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La ruota che gira

Viaggio tra le sex workers della Cambogia tra fame e AIDS
11 dicembre 2007 - Emanuela Zuccalà (giornalista Io Donna)
Fonte: da Persona a Persona 11/07 (www.pangeaonlus.org) - 11 dicembre 2007
Sex workers Cambogia In Cambogia l’Aids è emergenza e vergogna. Pestilenza a lungo sottovalutata, tuttora incompresa lontano dalle città, tra i paesaggi liquidi e rurali che disegnano il paese più vero e raggiungibile a stento dai mezzi di trasporto e dalle informazioni. La percentuale di sieropositivi e malati è oggi la più elevata di tutto il continente asiatico: l’1,9% della popolazione adulta, oltre a 12 mila bambini, secondo stime per difetto. Il primo caso di Aids è stato diagnosticato alla fine del 1993, proprio mentre i caschi blu delle missioni Onu Unamic e Untac lasciavano il paese: avevano stazionato nel piccolo regno asiatico per due anni, con l’illusione di condurre verso elezioni democratiche una terra squassata dalla violenta utopia collettivista dei khmer rossi (un milione e 700 mila morti tra il 1975 e il 1979), dall’occupazione vietnamita (fino all’89) e da una sfiancante guerra civile. Dopo le elezioni del ’93 il conflitto non si è fermato, e nel frattempo il contingente Onu di 22 mila uomini aveva fatto esplodere l’industria della prostituzione, oggi fiorente più che mai, in Cambogia, e completamente fuori controllo appena si lascia il centro della capitale.
Nel distretto di Moung Russey l’Aids cova nei bordelli ai margini dello stradone asfaltato che collega Phnom Penh con Battambang e la Thailandia: passaggio obbligato per attraversare il confine occidentale e puntare su Bangkok. Via vai di camionisti e gente che arriva dal lago Tonlé Sap, da Pursat, dagli agglomerati sul fiume Sangker, a vendere pesce nel mercato maleodorante di Battambang. Questa provincia, teatro dei lunghi cortei verso i campi profughi allestiti oltre confine all’epoca della guerriglia impazzita, nei primi tre mesi del 2007 ha registrato il maggior numero di nuove infezione di Hiv dopo Phnom Penh: 330. Ed è anche l’unica zona della Cambogia in cui la percentuale di sieropositività fra le sex workers (così vengono eufemisticamente chiamate le prostitute da un popolo che arrossisce parlando di sesso) è ferma al 35%, mentre nel resto del Paese è calata al 21% in pochi anni. Oltre un terzo degli uomini, secondo una ricerca del Ministero della Sanità, ammette di frequentare almeno una volta la settimana bordelli come quello di Mayeak, a sud di Battambang: un cortile melmoso, la madre e la sorella del maborn, il magnaccia, sedute fuori da una capanna che espone alcolici a buon mercato e, accanto alle bottiglie, un gruppetto di bambini guarda la televisione. Arrivano i clienti, ragazzi giovani che si accomodano su una panca tra le ombre dell’illuminazione a batteria. Le ragazze li ricevono in quattro stanzette ricavate da pezzi di lamiera che stanno in piedi per miracolo: Pao, Va, Sida e Mary, cerone bianco e rossetto rosso, geishe avvizzite in ciabatte di gomma. Un grosso topo striscia tra la lamiera e il telo blu elettrico che dovrebbe conferire al tugurio un’atmosfera erotica. Le donne abitano qui, i loro vestiti pendono da grucce di ferro sopra i letti macchiati. Un gonna, una camicetta, un pantalone al polpaccio che nella Cambogia rurale è il segno distintivo di una puttana. Dicono di farlo per mangiare. Hanno 28-30 anni, figli lasciati alle madri lontane. Guadagnano 5000 riel a cliente, poco più di un euro (altri 5000 spettano al maborn) e a fine mese mandano i soldi a casa. Quando non lavorano ascoltano canzoni romantiche alla radio. Come le karaoke girls del Procheaprey e del Monorom, locali poco distanti, nell’oscurità rotta da lucine natalizie di mille colori. Il karaoke non è che una stanza infestata di zanzare, un divano in pelle sfondato, un televisore dove scorrono i video musicali e un tavolo per poggiare le casse di birra calda, Anchor in lattina allungata con ghiaccio. Ny, Oy, Sieng e Nita bevono da una cannuccia. Dicono di avere 18, 20, 23 anni ma paiono adolescenti, anche negli atteggiamenti ingenui. «Ero emigrata da clandestina in Thailandia», racconta Ny, orecchini di plastica gialla, grassa e gentile. «Raccoglievo latta da una discarica per un tizio che poi la vendeva. Non mi ha mai pagata, così sono tornata in Cambogia ma non avevo soldi per raggiungere casa mia in autobus. Una mia amica lavorava in questo karaoke e mi sono fermata qui».
Ny e le altre lavorano giorno e notte stordendosi con l’alcol e guadagnando l’equivalente di 30 euro in un mese. Lo stipendio di un’infermiera, in Cambogia. Più di quello di un insegnante. «I miei genitori sanno quel che faccio», dice Tha, 25 anni, bella e vivace. «Un giorno mia madre è venuta a dirmi di smettere. Poi ci ha ripensato, “altrimenti cosa mangiamo?” mi ha chiesto. Io lavorerò qui a lungo, devo mettere via soldi. Ho anche una bambina». Le più determinate, quelle che abitano qui da anni dormendo in due per letto nelle baracche attorno al karaoke, con i cavi elettrici a penzoloni e un bagno per 30 ragazze senza acqua corrente, progettano di aprire, un giorno, una drogheria nel loro villaggio. Le altre, le più giovani, confidano un sogno che strazia, nella sua banalità: possedere un campo di riso. «Anche piccolo», puntualizza Nak, 21 anni, da quattro imprigionata in questo grigio soffocante, «purché dia da mangiare. E magari anche un maiale». Nessuna ha fatto il test dell’Hiv.
Entrare tra questi recinti di disperazione non è stato difficile: la presidente di un’associazione locale, Men Kusal, una signora minuta con 5 figli e la parlantina spedita, ha frequentato a lungo queste ragazze per parlare di prevenzione dall’Aids. Loro estraggono dalle tasche preservativi marca Number 1, 100 riel ciascuno, giurando che se un cliente insiste per farlo senza, lo cacciano. Ma è facile immaginare che di fronte al miglior offerente, in un contesto tanto ossessionato dalla fame, si ceda a qualunque richiesta. Eppure queste non sono ragazze trafficate, strappate dalle loro case o vendute dai padri come ci si aspetterebbe dalla Cambogia tragica delle prostitute bambine offerte agli stranieri che viaggiano fin qui per spendere meno che in Thailandia. Li si vede girare per Phnom Penh, tra i bar del centro e negli hotel del lungo Mekong. Pochi s’inoltrano a Svay Park, quartiere periferico a luci rosse sulla strada per Udong, a nord. Altro laboratorio di coltura per l’Aids, dove le karaoke girls e le massage girls hanno un insolito angelo custode: Keo Tha, prostituta cinquantenne e sieropositiva, orgogliosa della sua indipendenza: «Lavoro in casa, io. Sono libera». Con la sua collana di finte perle e il reggiseno fucsia che s’intravede sotto la camicetta nera, gira ogni notte tra i bordelli con un sacco blu zeppo di preservativi, per istruire le ragazze che vengono dalle campagne su come metterli e perché servono. Secondo l’Unicef, metà delle 15 mila prostitute di Phnom Penh ha l’Aids. «Alcune se ne fregano di usare il preservativo, senza pensare che così contageranno i clienti e con loro intere famiglie», rivela Tha mentre beviamo la solita birra calda nell’ennesimo karaoke buio e bollente. Rivediamo Tha su un opuscolo informativo che gira tra i bordelli di Svay Park: lei in copertina, abbracciata a un uomo senza volto, a scartare insieme un profilattico. Prevenzione dal basso. Anzi, dal fondo. L’unico sentiero in grado di raggiungere questi luoghi dove la notte si confonde con il giorno.

Questo testo è parzialmente tratto, con il consenso dell’autrice, dal libro La ruota che gira (fotografie di Francesco Cocco e Lorenzo Pesce, testi di Emanuela Zuccalà, edizioni Contrasto insieme ad ActionAid).
Note:

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