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Delitti imperfetti e giustizia negata

Iniziativa per la riapertura dell’istruttoria Tumino e del caso Spampinato.

Un gruppo di esponenti della società civile si accinge a presentare una istanza alla procura generale di Catania. In rassegna i deficit investigativi del tempo, confermati dagli incartamenti ufficiali venuti alla luce trenta anni dopo l’uccisione del costruttore ibleo e del cronista ragusano de L’Ora.
30 agosto 2006 - Carlo Ruta
Fonte: L'isola possibile. Mensile siciliano


In quegli anni settanta esistevano troppe ragioni perché il caso Tumino, diretto antecedente dell’assassinio di Giovanni Spampinato, non subisse l’onta dell’archiviazione. Si trattava, come venne intuito subito, di un delitto non propriamente perfetto. Erano state lasciate infatti significative tracce, che non vennero tenute in alcuna considerazione. Esisteva in sostanza il bandolo della matassa per una istruttoria congrua e produttiva, che venne invece accuratamente evitata. E tutto questo viene confermato clamorosamente dalla lettura delle carte del tempo, alla luce delle quali, più che mai appare opportuna e civile la riapertura del dossier giudiziario. Per sollecitare tale atto, un gruppo di cittadini, in massima parte ragusani, si accinge a presentare quindi una istanza formale sottoscritta, con il supporto di non pochi documenti, alla procura generale di Catania, richiedendo contestualmente il trasferimento delle indagini dal capoluogo ibleo.
Era il 25 febbraio 1972 quando da ignoti venne ucciso a Ragusa l’ingegnere Angelo Tumino, costruttore avventuroso, già consigliere comunale del MSI . Il delitto si presentava di difficile lettura, e cadeva in un periodo convulso per la Sicilia. L’asse Ragusa-Siracusa-Catania, postazione strategica nel quadro dei rapporti sottotraccia che correvano in quegli anni fra la Grecia dei colonnelli e ambienti italiani della destra, era divenuto in particolare un crocevia di trame, in cui convergevano a vario titolo mafia, neo-squadrismo e contrabbando: di armi, sigarette, antiquariato, reperti archeologici. E di tali traffici aveva preso a occuparsi per “L’Ora” di Palermo e “L’Unità” Giovanni Spampinato, coautore, fra l’altro, di uno scoop sulle direttive paramilitari nell’isola, mentre gravava nel paese la minaccia del golpe.
Il cronista fece presto a puntare il suo interesse su un assiduo frequentatore del Tumino, Roberto Campria, figlio del presidente del tribunale di Ragusa, magistrato che era stato già gravemente censurato dalla Commissione Parlamentare Antimafia mentre dirigeva il tribunale di Sciacca, in provincia di Agrigento. Spampinato non conosceva le metodologie d’inchiesta adottate, perché coperte da un rigido riserbo istruttorio, ma si rendeva conto di condotte non proprio regolari, e di queste scriveva, convinto comunque che il Campria potesse recare dei nessi, operativi o quantomeno di conoscenza da vicino con il delitto.Finì con il ritrovarsi quindi, in solitudine, in un percorso impervio, che annunciava un epilogo scontatamente tragico . Venne pian piano avvicinato dal Campria con la promessa di importanti rivelazioni, e nella notte fra il 27 e 28 ottobre 1972 da questo venne ucciso. Per il figlio del magistrato si aprirono le porte del carcere, ma vi restò solo alcuni anni, potendo beneficiare di una serie di attenuanti, e accampando la semi infermità mentale. Infine, su tutto calò un impenetrabile silenzio, retto dai bisogni di autotutela della città ufficiale.
Trent’anni dopo, le carte ufficiali sul delitto Tumino venute alla luce dagli scantinati del palazzo di giustizia confermano in modo indubitabile che il Campria sin da subito presentava una posizione debolissima. Fattosi interrogare, forse per fugare eventuali sospetti, assicurava fra l’altro di non aver incontrato l’ingegnere il giorno in cui questi venne ucciso, ma una supertestimone di Bergamo, Elisa Ilea, la cui abitazione ragusana era contigua con quella di Tumino, qualche giorno dopo dichiarava con assoluta precisione di aver visto i due insieme nelle ore appena ‘precedenti il delitto. E a tale testimonianza-chiave si aggiungeva alcune settimane dopo quella di tre contadini, che assicuravano di aver visto, ancora nel giorno del delitto, l’ingegnere in compagnia di un giovane, e le descrizioni fatte coincidevano a perfezione con le sembianze del Campria. Ciò malgrado, il figlio dell’alto magistrato di Ragusa, che poteva costituire un passaggio chiave per risalire all’intreccio che aveva portato all’assassinio di Tumino, nei tempi dovuti non venne fatto oggetto di alcun addebito, come il favoreggiamento e la falsa testimonianza, non venne tempestivamente posto a confronto con la Ilea, né con altri importanti testimoni; potè godere invece di mesi e mesi per poter costruire un alibi, mentre provvedeva a dotarsi delle armi con cui avrebbe ucciso Giovanni Spampinato.

Oltre il silenzio

Intanto l’attenzione sulla vicenda di Giovanni Spampinato va crescendo a vari livelli, a dispetto delle sordine ufficiali che reggono da decenni. E un riscontro significativo viene certamente dalle esperienze di diversi studenti universitari che hanno deciso di occuparsene per le loro tesi di laurea. E’ utile darne allora una prima minima rassegna.
Roberto S. Rossi, catanese, laureatosi in Scienze della Comunicazione all’Università di Bologna con la tesi Inviati di mafia (relatore il prof. Mauro Sarti, correlatore Claudio Fava), al caso Tumino Spampinato dedica un approfondito capitolo, in cui rimarca fra l’altro la condizione di isolamento in cui è venuto a trovarsi il giornalista dinanzi al forfait della giustizia e della società legale. La stessa chiave di lettura emerge dalla tesi di laurea presentata all’Università di Siena (relatore il prof. G. Gozzini) da Antonio Vesco di Alcamo, incentrata sul giornalismo d’inchiesta in Sicilia, a partire da L’Ora di Palermo. E ancora di tale profilo informativo ha argomentato Fabrizio Parisi di Venezia nella sua tesi di laurea sul “Giornalismo lento”, presentata all’Università di Bologna (relatore prof. Mauro Sarti, correlatore prof.ssa Pina Lalli). A Giovanni Spampinato dedica l’intero terzo e ultimo capitolo.

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