Cinema

Churchill e Gandhi, insieme a Westminster

Riflessioni sul film di Joe Wrigh "L'ora più buia"
21 gennaio 2018

Cinema

Churchill e Gandhi, insieme a Westminster

L'ora più buia, il film di Joe Wright


Come tutti i film patriottici, L'ora più buia, di Joe Wright, 2017 , sfiora la retorica. La scena di Churchill che consulta il popolo in metropolitana, meglio metterla tra parentesi. Tutto il resto è bello e serio. Il dramma storico, il dilemma politico-morale, è bene incarnato nel singolare carattere di Churchill, burbero e umano e nei comprimari. Come primo ministro, piuttosto che lasciare che Hitler, che sta vincendo dappertutto, nel maggio 1940, assoggetti il paese, egli vuole combattere fino alla vittoria: il prezzo è la morte certa di migliaia di soldati inglesi, e lacrime e sangue per tutti. Sta per cedere all'idea di chiedere una trattativa, tramite Mussolini, poi si ricrede: «Chi non cambia mai idea, non cambierà mai niente».

Oggi, nel parco davanti a Westminster, tra i monumenti agli uomini (donne? non ricordo) di grandi meriti, Gandhi è un po' sulla sinistra, Churchill appartato in avanti, verso il palazzo, come un po' sdegnoso. Gandhi sembra voler dire qualcosa a Churchill. Che ne pensa Gandhi di questa storia, lui che ha amato gli inglesi, levandogli l'India? Certamente ammira la volontà coraggiosa e strenua di non sottomettersi alla violenza nazista, ma in che modo? Gandhi rivolge un appello agli Inglesi, il 7 luglio 1940, in cui chiede loro, mentre sono sotto attacco tedesco, «di non resistere con le armi, perché la guerra si può vincere soltanto diventando più crudeli dell’avversario».  «Voi volete eliminare il nazismo, ma non riuscirete mai ad eliminarlo adottando i suoi stessi metodi», cioè con la guerra. Gandhi propone agli inglesi di lasciare occupare le loro case: «Darete ai dittatori tutto, ma non darete mai loro i vostri cuori e le vostre menti». «E' il metodo della non-collaborazione nonviolenta – scrive Gandhi - che in India ha avuto notevoli successi». Anche un potere violento ha bisogno di una collaborazione dei sottomessi, che può essergli negata, con un lavoro organizzato di coscienza, dignità e coraggio (Si veda di più in Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi 1996, pp. 248-251)

Se ricordo bene, nella Storia del Terzo Reich, Shirer scrive che quando i militari del complotto contro Hitler chiesero a Churchill la promessa di riconoscere il governo che avrebbero costituito nel caso di successo dell'attentato (luglio 1944), Churchill rispose:  «No, guerra fino in fondo».

Nei conflitti umani, personali, sociali, o politici, si può intravedere una soluzione a somma zero, distruttiva (uno vince l'altro perde, eliminato), oppure cercare un risultato win-win, una soluzione che non distrugge, ma costruisce un esito con qualche utile per tutte le parti, e, nei conflitti gravi, col successo del vivere sul morire uccisi. L'intelligenza e la volontà sono capaci di ciò, se sviluppano l'arte e le tecniche nonviolente, che ormai sono storia, ma non ancora criterio politico nella cultura dominante. L'esperienza e la proposta della cultura nonviolenta dei conflitti può cambiare la storia. Churchill seguiva la concezione prevalente abitudinaria per cui contro la guerra è inevitabile la guerra. Cioè, è impossibile la liberazione. Il film di Wright non lo dice e non lo pensa, ma pone tacitamente il problema.

 

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