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Tratta di esseri umani, basta ipocrisie

La soluzione può passare solo da una reale valorizzazione della dignità umana
6 giugno 2007 - Sabrina Ignazi (Area Tratta e Prostituzione della Caritas Ambrosiana)
Fonte: da Persona a Persona 6/07 (www.pangeaonlus.org) - 05 giugno 2007
Una prostituta attende su una strada Il fenomeno della tratta: stime e dati. La presenza, sulle strade italiane, di donne straniere dedite alla prostituzione risale ai primi anni ’90. Fino a questo periodo la prostituzione era esercitata, nella maggior parte dei casi, da donne italiane in appartamenti o in luoghi protetti; l’arrivo di donne straniere ha, quindi, determinato una “rivoluzione” nel mercato della prostituzione, più chiara nelle sue proporzioni se si considerano i dati disponibili.
Le stime dell’O.I.M. (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) relative alle donne straniere indotte a prostituirsi in Italia oscillano tra le 20.000 e le 35.000, ma va tenuto presente che questo dato si inserisce nel fenomeno più ampio del traffico di esseri umani che ogni anno coinvolge tra le 700.000 e i due milioni di persone in tutto il mondo (prevalentemente donne e bambini), con un giro di affari stimato in 13 miliardi di dollari (fonte O.N.U.). Questi dati, così come la stima - relativa all’Italia - del numero dei clienti della prostituzione (che qualche anno fa sono stati quantificati in 9 milioni), rappresentano necessariamente delle proiezioni ipotetiche. Il traffico di donne a scopo di sfruttamento sessuale è, infatti, un fenomeno sommerso che implica anche molteplici reati (tratta di esseri umani, immigrazione clandestina, induzione alla prostituzione e suo sfruttamento, riduzione in schiavitù) e che per la sua complessità viene spesso gestito da organizzazioni criminali che si avvalgono di reti internazionali.

Specificità delle diverse nazionalità delle donne. Nei primi anni ’90 gran parte delle ragazze trafficate proveniva dall’Albania e dai Paesi dell’Est Europa. Si trattava di giovani donne sottratte alle loro famiglie e sottoposte a ogni forma di violenza perché si prostituissero e consegnassero l’intero guadagno agli sfruttatori. Diverse erano (e sono tuttora) le condizioni di sfruttamento delle ragazze nigeriane, le quali arrivano in Italia dopo molteplici passaggi tra intermediari con un “debito” di svariate migliaia di euro che devono restituire alla loro maman (la nigeriana che le ha “comperate”, che le avvia al lavoro e le controlla) attraverso l’esercizio della prostituzione.
Attualmente le ragazze che si prostituiscono in Italia sono costituite per circa il 50% da nigeriane e per il restante 50% da ragazze provenienti dal Sud America e dall’Est Europa, tra le quali prevalgono romene e moldave. Più recentemente si è assistito a un’ulteriore evoluzione del traffico, con l’arrivo di donne da Paesi dell’ex URSS ed è dell’ultimo periodo la comparsa sulle strade di donne cinesi, che fino a poco tempo fa si prostituivano esclusivamente in luoghi chiusi (“centri massaggi”). Anche le modalità di prostituzione sono cambiate nel corso degli anni: mentre in passato la prostituzione veniva esercitata quasi esclusivamente sulla strada, oggi molte ragazze dell’est si prostituiscono in locali e appartamenti.
Il quadro normativo
La prima legge di riferimento è la n. 75/58 detta anche “Legge Merlin”; questa legge è maturata ed è entrata in vigore in un contesto altamente stimolante, sia a livello nazionale che internazionale: erano gli anni della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948), della Convenzione di New York per la Repressione della Tratta degli esseri Umani e dello Sfruttamento della Prostituzione Altrui (1950; ratificata in Italia nel 1966).
Questi documenti, insieme alla nostra Carta Costituzionale (anch’essa di quegli anni), pongono in primo piano l’essere umano, proclamandone la libertà e l’eguaglianza in termini di dignità e diritti; questi stessi principi hanno posto le basi per la messa in discussione della prostituzione come me-stiere normato dallo Stato e praticato in condizioni di sfruttamento e di forte stigmatizzazione sociale.
La Legge Merlin ha come finalità la proibizione dello sfruttamento della prostituzione e non la proibizione della prostituzione stessa; non prende posizione sulla liceità della prostituzione attri-buendo al suo esercizio un significato di scelta individuale.
Nel momento in cui è emersa la rilevanza del fenomeno della tratta si è resa evidente la carenza della normativa in vigore, non essendo la Legge Merlin sufficiente a intervenire su uno sfruttamento della prostituzione che arriva ad acquisire i caratteri di riduzione in schiavitù a danno di persone straniere. Nel 1998 il TU delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero (D.Lgs. 286/98) ha introdotto una misura di assistenza nei confronti degli stranieri vittime di reati che si trovino in situazioni di violenza e pericolo (art. 18); questo articolo prevede la concessione di un permesso di soggiorno all’interno di un programma di assistenza e integrazione sociale.
Nel 2003 l’intervento a favore delle vittime di tratta è stato integrato dalla L. 228/03 che ha riformulato alcuni articoli del codice penale normando il reato di riduzione in schiavitù e di tratta di persone; all’art. 13 la legge introduce una misura di assistenza alle vittime analoga all’art. 18 del TU 286/98.

Riflessioni sulla prostituzione. La tratta a scopo di sfruttamento sessuale ha messo in evidenza una straordinaria domanda di sesso a pagamento da parte degli uomini italiani e ha riproposto il dibattito sul ruolo della prostituta, che dopo l’abolizione delle case chiuse sembrava sopito. La Legge Merlin sembrava aver decretato la fine di un’epoca, quella di stampo patriarcale che tradizionalmente distingueva le donne sessualmente disponibili, con le quali ci si intratteneva al mero scopo di soddisfare un bisogno, dalle donne “perbene”, con le quali progettare e costruire una famiglia. La tanto agognata parità tra uomo e donna sembrava finalmente attenere anche l’esercizio della sessualità, dove la prostituzione legittimava invece l’uomo a scindere tra sessualità e affetto – e quindi tra partner e prostituta.
L’offerta di sesso a pagamento esplosa a partire dagli anni ’90 ha riportato a galla un desiderio maschile che si pensava appartenesse al passato. Il cliente della prostituta non è più una figura residuale, un uomo per qualche motivo disadattato o perverso; le cifre del “consumo” di sesso non lasciano dubbi sulla sua normalità: è un uomo comune, che cerca la prostituta per i motivi più disparati (curiosità, solitudine, ecc.), ma soprattutto è un padre di famiglia, un partner, un fratello, un figlio. Questa dimensione di “normalità” porta a interrogarsi sui motivi profondi che stanno alla base di un tale comportamento, sulle dinamiche relazionali tra uomo e donna, sui modelli veicolati dai mass media, sulla necessità di un dibattito che esca dalla cerchia degli addetti ai lavori e che coinvolga l’intera società civile. Di prostituzione si parla infatti solo in occasioni di fatti di cronaca (racket, arresti, casi emblematici di ragazze liberate, crimini legati al suo esercizio, motivi di ordine pubblico), proponendo ciclicamente una revisione della Legge Merlin con intenti generalmente repressivi, sia nei confronti della prostituta che del cliente.
La prostituzione e il suo “acquisto” non vengono sottoposti ad analisi critica: la prostituzione non è un reato, quindi, non ci sono impedimenti oggettivi al consumo di sesso a pagamento. Questo facilita indubbiamente il ricorso alla prostituta, ma intervenire con la semplice repressione vorrebbe dire rinunciare a un intervento pedagogico, a una comprensione profonda e umana del fenomeno e di chi lo alimenta. A questo proposito suonano straordinariamente attuali le parole del Cardinale Martini, che nel 1996 scriveva: “È necessaria una deterrenza sul piano delle coscienze, un lavoro formativo e culturale che renda sempre più illegittimo, a livello del costume, il ricorso allo sfruttamento sessuale. Mi sembra paradossale che la dialettica sociale di fronte a questa tematica scelga solo la strada puramente repressiva o di rassegnazione, tesa semplicemente a garantire e proteggere”.
Note:

da Persona a Persona - Fondazione Pangea Onlus

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