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La lettura del manifesto finale di Contromafie è affidata alla sorella di Antonio Montinaro, capo scorta di Giovanni Falcone

Libera Puglia: gli stati generali dell'antimafia a Bari

Libera Puglia - insieme alla rete delle istituzioni regionali e locali - si è data appuntamento presso il Politecnico di Bari per tornare a discutere di lotta alle mafie e coniugare l'alfabeto dell'antimafia alle scelte quotidiane dei cittadini e alle decisioni degli organi pubblici.
26 novembre 2006 - Mario Nobile e Fabio Dell'Olio (Arcadipace)

"E' tempo di andare avanti, non con sterili declamazioni e non più confidando sull'impegno straordinario di pochi, ma col doveroso impegno ordinario di tutti in una battaglia che è anzitutto di civiltà e che può e deve essere vinta". Sono le parole usate da Giovanni Falcone per esortare all'azione una società civile di breve memoria, che si percepisce impotente e delega ancora la lotta alla mafia ad una nicchia di coraggiosi da mandare in avanscoperta sui campi di battaglia. "Ma tu da che parte stai?". E' la domanda che pone insistentemente don Ciotti a conclusione della tre giorni di Contromafie (17-19 novembre). Dall'assise romana, che coi suoi 2000 partecipanti, 16 gruppi di lavoro e 500 interventi ha riscosso uno straordinario consenso, si espande una richiesta di continuità nella prevenzione e nell'educazione alla legalità che arriva con singolare efficacia alle realtà locali, pervade istituzioni e unisce singoli e associazioni sensibili a questa forte domanda di cambiamento.

Da Roma a Bari il passo è breve. Con la stessa progettualità e impegno Libera Puglia insieme alla rete delle istituzioni regionali e locali si è data appuntamento sabato 25 novembre presso il Politecnico di Bari per tornare a discutere di lotta alle mafie e coniugare l'alfabeto dell'antimafia alle scelte quotidiane dei cittadini e alle decisioni degli organi pubblici.
L'incontro di Roma dei giorni scorsi segna certamente una pietra miliare nell'attività di analisi e programma dell'antimafia "sociale" - come il Presidente della regione Nichi Vendola l'ha definita.
"Vogliamo iniziare un percorso che ci aiuti a leggere il manifesto degli stati generali in chiave pugliese" - ha spiegato don Raffaele Bruno, referente di Libera Puglia introducendo i lavori davanti ad una platea di circa 200 partecipanti e ad alcuni rappresentanti delle circa 40 famiglie delle vittime della criminalità pugliese (Marchitelli, Cosmai, Montinaro, ecc..).

La lettura del manifesto finale di Contromafie è affidata alla sorella di Antonio Montinaro, capo scorta di Giovanni Falcone.
Il sindaco di Bari Michele Emiliano ha assicurato che proporrà al Consiglio comunale e alla Giunta di assumere il manifesto come proprio aderendo pubblicamente ad Avviso Pubblico. Emiliano ha ricordato ai presenti le azioni messe in campo dal Comune di Bari nell'ambito della prevenzione mediante la creazione di un ufficio ordinario per la lotta "non repressiva" alla criminalità con funzione di coordinamento.
Il Comune sta lavorando, coadiuvato dal Tribunale dei minori di Bari, per sostenere l'educazione dei figli delle famiglie mafiose nei quartieri a rischio,favorendo loro un percorso facilitato di inserimento e integrazione sociale.

Viviana Matrangola, dell'ufficio di presidenza di Libera e familiare vittima di mafia, ha ricordato l'uccisione di sua madre Renata 33 anni fa che rappresentò il primo caso di delitto mafioso in Salento, una terra che fino ad allora si riteneva impermeabile ad infiltrazioni di tipo mafioso. Viviana ha raccontato come questo omicidio sia maturato in conseguenza alle battaglie ambientaliste per la difesa del patrimonio paesaggistico di Porto Selvaggio sostenute da sua madre che, come tutte le altre vittime di mafia, "continuano a vivere nelle persone che hanno a cuore il bisogno di legalità del nostro paese".
Viviana denuncia le disparità di trattamento consentite dal sistema giuridico vigente nei confronti dei familiari delle vittime, apportando una insopportabile discriminazione tra le vittime stesse.
"I familiari delle vittime - ha ricordato Viviana - si attendono da questi stati generali la concretezza e la continuità nell'impegno, e un trattamento più equo per le famiglie delle vittime della mafia lasciate toppo presto sole dallo Stato e abbandonate dalla collettività".

Anche Rita Borsellino, vice presidente di Libera, ha condiviso coi presenti la sua esperienza personale ricorrendo alla suggestiva metafora del "lampadiere", scavando nella memoria di Tom Benettollo, compianto ex presidente dell'ARCI. E come il lampadiere porta il segno sulla propria pelle di un lavoro duro, ma utilissimo alla collettività, così tanti sono stati coloro che, a cominciare dal magistrato Antonio Caponnetto, hanno illuminato la via e aperto strade improbabili a tanti uomini e donne che lo hanno seguito.La Borsellino ha auspicato che ciascuno di noi sappia essere "lampadiere e pellegrino" pur coi propri limiti.

D'accordo con l'analisi tracciata dalla Borsellino anche il senatore Maritati, sottosegretario alla Giustizia, che ha dicharato che "la cura profonda sta in ciascuno di noi e nella politica". Infatti la mafia avanza perchè trova un terreno scoperto in quello delle istituzioni. Occorre risanare tutti i settori della pubblica amministrazione e trasformare la politica con una forte partecipazione dal basso.

Guglielmo Minervini, assessore regionale alla Trasparenza, che ha organizzato con Libera questo primo incontro, ha delineato nel suo intervento il senso del percorso che la Regione vuole stimolare.
Minervini ha argomentato intorno alla necessità di mettersi in gioco ed essere autentici. Se la legalità è "la voglia di darsi una regolazione condivisa delle regole", allora la vera sfida per il successo del cambiamento consiste nel dimostrare che è possibile e conviene il rispetto delle regole, e che produce vantaggi anche per il singolo. La mafia invece, commenta Minervini, è una fuga, una pericolosa scorciatoia che promette privilegi che lo Stato dovrebbe garantire come diritti fondamentali.
Sul tema della tutela delle vittime l'assessore alla Trasparenza si è espresso in termini di "risarcire il dolore sociale prima che questo si espanda, di contenerlo e trasformarlo affinchè diventi una leva per il cambiamento". Minervini ha ricordato che la lotta alla mafia investe tutti i settori del pubblico, dall'urbanistica all'ambiente allo sviluppo economico. E solo attraverso una convergenza su questi piani si può pensare di indebolire la mafia. Infine Minervini ha parlato di un patto ideale tra cittadini ed istituzioni che riconosca queste ultime come patrimonio inalienabile dei primi. Occorre quindi riafferrare la propria volontà di cambiamento perche "ciò che la mafia toglie a ciascuno di noi è la capacità di essere titolari del proprio destino". Un destino che ciascuno di noi deve autodeterminare assumendosi le proprie responsabilità.

Anche la Regione Puglia aderirà ad Avviso Pubblico. La notizia è data direttamente dal Presidente della Regione Nichi Vendola, che nel suo appassionato intervento ha ripercorso per tappe l'evoluzione del fenomeno criminale in Puglia partendo dal primo tentativo di "colonizzazione criminale" verificatosi verso la fine degli anni '70. La svolta agli inizi degli anni '80, quando la mafia indigena pugliese incrociò fertili settori economici della pubblica amministrazione, in primis la sanità. Così iniziò un'opera di progressiva penetrazione della malavita locale negli appalti della sanità (citando chiaramente il caso della famiglia Casillo a Foggia).
Vendola ha osservato che nel corso di un trentennio la mafia pugliese non ha acquistato una estensione di tipo regionale ma resta un'organizzazione "pulviscolare".
Per contrastare l'avanzata della criminalità locale occorre sviluppare una pedagogia concreta, dimostrare la convenienza dell'antimafia. Bisogna misurarsi, secondo Vendola, con gli indici di povertà e deprivazione sociale che si sono dilatati negli ultimi anni, combattere il fenomeno della devianza minorile.
L'antimafia richiede la costruzione di una rete di socialità nei quartieri più esposti alla delinquenza e la costruzione di una rete protettiva. Finora, denuncia il Presidente della regione, tantissimi ragazzi hanno vissuto la loro prima esperienza di socialità negli istituti penitenziari. Questi giovani hanno incontrato lo Stato per la prima volta nel carcere. "Questo non può più avvenire" - ha gridato Vendola.

E poi ha citato i passi compiuti dal governo regionale nella direzione della costruzione di quest'antimafia: la legge anti-racket, quella sulla trasparenza e quella contro il lavoro nero che risulta la più avanzata in Europa. E quelli da compiere, come l'approvazione di una legge sull'avvocatura regionale.

Vendola ha parlato nel suo intervento della debolezza delle classi dirigenti che le rende permeabili alla mafia e ha ribadito chiaramente che "non intende concertare in forma oligarchica la spartizione delle quote di potere". A questo punto si ripropone il famoso interrogativo che aleggiava tra il pubblico e che la stampa ha ripreso in questi giorni dopo il suo intervento all'assise romana: perchè siamo stati sconfitti.
Principalmente per due ragioni. Vendola riflette ad alta voce: "è vero che Riina e Provenzano sono stati arrestati, ma in Sicilia non è successo niente. Se in quella terra non ci sono stati omicidi significativi in questi anni vuol dire che per noi tutto va male. Perchè l'omicidio risponde ad una logica stringentemente economica e se non si spara è perchè il territorio è totalmente sottomesso alla mafia".
Poi esistono pesanti collusioni tra mondo della giustizia e mafia. La prima risposta che dà Vendola all'inquietante quesito è che "siamo stati sconfitti perchè abbiamo delegato alla magistratura la lotta alla mafia". Quella stessa magistratura che si è occupata in questi anni di questioni secondarie, che ha taciuto sulla decapitazione di clan di primo piano.
E poi la politica. Vendola ha spiegato che non serve una riforma della legge sullo scioglimento dei consigli comunali per mafia. La responsabilità sta a monte della struttura amministrativa e non riguarda, o non riguarda esclusivamente, sindaco e giunta. Ci sono ingranaggi nascosti nella macchina amministrativa in odor di mafia che coltivano rapporti malsani con esponenti della criminalità da più lungo tempo. Bisognerebbe cominciare a sradicare presunte infiltrazioni a partire da questi livelli.
In secondo luogo, usciamo sconfitti dalla lotta alla mafia quando "i lavoratori sono spogliati dei propri diritti; la precarietà inghiotte la vita di intere generazioni; la vita delle persone è fluttuante".
Occorre -insiste Vendola- garantire l'esercizio dei diritti di cittadinanza. E non permettere alcuna forma di violenza nella lotta alla mafia. Perchè "l'esercizio di onnipotenza sulla vita delle persone è espressione della cultura mafiosa; e lo Stato per vincere deve garantire una certa superiorità morale".
"L'unico modo che abbiamo- conclude Vendola- per combattere e vincere la mafia è quello di chiedere verità e giustizia in un paese così affamato di verità e giustizia".


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