la guerra

L’educazione alla pace significa studiare come nascono i conflitti, riconoscere la propaganda, distinguere i fatti dalle manipolazioni, comprendere gli interessi economici e geopolitici, conoscere il diritto internazionale e imparare a gestire le controversie attraverso il dialogo.

Significa anche esercitare la democrazia nella vita quotidiana: ascoltare chi la pensa diversamente, contrastare il bullismo, rifiutare la disumanizzazione dell’avversario.

In un mondo segnato dalla guerra in Ucraina, dalla devastazione di Gaza, dalle tensioni internazionali e dal rischio nucleare, gli studenti hanno bisogno di strumenti per comprendere la realtà, non di messaggi semplificati che presentino la forza militare come risposta inevitabile ai problemi.

Hanno diritto a conoscere le ragioni dei conflitti, le sofferenze delle popolazioni coinvolte, le responsabilità degli attori internazionali e le iniziative di pace. Hanno diritto di interrogarsi su quanto si spende per gli armamenti e su quanto si potrebbe investire nella scuola, nella sanità, nella ricerca e nella cooperazione.

Una scuola libera è una scuola pluralista

Le vignette non chiedono di mettere al bando una categoria di persone. 

Un incontro con rappresentanti militari può essere affrontato criticamente, purché gli obiettivi siano chiari e il confronto sia autentico. E la stessa attenzione deve essere riservata a chi promuove la pace, agli esperti di diritto internazionale, agli operatori umanitari, ai ricercatori e a chi sperimenta metodi nonviolenti di risoluzione dei conflitti.

La pluralità delle voci non è un ostacolo all’educazione. È una sua condizione fondamentale.

Gli insegnanti devono poter svolgere il proprio compito senza che la scuola venga trasformata in uno strumento di consenso per politiche militari. 

La scuola democratica non è neutrale rispetto ai valori costituzionali: promuove la dignità umana, la libertà, la solidarietà e la convivenza pacifica. Proprio per questo deve lasciare spazio alla discussione, alla ricerca e al dissenso.

La pace deve tornare in cattedra

Nella vignetta finale, gli studenti accompagnano alla porta il militare che ha occupato il posto dell’insegnante. È una salutare provocazione, non un invito all’ostilità verso le persone in uniforme. Il suo bersaglio è l’idea che l’autorità militare possa sostituirsi alla funzione educativa della scuola o che il reclutamento possa essere confuso con l’educazione civica.

Il messaggio è semplice: non bisogna mai dimenticarsi che la cattedra appartiene alla scuola. Il giorno in cui la scuola delega ad altri la sua funzione educativa avrà perso la sua funzione e la sua anima.

 

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