Più scuola e meno armi
I documenti programmatici stilati dalle assemblee territoriali hanno posto al centro della protesta tre capitoli precisi: le condizioni strutturali degli edifici scolastici, la riduzione dei fondi destinati al diritto allo studio e il costante aumento degli investimenti pubblici nel settore della difesa e della produzione di armamenti. Nei manifesti e negli interventi che si sono succeduti durante le manifestazioni, gli studenti hanno evidenziato la contraddizione tra le carenze materiali degli istituti — dove mancano manutenzioni ordinarie, riscaldamenti e servizi fondamentali per la didattica — e lo stanziamento di risorse statali a favore della spesa militare e dei programmi di riarmo europeo.
A Roma, la testa del corteo ha sfilato dietro uno striscione che chiedeva lo stop al finanziamento delle spese belliche e il reinvestimento di quelle risorse nell'istruzione pubblica. A Milano e Torino, i manifestanti hanno sottolineato come i tagli ai trasferimenti per le scuole e l'aumento dei costi per le famiglie convivano con le decisioni politiche di incrementare il budget della difesa. A Verona, Bologna, Firenze e Napoli, la protesta si è articolata attraverso interventi che hanno analizzato l'impatto economico e sociale delle politiche di riarmo sulla vita quotidiana e sulle prospettive dei giovani.
Molte manifestazioni si sono svolte in modo pacifico, senza incidenti con le forze dell'ordine, concludendosi con la presentazione di rivendicazioni puntuali inviate alle istituzioni locali e al governo: il blocco dei finanziamenti al settore bellico e la destinazione prioritaria dei fondi pubblici alla messa in sicurezza degli edifici e al sostegno del diritto allo studio.
Gli episodi di intolleranza, fortemente evidenziati da alcune testate giornalistiche, hanno riguardato solo una piccola minoranza non rappresentativa dell'ampia e civile partecipazione dei giovani.
Lo stato di salute della scuola italiana
La spesa per la scuola e l'istruzione in Italia con il governo Meloni si è mantenuta tra i livelli più bassi d'Europa in rapporto al Prodotto Interno Lordo (PIL).
L'Italia destina circa il 4% del PIL all'istruzione (secondo i dati Eurostat più recenti), restando al di sotto della media dell'Unione Europea che si attesta intorno al 4,7%. La percentuale della spesa pubblica totale dedicata all'istruzione è pari al 7,3%, la più bassa tra i 27 Paesi membri dell'UE (la media europea è del 9,6%).
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